In America il Var è finito in cantina

Al Mondiale ci sono state le pause per l’idratazione con spot annessi, i recuperi maxi di sette-otto minuti, vero, ma si è giocato. Senza show o recite. Lezioni per la Serie A: si può stare in campo senza perdite di tempo

21 LUG 26
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Foto LaPresse

Sui media italiani, nel pre e post finale, si è dato ampio spazio allo “scandalo” dell’intervallo extra previsto fra i due tempi della partita. Inconcepibile fermarsi per ventisette minuti, hanno tuonato seri e severi dalle loro tribune i custodi del sacro giuoco: l’intervallo è di quindici-minuti-quindici, non uno in più! Così è codificato, ci sono le regole e la prassi. Insomma, non s’ha da fare. Che poi uno pensa alla nostra Serie A e gli vengono in mente i telecronisti che, nelle prime serate di febbraio, per qualche imperdibile anticipo del venerdì o posticipo del lunedì, con spalti semideserti, si domandano dove siano finite le squadre, visto che sono in ritardo. E lì, nei fantastici stadi italiani degli anni Dieci del Novecento, alle 21.35 di una limpida sera di febbraio, non c’è manco Madonna (per gli interessati) a distrarre chi guarda. Quanto a perdite di tempo, siamo quelli che meno di tutti hanno diritto di parola. Al Mondiale trumpian-messican-canadese ci sono state le pause per l’idratazione (anche quando aveva appena diluviato e l’aria sull’Azteca era più simile a quella groenlandese) con spot annessi, i recuperi maxi di sette-otto minuti, vero. Ma si è giocato. Senza show o recite.
Senza crampi improvvisi al portiere della squadra che ha appena segnato. Senza sostituzioni lunghe minuti, senza massaggiatori che entrano in campo per poggiare pollice e indice sul tricipite dello sventurato calciatore. E soprattutto senza Var che blocca le partite in una suspense divenuta intollerabile a tutti. All’inizio, anni fa, c’era pathos: i telecronisti urlavano come Adani ogni volta che l’arbitro correva allo schermo. Il pubblico esultava, partivano ole e boati d’approvazione. Adesso, fischi. In Italia il minutaggio del gioco effettivo è tra i più bassi d’Europa e ce ne rendiamo conto appena varchiamo i confini e andiamo in Champions o Europa o Conference League. Qui da noi ogni occasione è buona per perdere tempo. Al Mondiale extralarge s’è visto qualcosa di nuovo, pur nel livello non eccelso degli arbitraggi (a cominciare da quello della finale, finita allo sloveno Slavko Vincic che un giorno spiegherà l’illuminazione che lo ha portato ad annullare il primo gol alla Spagna).
Collina, uno che faceva giocare molto e che adesso è il gran capo del settore arbitrale della Fifa, l’aveva detto: puniremo le perdite di tempo. Detto, fatto. Con l’unica conseguenza negativa che, siccome non si può più invocare il medico in campo per un pelo incarnato, per fermare un po’ il gioco ci si inventano risse improvvisate. A caso. Ma si rimedierà. E’ una buona lezione anche per il nostro campionato, che ogni anno tra luglio e agosto studia come rilanciarsi e tornare appetibile per investitori e campioni, cercando di non diventare una specie di lega polacca o scozzese. Qualcosa si potrà vedere già tra un mese, quando la Serie A ripartirà. A istruire gli arbitri, da questa stagione, ci sarà Daniele Orsato. Il duro e puro di Schio al quale il Var piaceva ben poco. Certo, pubblicamente diceva che lo strumento è necessario, bello, giusto, utile. Ma poi in campo, nel pieno della trance agonistica, Orsato rivelava una insofferenza per quello strumento che solo in rari casi offre valutazioni oggettive e indiscutibili (e infatti, nonostante l’abuso della “moviola”, si discute ancora). Almeno sul tempo effettivo, però, qualcosa si farà. Forse.