Che palle, il pallone! Se il calcio cresce dove finiscono i divieti. L'America e noi

Dalle spiagge ai cortili italiani il gioco ormai è un intruso, da allontanare con cartelli e divieti. A New York, invece, le strade chiuse alle auto diventano campetti temporanei, sull'onda dei Mondiali: anche così si coltiva il calcio

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Ultimo aggiornamento: 06:57
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Il cartello con il severamente vietato giocare a pallone è ben piantato nella maggioranza delle spiagge nostrane (la severità è usata soprattutto per i fastidi, oltre che per i pericoli pompati, o solo percepiti). Ma ci sta. Quando sei tranquillo e unto a leggere lo smartphone, o nel pisolare pallido e assorto, se ti arriva la pallonata o lo schizzo di sabbia, e non hai un grande aplomb, o un senso alto del vivere, ti scappa facile l’imbruttire. 
Il più esplicito, di questi cartelli, non ha bisogno di parole: simbolo stradale del divieto, cerchio rosso con barra obliqua, sopra un bel pallone a pentagoni. In vendita su Amazon, in plastica rigida, quadrato, 100 mm x 100 mm, al costo uno scudo (five euro). 
Anche nei cortili dei palazzoni, da quelli piallati dal cemento a quelli dal verde curato e intoccabile, il divieto di giocare a pallone è severo e ben esposto sulle ringhiere e i portoni. Ma se ne trovano anche abbracciati all’albero di un prato condominiale, legati a quello che sarebbe un potenziale palo.
In città, dove ogni altro possibile spiazzo è divorato dalle auto, l’immagine di un ragazzino con il pallone sottobraccio e le ginocchia sbucciate fa ormai parte dell’album dei ricordi. Verrebbe da tradurre che per avere il dribbling d’istinto, o l’illuminazione di un Olise devi essere cresciuto fuori, lontano, dai cartelli di divieto e il mosaico di parcheggi.  
A New York, che può dirsi la capitale di questi Mondiali, il sindaco Mamdani ha unito business e sentimento con l'iniziativa Soccer Streets, nei due mesi che precedevano la grande abbuffata di pallone ed etnie, trasformando temporaneamente le strade adiacenti a 50 scuole pubbliche in campi da gioco senza auto. Coraggioso. Anche per essere stato l’unico essere umano al mondo ad aver usato una citazione di Mario Balotelli. "Quando faccio gol non esulto perché sto solo facendo il mio lavoro.” La New York che ospita i Mondiali, ben organizzati e sicuri, per Madmani merita il paragone senza festeggiamenti. Tutto bello. Vero a metà. L’iniziativa della Grande Mela è stata coltivata in questo ultimo anno dalla piattaforma Nike Toma El Juego (in spagnolo "prendi il gioco"), movimento globale di street soccer creato da Nike, che semina tornei, ovviamente gratuiti, con partite, a classiche porticine, che vanno dall’uno contro uno, al quattro contro quattro. Succede in varie città del mondo, Milano compresa. In Piazza Lavater l’evento ha rivitalizzato una storica edicola, dove langue la carta stampata si è concentrata la cultura, in stile yankee, of course, del calcio on the road: la partitella sull’asfalto con il robusto contorno di brand, musica e ospitate vip. Basta che funzioni, insegna Woody Allen. 
Intanto, un cicinin sarà magari anche per queste differenti visioni ed efficienze, che noi siamo in poltrona e gli Stati uniti, che hanno stadi pensati per un altro, il loro, Football (tutti riadattati alle dimensioni Fifa e all’obbligo del manto erboso naturale; in alcuni sostituendolo per intero, in altri creando un nuovo sistema di irrigazione, ventilazione e illuminazione per mantenere l’erba in salute) sono agli ottavi, con i quarti sempre più golosi: giocheranno sotto il loro cielo contro un Belgio meccanico, che ha usurpato, per fondoschiena e concessione arbitrale, quello che meritava con gli onori il Senegal. Dove il Calcio si coltiva su strade sterrate e polverose. Ma il Dio Eupalla, a quanto pare, non esiste. O forse, si era solo distratto.