Il derby di Marko Farji, iracheno di Norvegia

L'ala (poco utlizzata) del Venezia debutta ai Mondiali con la maglia dell'Iraq - stato d'origine dei genitori, ma di etnia curda - pur essendo nato e cresciuto in Norvegia. In Italia ha giocato solo 21 minuti in due partite,  nella Coppa del mondo cerca il suo spazio nel calcio

16 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 10:02
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Foto Ap, via LaPresse

Il fantasma della laguna sbarca ai Mondiali. Non è il titolo di un romanzo fantasy sportivo, ma la condizione in cui Marko Farji, ala del Venezia e della nazionale irachena, affronta la Norvegia nella prima partita del girone eliminatorio: “piccolo” particolare, l’atleta ha nazionalità norvegese, è nato nel paese scandinavo e vi ha sempre militato nel massimo campionato, prima dello scorso inverno.
In laguna, appunto, il ventiduenne ha messo assieme finora la miseria di ventun minuti di gioco in sole due partite, risultando un oggetto misterioso e apparentemente fuori dagli schemi di Giovanni Stroppa. Ma la sua rappresentativa d’elezione, quell’Iraq dal quale fuggirono i genitori (di etnia curda), ne sta facendo un elemento portante per provare a scardinare i pronostici che la vedono uscente al primo turno.
Il tutto, mentre all’esordio di Boston dovrà vedersela con amici personali, ex compagni di club, il tifo naturale dei vicini di casa per la propria terra: “Sono norvegese, sarà incredibilmente emozionante e più speciale incontrare il paese da cui provengo”, ha dichiarato al tabloid Verdens Gang di Oslo. “Forse ancor di più per la mia famiglia, che guarderà la partita da casa e uscirà a vivere l’atmosfera a Drammen”, la città del “suo” Strømsogodset.
Nato nella vicina Grimstad - come i ciclisti Thor Hushovd e Dag Otto Lauritzen - e debuttante con la casacca locale dello Jerv, Farji ha infatti percorso tutta la trafila giovanile nei blu, là dove il campionato di prima divisione continua imperterrito nonostante il Mundial. Eppure, di fronte ad alcun segnale dalla Federazione norvegese per una sua eventuale convocazione nelle Under, ha invece risposto affermativamente alla chiamata dell’Iraq, traslocando alla Nazionale maggiore un anno e mezzo fa.
Ed è stato proprio lui a fornire l’assist decisivo, la notte del 1° aprile, ad Aymen Hussein per battere la Bolivia nel barrage internazionale e riportare i mesopotamici a una fase finale dopo quarant’anni dalla prima e unica volta: si giocava sempre in Messico, erano i giorni della guerra contro l’Iran. Saddam Hussein avrebbe invaso il Kuwait quattro anni più tardi.
Che Marko possa stupire i fan della maglia che indossa, quelli più stretti che dovranno subirlo, la platea globale, lo ha detto anche l’amichevole del 4 giugno contro la Spagna (meglio, le sue riserve), terminata 1-1 con grande impressione da parte dell’esterno d’attacco, capace di sfuggire a Marc Bernal rendendone inevitabile l’ammonizione.
Come sempre in questi casi, è il tema della cittadinanza sportiva a tenere banco, e della facilità di optare per questa o quella selezione a seconda delle convenienze del momento: galeotto fu il sorteggio che impone alla famiglia Farji - padre ingegnere, originario di Sulaymaniyah - di dover scindere parte della propria identità, naturale e ricostruita.
È quanto avrà fatto anche Yasin Ayari, la nuova stella della Svezia, che ha steso con una doppietta la Tunisia del padre, evitando di gioire dopo la prima rete e liberandosi dopo la seconda. Con in più, la peculiarità curda che muove nei network le polemiche di chi non ci sta a veder giocare il proprio campione sotto le insegne dell’Iraq, storicamente occupante e repressivo.
Insomma, non una partita come le altre, né un giocatore che passa inosservato ai suoi duecentomila follower: l’arrivo in Italia ha convogliato negli spazi web del Venezia centinaia di iracheni che ogni giorno si chiedono “dov’è Marko?” e perché a volte non venga convocato. Nel 2026, e chissà per quanto, l’estrema popolarità di base può ancora coprire storie intime e disarmanti.