Quelli che aspettano il Giro d'Italia

La festa della corsa rosa vista a lato della strada. Il giro per l'Italia di Mauro e Alina e gli altri volti a bordo strada

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16 MAY 26
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Foto LaPresse

Quelli che aspettano il Giro d’Italia sono anch’essi il Giro d’Italia. Condividono con i corridori il caldo e il freddo, il sole e la pioggia, forse non la fatica, senz’altro non le tre settimane, ma ogni volta che il Giro d’Italia passa vicino alle loro case, scendono dalle scale o escono in giardino, mettono in pausa le loro vite, fanno centinaia di metri o centinaia di chilometri per mettersi a bordo strada e vedere i corridori passare. Sono corpi e volti fermi sullo sfondo, corpi e volti che mai verranno riconosciuti, fermati, che si trasformeranno in un autografo o in un selfie, eppure sono indispensabili. E per uno scemo che è lì solo per un frame in diretta mondiale ce ne sono mille e mille che sono lì soltanto per quello spettacolo di colori, suoni, velocità e, soprattutto, uomini in bicicletta.
Quelli che aspettano il Giro d’Italia non aspettano il passaggio dei corridori soltanto con il bel tempo. Lungo le strade infradiciate dall’acqua che portavano a Potenza, hanno affollato vie paesane e banchine collinare e montane, riuscendo nell’impresa di colorare anche il grigiume del maggio grondante acqua.
Tra quelli che aspettano il Giro d’Italia ci sono Mauro e Alina. Lui di Catanzaro, lei di Fermo. Lui andato a Fermo per lavoro, lei andata a New York per lavoro, ma tornata a Fermo per vacanze e lì rimasta definitivamente per Mauro.
C’erano lungo il percorso che portava a Cosenza; c’erano lungo quello che portava a Potenza; c’erano a Napoli, a 350 metri dall’arrivo; e pure lungo la strada che ha portato ieri i corridori in cima al Blockhaus. Una settimana di ferie in camper lungo le strade del Giro per festeggiare i loro dieci anni di matrimonio e i loro sedici anni di amore. Un amore nato in bicicletta.
“Ero da un anno e mezzo a Fermo. Ero salito per lavorare come progettista in una grossa azienda. Due cose mi ero portato da Catanzaro oltre i vestiti: circa quaranta chili di passata di pomodoro e la bicicletta. Un giorno lungo la strada in salita che mi riportava in città dal mare, incontro una ragazza ferma a bordo strada che cambiava la camera d’aria alla ruota posteriore. Quella ragazza faceva l’analista finanziaria a New York e di New York amava tutto meno una cosa: non poteva pedalare. Pedalammo per una decina di chilometri assieme. Furono i primi. I primi di moltissimi che continuano ancora”, racconta al Foglio sportivo Mauro.
L’idea di seguire il Giro d’Italia 2026 lungo le strade della corsa rosa è stata di Alina. “Ci siamo sposati tra il 14 e il 28 maggio del 2016. Prima cerimonia laica a Fermo, poi cerimonia religiosa a Catanzaro, i nonni di Mauro non potevano muoversi, soffrivano il mal d’auto e il mal di treno, quindi abbiamo raddoppiato. Dieci anni dopo il Giro ripartiva in Italia da Catanzaro e faceva tappa a Fermo. Era un qualcosa di curioso che meritava di essere celebrato”, spiega Alina. “E così ci siamo messi in strada. La mattina piccola pedalata, il pomeriggio tappa del Giro”. Perché il Giro è bellissimo da vedere in tivù, “ma dal vivo è tutta un’altra cosa. Dal vivo sei dentro il Giro, vedi a pochi centimetri i corridori, partecipi alla festa”. Una festa itinerante che continua a muoversi per l’Italia da oltre un secolo.
Quelli che aspettano il Giro sono parte di quella festa. Sono quella festa.