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La crudele meritocrazia del Tour de France 2026
Quello che la prima settimana e la prima tappa tra i monti del Massiccio Centrale, vinta da Mathieu van der Poel, hanno detto di questa (e non solo questa) Grande Boucle

Foto Ap, via LaPress
Per essere un Tour de France scontato, già finito, Pogariferito, non è poi tanto male. L’ultimo respiro della prima settimana della Grande Boucle ha aggiunto certezza a certezze: non sono anni questi di concessioni e libertà, di improvvisazione e bravura nello sfruttamento delle occasioni. È la dittatura del talento. Decenni a parlare di meritocrazia unica via, e mica solo nel ciclismo, e una volta che questa arriva e appare in tutta la sua spietata prepotenza, ecco che ci si lamenta perché vincono sempre i soliti noti. Che poi è uno, Tadej Pogačar, agli altri solo ciò che gli sfugge per difetto di convinzione o per piccoli errori di calcolo ciclistico.
La nona tappa del Tour de France 2026 è stata una sintesi perfetta di tutto questo. In meno di tre ore e mezza, su e giù per le strade della periferia del Massiccio centrale, i corridori si sono resi protagonisti di una lotta tra l’ostinazione di chi fugge e la volontà d’ordine di chi insegue e che vorrebbe provare a vincere tutto il possibile.
In una giornata nella quale i corridori fendevano con le loro biciclette un muro invisibile di caldo sfibrante e umidità asfissiante, versandosi addosso decine di litri di acqua per provare a godere di qualche decina di minuti di parziale sollievo, chi cercava la gloria giornaliera ha pedalato con ostinazione a distanza di un paio di minuti, sempre in restringimento e mai in espansione, da un gruppo che non aveva la minima voglia di rallentare e permettere agli atomi che lo componevano di tirare un po’ il fiato, riposare un po’ le gambe.
Il ciclismo è quasi sempre stato uno sport di distrazioni. Chi era in maglia gialla decideva di disinteressarsi della corsa, lasciava fare, nella speranza di poter un giorno trovare avversari non guerrafondai. E così chi si trovava davanti godeva di qualche ora di libertà, tipo i carcerati.
Tutto ciò non è vero però che c’è sempre stato, è sorto in un periodo che va dagli anni Trenta agli gli anni Quaranta del Novecento, ci sono stati anni nei quali era diventato passato, altri nei quali si era imposto come regola. Dipendeva dai più forti in gruppo: la scelta, all’epoca come oggi, era loro. Il UAE Team Emirates di Tadej Pogačar ha deciso che non c’è concessione garantita, che il Tour è una vetrina mondiale che compete con la Coppa del mondo di calcio e che quindi c’è spazio solo per i più forti. Insomma il trionfo della meritocrazia.
Mathieu van der Poel, Tobias Halland Johannessen, Tom Pidcock, Alex Baudin sono parte di questo meglio. Il primo è un campione capace di rivaleggiare con lo sloveno. Gli altri sono ottimi corridori o potenzialmente tali. Essere riusciti a precedere il gruppo di sei secondi, al termine di circa novanta chilometri di inseguimento crudele e ostinato lo sta a dimostrare. La vittoria domenica di Mathieu van der Poel ha sancito che è davvero così. E così era andata anche per quelle di Isaac Del Toro, Tadej Pogačar, Mads Pedersen, Olav Kooij e Tim Merlier. Tutti corridori di primissima fascia.
La meritocrazia è anche questo. Crudeltà e volontà di imporsi, esclusione di (quasi) qualsiasi opportunità per chi non tra i migliori specialisti di qualcosa di trovare un posto al sole (e non sto parlando della fiction che sa recensire assai bene Annarita Digiorgio). Il ciclismo è sempre stato lo specchio più crudele della società e in questo specchio ha sempre fatto riflettere le figure esaltandone pregi e difetti, quasi offrendo un ritratto grottesco di chi ci si provava a riflettere. Va ancora così.
