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Quattro mesi per perdere un Tour, il caso Maurice Garin
Il corridore valdostano aveva vinto il Tour de France 1904. Dopo quattro mesi, ci pensò la giustizia sportiva della Grande Boucle a scipparglielo a causa di due discutibili articoli del regolamento

Cinque gialli per la maglia gialla. Cinque misteriose storie che hanno accompagnato, intrigato, anche avvelenato il Tour de France. La prima riguarda Maurice Garin, lo spazzacamino valdostano che aveva vinto la prima edizione della corsa nel 1903 e a cui fu sottratta quella del 1904.
Durò quattro mesi il suo secondo trionfo al Tour de France, quello del 1904. La giustizia sportiva – la commissione sportiva dell’Union Vélocipèdique de France – lo giudicò colpevole per aver trasgredito gli articoli 6 e 7 del regolamento. Il 6 vietava di pedalare nella scia o in compagnia di ciclisti non incontrati occasionalmente. Il 7 vietava la presenza in corsa di auto che non fossero quelle dell’organizzazione e da cui rifornirsi di cibi, bevande e materiale tecnico. E siccome aveva commesso queste infrazioni in tutte le tappe, Maurice Garin venne squalificato: “Una flagrante ingiustizia”, sbottò, aggiunse che il verdetto era assurdo e spiegò che si sentiva vittima di una macchinazione. Insomma, si proclamò innocente. E sempre lo avrebbe fatto. Ma l’appello contro la condanna non era previsto. Addio Tour.
Era nato in Italia, Garin, ad Arvier, lungo la via dei Galli, a una quindicina di chilometri da Aosta, nel 1871. Da una decina di anni quel territorio era passato nel Regno d’Italia, e da un mese la capitale spostata da Firenze a Roma. Genitori e nove figli, quattro femmine e cinque maschi, povertà, miseria, fame. Nel 1885 emigrarono in Francia in cerca di fortuna e lavoro. Maurice, piccolo e svelto, oltre che affamato, lo trovò da spazzacamino. Da corridore sarebbe stato chiamato “le Petit Ramoneur”, il piccolo spazzacamino. La prima bici a 18 anni. La prima corsa a 21, la Mauberge-Hirson-Mauberge di 200 km, quinto. La prima vittoria a 22, con una bici nuova e più leggera e pneumatici di gomma, la Namur-Dinant-Givet e ritorno, 102 km. Il primo negozio, biciclette, neanche a dirlo, a 24 anni, a Roubaix, con i fratelli François e César. E da quell’anno, professionista. E che professionista: primo nella Parigi-Roubaix del 1897 e 1898 (che vinse ancora da italiano), primo nella Parigi-Brest-Parigi del 1901, primo nella Bordeaux-Parigi del 1902, primo al primo Tour de France, quello del 1903, 2.428 km in sei tappe (tre vinte), 19 giorni tra la partenza della prima e l’arrivo dell’ultima, 94 ore e mezza in sella, alla media di quasi 26 all’ora. In quel Tour, raccontò ai cronisti mentre offriva champagne, aveva perso solo due chili e guadagnato 6mila franchi in Luigi d’oro, e adesso al negozio di bici trasformato in stazione di servizio con autorimessa e distributore di benzina avrebbe cambiato l’insegna: “Au Champion Routier du monde!”, al campione del mondo degli stradisti, con tanto di punto esclamativo. E per non offendere gli organizzatori, svelò che l’unico dettaglio di quel primo Tour de France che avrebbe migliorato era il numero delle penne sul tavolo dei posti di controllo: troppo poche, a volte soltanto una, con rischio di litigi e lotte, risse e beffe. Una volta, come riporta Paolo Facchinetti nel suo “Tour de France 1903” (Ediciclo), “per sbrigarsi e ripartire non aveva esitato a intingere il dito nel calamaio e a firmare il registro con l’indice”.
Il primo accusatore di Garin era stato Henri Desgrange, il patron del Tour. Lo riteneva ingiustamente favorito dallo strapotere della sua squadra, La Française, che aveva piazzato tre uomini ai primi tre posti, stabilendo fra loro una gerarchia e dunque falsando la regolarità della competizione. Ma il dominio e la strategia non erano punibili. La verità è che la corsa era stata falsata da aggressioni ai corridori, attentati alle macchine dell’organizzazione, assedi e assalti di facinorosi, perfino agguati con strisce chiodate lungo il percorso. Si racconta di Hippolyte Aucouturier e Philippe Jousselin, costretti a rifugiarsi in un caffè, che erano poi riusciti a svignarsela travestiti da camerieri con grembiuli bianchi e vassoi. E ancora lotte fra bande di tifoserie opposte: nel mirino anche le bici dei corridori. Giovanni Gerbi, non ancora il Diavolo Rosso cantato da Paolo Conte (aveva solo 19 anni), colpito a pugni e calci, ferito, si era ritirato durante la seconda tappa ed era tornato in Italia per farsi curare. Ma anche i corridori avevano fatto i furbi: chi aveva preso scorciatoie, chi era salito su un treno o un’auto, chi aveva scambiato il dorsale per ingannare i controllori, chi aveva mangiato e bevuto pedalando (era obbligatorio fermarsi, ed era questa una delle imputazioni di Garin).
In fondo, scie e rifornimenti erano infrazioni che non avrebbero meritato espulsione e squalifica. “Alcuni episodi – scrive Franco Cuaz in “Maurice Garin – il ciclismo di un secolo fa” (Musumeci) – dimostrano che si era comportato come tanti altri indotti in tentazione dall’insufficienza dei controlli, dalla tolleranza degli organizzatori, dalle cattive abitudini del passato e dall’umana tendenza a fare un po’ meno fatica…”. Garin non fu il solo punito: 16 corridori vennero squalificati, 12 dei 27 arrivati a Parigi più quattro che avevano abbandonato la gara, e dalla classifica generale sparivano addirittura i primi quattro. Così il Tour de France del 1904 sarebbe stato vinto da Henri Cornet, quinto, soltanto ammonito. Non aveva ancora compiuto 20 anni, ed è ancora il più giovane vincitore di un Tour. Il suo soprannome, affibbiato in tempi non sospetti, era “le Rigolo”, il buffone.