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il tour al via •
Montjuic, la collina che il Tour ha capito (e la Vuelta un po' meno)
Sabato il Tour de France parte da Barcellona. Non è soltanto una Grand Départ prestigiosa: è l'incontro con il Montjuic, il luogo che meglio racconta l'identità sportiva della città e che negli anni ha saputo accogliere chi ha saputo rispettarlo.

Foto Ap, via LaPresse
Barcellona e il ciclismo si tengono insieme per una ragione semplice e una più difficile da spiegare. La prima è il Montjuic, la seconda è che questa collina racconta la città meglio di qualsiasi slogan turistico. Dopo le Olimpiadi del 1992 è diventata la cartolina verde di Barcellona, il suo teatro sportivo permanente. La Volta a Catalunya la considera da sempre un approdo naturale, il Tour de France ci arriva come chi entra in una casa di cui conosce già le regole.
Quel rapporto complicato tra la Vuelta e Barcellona
Il paradosso è che il Montjuïc funziona soprattutto quando è la stessa Barcellona a volerlo. La Volta lo ha trasformato nel proprio rito di primavera, un finale che sembra scritto nella geografia della città. La Vuelta, invece, quando ha provato a farne un palcoscenico, ha lasciato la sensazione opposta. Non è soltanto una questione politica. Nel 2023 la corsa spagnola partì proprio da Barcellona, ma il ricordo resta legato alle polemiche della vigilia e soprattutto a un avvio complicato: la cronosquadre inaugurale, infatti, si disputò sotto una pioggia battente e, complice la scelta dell'orario di partenza, le ultime squadre finirono per correre quasi al buio. Le polemiche sulla sicurezza infine finirono per oscurare il valore sportivo della tappa. Come se il Montjuïc, più che essere utilizzato, pretendesse di essere riconosciuto. E in fondo è successo qualcosa di simile anche con il calcio: la parentesi del Barcellona allo Stadio olimpico “Lluis Companys”, durante i lavori al Camp Nou, non è mai riuscita a trasformare quella collina in una vera casa. Anzi, fu un flop inimmaginabile.
Il
Tour arriva da ospite, non da padrone
Il Tour, invece, sembra aver intuito la differenza. La Grand Départ è stata costruita cesellando ogni dettaglio, come per la partenza dall’Italia del 2024, facendo del Montjuic il centro delle prime due giornate: la cronometro a squadre dal Parc del Fòrum fino alla collina olimpica, poi una seconda tappa che tornerà ancora sulle sue strade con lo sprint finale davanti allo stadio. Non è soltanto una scelta tecnica. È il modo con cui gli organizzatori francesi hanno deciso di raccontare Barcellona, usando il luogo che meglio tiene insieme il mare, la città e la memoria sportiva custodita nelle curve della sua collina.
La differenza è sottile ma evidente. Il Tour non ha provato a piegare il Montjuic alle esigenze della corsa, ha lasciato che fosse la collina a dare un'identità alle due tappe.
C'è anche un altro dettaglio curioso. Per un fine settimana Barcellona sembrerà quasi più vicina alla Francia che al resto della Spagna. Non è una provocazione geopolitica, ma una questione di stile. Il Tour porta con sé una liturgia fatta di paesaggio, scenografia e racconto del territorio che la capitale catalana sembra assecondare con naturalezza. La stampa francese ha presentato la partenza come una grande storia europea, quella catalana come un'ulteriore consacrazione internazionale della città. La Spagna, in questo racconto, resta quasi sullo sfondo.
La collina che racconta la città
Ed è qui che Montjuic torna a essere qualcosa di più di una salita. È il punto in cui Barcellona continua a mostrare la propria memoria olimpica senza doverla spiegare. Il luogo dove il ciclismo smette di essere soltanto una corsa e diventa un modo per leggere la città: si sale per osservarla, si scende per attraversarla, si torna in alto per ritrovarne il ritmo. La Volta lo sa da decenni. Il Tour sembra averlo capito subito. La Vuelta, finora, un po' meno. Ed è probabilmente questo il vero significato della partenza di sabato: non una corsa che sceglie una città, ma una città che decide se riconoscersi in una corsa.