La fine di Francisco “Paco” Cepeda

L'11 luglio del 1935, nella discesa dal Lautaret, in località Rioupéroux, lo spagnolo Francisco Cepeda cadde e sbatté la testa. Morì tre giorni dopo, il 14 luglio, festa nazionale in Francia, fu il primo corridore morto in corsa. Una storia dimenticata

17 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 09:25
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Cinque gialli per la maglia gialla. Cinque misteriose storie che hanno accompagnato, intrigato, anche avvelenato il Tour de France. La seconda riguarda Francisco “Paco” Cepeda, spagnolo, deceduto dopo essere caduto al Tour de France del 1935. Una morte a lungo ignorata, silenziata, dimenticata.
   
Tour de France 1935, settima tappa, alpina, la Aix-les-Bains-Grenoble, 229 km con Télègraphe, Galibier e Lautaret. L’11 luglio, un giovedì. La partenza alle 8 e mezzo. Nella generale primo era un belga, Romain Maes, secondo un francese, Antonin Magne, terzo un italiano, il mantovano Vasco Bergamaschi, “Singapore” per i suoi occhi a mandorla. Nella discesa dal Lautaret, in località Rioupéroux, lo spagnolo Francisco Cepeda, detto Paco e più affettuosamente Paquillo, cadde e sbatté la testa. Adriano Vignoli, bolognese di Sasso Marconi, che lo seguiva a ruota, non riuscì a evitarlo, gli piombò addosso, si spaccò la clavicola e si ritirò. Invece Cepeda, per istinto, per dovere, per quel richiamo irresistibile della bici, risalì comunque in sella. Alcuni spettatori lo aiutarono e lo spinsero prima che Cepeda crollasse definitivamente. L’ambulanza lo trasportò all’ospedale di Grenoble. Cepeda vi giunse in coma. Sarebbe morto tre giorni dopo, il 14 luglio, festa nazionale in Francia.
Cepeda non è il primo morto nella storia del Tour: quello è il francese Adolphe Hélière. Questi aveva 19 anni quando esordì al Tour del 1910 da indipendente, approfittò del giorno di riposo a Nizza per tuffarsi in mare, e forse per una congestione, o forse per la puntura di una medusa, fu colpito da malore e tratto sulla riva, poi morì sulla spiaggia. Era, anche quel giorno, il 14 luglio. Cepeda non è neanche il più famoso morto nella storia del Tour: quello è l’inglese Tom Simpson. Questi aveva 29 anni, nel 1967 disputava il suo quinto Tour, aveva già vinto la Milano-Sanremo (1964), il Giro di Lombardia (1965) e la Parigi-Nizza (1967), era già stato campione del mondo (1965), quando sul Ventoux - disidratazione?, amfetamine?, alcolici? – crollò, “Put me back on my bike”, le sue ultime parole, anche lui per istinto, per dovere, per quel richiamo irresistibile della bici. Era il 13 luglio. Cepeda non è neanche il più sconvolgente morto nella storia del Tour, almeno per noi italiani: quello è il comasco Fabio Casartelli. Questi, campione olimpico a Barcellona nel 1992, tre anni più tardi (non aveva ancora compiuto 25 anni) stava correndo il suo secondo Tour quando, scendendo dal pirenaico Portet-d’-Aspet, scivolò e si schiantò contro un paracarro, dalle immagini televisive si capì immediatamente che per lui – sulla strada in posizione fetale – non ci sarebbe stato un domani. Era il 18 luglio. La morte di Cepeda, la prima di un corridore in corsa, è la più silenziosa.
A differenza della stragrande maggioranza dei corridori – il ciclismo è sport povero per poveri, sosteneva Mario Fossati –, Cepeda veniva da una famiglia ricca (il padre era un magistrato). Basco di Sopuerta (“le negro de Sopuerta”, o Sokortua in basco, il suo soprannome, per via della carnagione scura), Paco aveva un volto da attore e non da corridore, proprio bello in un ritratto in giacca, camicia e cravattino, e non scavato, segnato, invecchiato come i forzati della strada. Tre vittorie in carriera (due volte il Circuito di Getxo e una Vuelta di Alava), molti piazzamenti (un quarto, due quinti e un sesto posto alla prima edizione della Vuelta di Spagna, quella del 1935). Nel Tour del 1935 (si correva a squadre nazionali, ma lui non aveva trovato posto nella Spagna e partecipava da individuale) si difendeva come poteva: un 34° posto era il suo migliore risultato e in classifica navigava a un’ora e 40 dalla maglia gialla Maes.
Era un pomeriggio di un giorno da cani, sul Lautaret. La distanza, i dislivelli, la strada, la fatica, anche la canicola. In quel Tour per la prima volta gli organizzatori avevano autorizzato i corridori a optare per i cerchioni in duralluminio, una lega composta da alluminio, rame, magnesio e manganese, più leggeri ma meno resistenti dei cerchioni in legno. Ma c’era un difetto, un rischio, un pericolo: quando la temperatura esterna saliva e i corridori frenavano, il mastice dei tubolari si scioglieva, la gomma scoppiava, la ruota si spogliava, la bici s’imbizzarriva. Ed è quello che accadde: Cepeda fu disarcionato e distrutto.
Di Cepeda, sui giornali, poche righe in cronaca. “Il Tour de France – scrivono Mustapha Kessous e Clément Lacombe in “Le 100 storie del Tour de France” (Gremese) – ha tenuto un basso profilo su questa morte per non attirarsi critiche e responsabilità, dopo aver lasciato che dei ciclisti corressero con un materiale difettoso”. Pierre Chany, firma dell’Equipe, nella sua poderosa “La fabuleuse histoire du Tour de France” (Odil), per l’edizione del 1935 si sofferma sulla prima radiodiffusione (la Tsf, Transmission sans fil), poi si occupa della lotta fra i tricolori di Francia e la nazionale belga e del duello fra Maes e Magne, ricorda perfino il “drapeau rouge” adottato dal patron Henri Desgrange per dirigere la corsa, infine in cinque righe liquida Cepeda, autore di una “fantastique pirouette”, morto nonostante “i chirurghi avessero tentato invano una trapanazione del cranio”. L’inglese Michael Thompson ha invece dedicato a Cepeda la biografia “The Final Descent” (Thompson, anche su Kindle, del 2023), il risultato di nove anni di ricerche.
A differenza di Simpson e Casartelli, Cepeda non ha una stele alla sua memoria nel luogo in cui morì. Sembra che il permesso sia stato finalmente accordato. Ma nulla è stato fatto.