Ma Bartali salvò davvero l'Italia?

Non ci sono prove storiche della telefonata del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi al corridore toscano, quel che è certo è che a Tour de France del 1948 Ginettaccio restituì agli italiani un orgoglio patriottico lacerato dalle ferite della Seconda guerra mondiale

18 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 08:48
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Gino Bartali durante il giro d'onore al Parco dei Principi dopo la vittoria del Tour 1948 (foto LaPresse)

Cinque gialli per la maglia gialla. Cinque misteriose storie che hanno accompagnato, intrigato, anche avvelenato il Tour de France. La terza ci porta alla Grande Boucle del 1948 e alle imprese alpine di Gino Bartali.
Tour de France del 1948: quasi 5mila chilometri, 120 corridori di 12 squadre nazionali e regionali. Martedì 13 luglio, a Cannes, arrivo della dodicesima delle 21 tappe, e Gino Bartali, settimo nella generale, distava 21’28” dalla maglia gialla Louison Bobet. Poi la riscossa. E il capolavoro. Fino al trionfo. E a un primato ineguagliato: nessuno mai, nella storia del Tour de France, era mai riuscito e sarebbe mai riuscito nell’impresa di rivincere 10 anni dopo. L’unico, lui, Ginettaccio: primo nel 1938 e primo nel 1948. Grazie alla sua capacità di scalatore, inesauribile, grazie alla sua forza di volontà, estrema, e forse grazie addirittura a una telefonata, misteriosa. La telefonata di Alcide De Gasperi.
Giancarlo Brocci (“Bartali, l’ultimo eroico”, Minerva) scrive di questa telefonata, che dovrebbe essere giunta mercoledì 14 luglio, festa nazionale francese e giorno di riposo al Tour: “Collegare Bartali alla grave crisi italiana è la telefonata che, all’hotel Carlton di Cannes, gli arriva in serata da Roma da parte del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Gino lo conosce, si sono trovati in più occasioni frequentando l’Azione Cattolica, il tono dell’amico Alcide è di sostegno all’impegno dell’indomani, il giorno della tappa alpina più classica, da Cannes a Briançon, sicuramente determinante circa le sorti del Tour. ‘Caro Gino, te la senti di poter vincere ancora il Tour? E domani? Sarebbe molto importante per il clima che si è venuto a creare in Italia”.
L’attentato a Palmiro Togliatti. A Roma, fuori da Montecitorio, proprio il 14 luglio 1948 verso le 11.30. Il segretario del Partito comunista italiano era con Nilde Iotti. Tre colpi (su quattro) di pistola (una calibro 38 del 1908) sparati alle spalle (e da distanza ravvicinata). L’autore si chiamava Antonio Pallante, studente di Giurisprudenza, anticomunista, nazionalista: tentò la fuga, poi fu fermato e arrestato dai carabinieri, interrogato, giudicato e infine condannato (13 anni e 8 mesi, ma sarebbe uscito dopo cinque anni di reclusione). Subito dopo l’attentato, manifestazioni, proteste, guerriglie, morti. E forse la telefonata di De Gasperi a Bartali.
Giovedì 15 luglio era in programma la Cannes-Briançon, 274 km con tre montagne, Allos, Vars e Izoard. Bartali risorse: 6’18” a Brik Schotte, secondo, addirittura 18’07” a Bobet, e nella generale adesso lo tallonava a 1’06”. Bartali, si sa, sosteneva che “il bene si fa, ma non si dice” e che “certe medaglie si appuntano sull’anima, non sulla giacca”. Nella sua autobiografia “Tutto sbagliato, tutto da rifare" (a cura di Pino Ricci, Mondadori) raccontò, senza menzionare la telefonata, che cosa accadde a Cannes il 14 e a Briançon il 15, cominciando da qui: “La sera, un sacco di gente volle venire a trovarci, ma non ricevemmo nessuno, tranne quei due o tre amici (Raro Radice sempre in testa) che il giorno prima, quando pareva che si profilasse la débacle più completa, erano venuti a rincuorarci e a chiederci notizie, mostrando di avere ancora fiducia, se non nelle nostre forze, almeno nella nostra buona volontà. Proprio in quel giorno, la nostra felicità venne oscurata dalle notizie che giungevano per radio o per telefono dall’Italia: era il giorno dell’attentato a Palmiro Togliatti. Voci di agitazioni, smentite e controsmentite, ci preoccupavano non poco. In quello stato d’animo, pieno di sentimenti contrastanti, ci preparammo per il giorno seguente, perché la battaglia era da considerarsi tutt’altro che conclusa”.
Bartali vinse ancora. E in Italia si tornò, lentamente, alla normalità. Venerdì 16 luglio si correva la Briançon-Aix-les-Bains, 264 km, l’altimetria come un elettrocardiogramma impazzito, Galibier, Croix de Fer, Portet, Cucheron e Granier, sterrati e maltempo: anche per Gino il Pio, “una specie di ossessione”. Bartali fu implacabile: 5’53” a Stan Ockers, secondo, 7’09” a Bobet, sesto al traguardo e spodestato nella generale, a 8’03”. Sabato 17 luglio un altro giorno di riposo. Domenica 18 luglio il terzo tappone alpino, la Aix-les-Bains-Losanna di 256 km con le salite di Aravis e Forclaz. Bartali fu irresistibile: la sua terza vittoria consecutiva, stavolta con 1’47” su Schotte, mentre proseguiva il calvario di Bobet, secondo in classifica ma ormai a 13’47”. Insomma: storia. Meglio: storia patria.
In “Sia lodato Bartali” (Castelvecchi), Stefano Pivato scrive che “la stampa cattolica – ma non solo – crea il mito di Gino Bartali che salva l’Italia dal baratro della rivoluzione. Certo, sostengono i giornali, la fermezza di De Gasperi e la prontezza della celere di Scelba hanno evitato il peggio. Ma il merito principale è stato di Gino Bartali al quale ancor più che le qualità fisiche dell’atleta hanno giovato quelle doti religiose e morali che da oltre un decennio ne hanno fatto il campione delle folle cattoliche”. Così 10 giorni dopo sul “Giornale dell’Emilia” furono ricostruiti gli avvenimenti: “Quella sera, alla Camera dei deputati, disorientata, agitata, indignata per il delittuoso attentato di piazza Montecitorio, il clamore discorde fu placato dalla altissima voce di un deputato che gridava: ‘Attenzione! Una grande notizia. Bartali ha vinto la tappa e forse la maglia gialla. Viva l’Italia’. E nello stupore che seguì questo grido, molti animi si rasserenarono”.
Non esistono prove, tabulati, intercettazioni, testimonianze di quella segreta telefonata. Pivato conclude: “Si tratta di esagerazioni e convenienze politiche. Tuttavia da quel 14 luglio 1948 Gino Bartali è entrato nel mito non solo per essersi aggiudicato il suo secondo Tour de France ma, soprattutto, per aver ‘salvato’ l’Italia dalla rivoluzione. E per avere restituito alla nazione intera un orgoglio patriottico lacerato dalle ferite della seconda guerra mondiale”.