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I Mondiali danno l'addio a Cristiano Ronaldo. Bye bye America
La Spagna batte il Portogallo 0-1 e si qualifica ai quarti. Il caos per la grazia a Balogun anima il Belgio che per una volta se ne è fregato della forma e ha badato all’essenziale: fare più gol possibili. Contro gli Stati Uniti è finita 1-4

Foto Ap, via LaPresse
Ha pianto Cristiano Ronaldo al termine di Portogallo-Spagna. Piangeva perché quel 0-1 finale, arrivato al termine di una partita combattuta e piacevole decretava la fine di tutto: del suo Mondiale, dei suoi Mondiali. Cristiano Ronaldo si è sempre creduto quasi eterno. Il problema era il quasi. Quel quasi è saltato fuori in tutta la sua disarmante semplicità e brutalità il 7 luglio del 2026. Per oltre novanta minuti il campione portoghese si è trovato al centro di un palco che un tempo calcava in modo sicuro e manipolava a suo piacimento, attore principale e autore allo stesso tempo, a fare invece lo spettatore protagonista, in continua ricerca di qualcosa che non avrebbe mai trovato. All’AT&T Stadium di Dallas ha provato invano a specchiarsi nella sua eternità, nella luce che un campione porta comunque in dote, perché insita in lui nel suo gioco. Dallas è però una città triste e i grattacieli rubano la scena per sbrilluccichìo, non ci può essere competizione. Avesse avuto più ragione che cuore si sarebbe fatto da parte, utilizzato lo stratagemma di un lieve infortunio. Cristiano Ronaldo però è animato dallo spirito indomito del campione, perché campione lo è stato e continua a esserlo, è immerso in un ricordo di meraviglia calcistica e di vittorie autoimposte. Troppo cuore batte in lui.
Ha pianto Cristiano Ronaldo al termine di Portogallo-Spagna, ha salutato ancora i Mondiali, quelli che non è mai riuscito a vincere e che mai vincerà. L’età, la sua, non concede appello o grazia.
Donald Trump invece farebbe bene a fare mea culpa per la grazia chiesta per Folarin Balogun. Non tanto per la richiesta e per l’abuso di attenzione della Fifa, docile come mai è stata e efficiente come mai è stata nel decidere su una questione che per una dozzina di anni ha sempre messo da parte per evitare di scontentare qualcuno, ma per essere riuscito a ridestare la voglia di giocare di un Belgio che sino a ieri si era limitato a fare come Regina Cattiva di Biancaneve: “Specchio specchio delle mie brame chi è la squadra più bella del reame?”. Lo specchio ovviamente rispondeva come un collaboratore di Trump a Trump.
Il Belgio è sceso in campo con cattiveria e determinazione, se ne è fregato della forma e ha badato all’essenziale: fare più gol possibili. Ne ha realizzati quattro, anche perché davanti aveva una Nazionale stralunata, distratta da tutto quello che era accaduto con un centravanti, Folarin Balogun, a cui tremavano le gambe. Un disastro sportivo per intercessione presidenziale.
La politica non è mai stata lontana dallo sport, lo ha usato e lo sport si è sempre fatto usare volentieri, ma è sempre meglio non essere sfacciati, muoversi con circospezione. Perché quando la politica entra nello sport platealmente, va sempre a finire che le gambe degli sportivi tremano e l’effetto è sempre il contrario di quello sperato. Ma Trump ha troppi specchi davanti e poco calcio alle spalle.
