I Mondiali hanno dato un calcio alla scuola tedesca in panchina

I figliocci di Joachim Löw, campione del mondo in Brasile e iniziatore della rivoluzione federale. L’estate più nera per i nuovi profeti, che nuovi non sono nemmeno più

16 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 15:17
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Foto Ap, via LaPresse

Nello sport, una generazione non è sempre legata all’età. Possono riconoscersi nella stessa eredità, ad esempio, tre tecnici tedeschi che nell’ultimo decennio hanno segnato la speranza - più che gli effetti - di un’altra via per il successo, rispetto a quelle già note. Ralf Rangnick va quasi per i settant’anni, Thomas Tuchel si avvicina ai 54, Julian Nagelsmann ne ha “solo” 39: eppure sono tutti figli di Joachim Löw, campione del mondo in Brasile e iniziatore della rivoluzione federale, citata a ogni piè sospinto quale paradigma da seguire per la vagheggiata rinascita del calcio italiano.
Stadi di proprietà, sviluppo del settore giovanile, insegnamento del calcio nelle scuole, apertura ai figli dei migranti, nessun trionfalismo nello stile: è il racconto che per anni ha dato la linea a chi poteva e voleva seguirla. E al quale si sono informati, appunto, tre dei tecnici più studiati, discussi, apprezzati e imitati del continente, che in comune vantano il passaporto e un’attitudine maniacale a introiettare concetti, cercare la verticalità, integrare i singoli campioni entro un contesto sostenibile a prescindere dalla loro specifica presenza, con un’immagine da studiosi e teoreti.
I risultati, tuttavia, sono stati altalenanti: qualche coppa nazionale o supercoppa, promozioni dalle serie inferiori, un campionato austriaco. Per Tuchel, arriva un comodo scudetto francese col Paris Saint-Germain e un’episodica Champions League involata con destrezza dal Chelsea al Manchester City. La prospettiva di allenare un club, si sa, è praticamente opposta al selezionare calciatori per una rappresentativa nazionale: dove servono quotidianità, ripetizione degli schemi, tempo per lavorare non allignano immediatezza, saltuarietà, cementazione di un gruppo coeso.
Nagelsmann, Tuchel, Rangnick hanno avuto la grande occasione con i Mondiali americani del 2026, e in tutti e tre i casi hanno deluso: chi molto di più, come il primo ai vertici della Nazionale di casa, chi un po’ meno, e il secondo che pure ha responsabilità proprie nell’arretramento inglese di fronte all’Argentina. Il terzo, dei tre più celebre quale organizzatore e supervisore (un po’ come Fabio Capello prima di sedere in panchina al Milan), aveva il compito più ingrato alla guida dell’Austria: ma ha passato il turno solo per la benevolenza algerina, salvo cedere di schianto alla super Spagna.
Soprattutto, a naufragare sono state le rispettive teorie, in parte comuni, in parte differenti: è stato il RasenBall Lipsia, versione ruffiana della RedBull, a forgiare l’idea del nuovo calcio tutto dati ed expected goals, intercambiabilità degli interpreti e cessioni innocue per favorire plusvalenze societarie da scatole cinesi. In Nazionale, però, tutto va in funzione dei calciatori più in forma, da non imbrigliare entro un abito improprio lungo un mese, dopo una stagione estenuante. Harry Kane che segna oltre 70 gol e si ferma contro Norvegia e Argentina è l’emblema del posizionale Tuchel.
Per anni attorno a Nagelsmann sono state poggiate le speranze di un futuro differente, ma è bastata la feroce applicazione fisica del Paraguay a inceppare il talento di Jamal Musiala, Florian Wirtz, Leroy Sané, Kai Havertz. Tutti con lo stesso 4-2-3-1 che appare salvifico quanto irrinunciabile, almeno fino al fischio finale: la sconfitta francese in semifinale spiega come il modulo regali un centrocampista all’avversaria, ed esponga tanto al contropiede -con esigue munizioni davanti alla difesa- quanto al dominio altrui, proprio a partire dal possesso del pallone di Spagna e Argentina.
È quindi l’estate più nera per i nuovi profeti, che nuovi non sono nemmeno più: e se per tornare ai fasti di Löw la federazione tedesca scongela Jürgen Klopp, precorritore pragmatico e disincantato dei presunti prodigi ora in disarmo, i club corrono ad accaparrarsi tecnici baschi: Andoni Iraola al Liverpool, Mikel Arteta che difenderà il titolo dell’Arsenal in Premier, Unai Emery a godersi l’Europa League alzata da poco. Con i vicini, cioè il navarro Iñigo Pérez (dal Rayo Vallecano al Villarreal) e lo stesso ct riojano Luis de la Fuente, saranno loro a dettare legge nel 2030?