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Migliorare lo spettacolo del calcio italiano migliorerebbe anche gli arbitraggi
Guardando Paris Saint-Germain-Bayern ho pensato che l’unico modo per uscire dalla miseria in cui ci siamo infilati fosse quello di migliorare i luoghi e lo spettacolo, come una sorta di distrazione di massa che ci portasse a guardare l’arbitro con occhi più piccoli
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1 MAY 26

Foto LaPresse
Il caso Rocchi, esploso all’improvviso come una bomba dimenticata nel mare, ripropone la teoria dell’eterno ritorno. A distanza di 20 anni da Calciopoli, la classe arbitrale si ritrova ancora al centro di un’inchiesta dove tutto sembra piegarsi ad una logica di potere e non di giustizia. Vent’anni fa le varie sentenze condannarono quello che fu definito un sistema, mentre oggi siamo soltanto all’inizio di un processo che ancora non possiamo dire dove porterà. E mentre restiamo fermi in attesa, come pescatori senza l’esca, guardiamo le partite scorrere davanti a noi, e non lo facciamo più con gli stessi occhi di prima. Un arbitro fischia, poi va al Var, la gente protesta, si sentono rumori, le parole dei telecronisti. Nessuno sa che cosa succederà di lì a poco.
Ogni scelta è giusta, ogni scelta è sbagliata. Il fatto è che ormai l’arbitraggio non appartiene più a nessuno. Non appartiene a noi che siamo semplici spettatori, non appartiene all’arbitro che ormai non sa più che fare, non appartiene nemmeno alla macchina, il Var, che non è in grado di analizzare le immagini con il necessario rigore (ops) scientifico. Insomma siamo di fronte a una drammatica (nel suo contesto) situazione di impotenza assoluta, nella quale l’uomo, ormai ex arbitro, ex giudice, ex figura sine qua non, è condannato a soccombere.
Ma guardando Paris Saint-Germain-Bayern ho intravisto la salvezza, come perso in un sogno. Non capivo più che cosa fosse vero e che cosa fosse falso. Era tutto talmente rapido e bello che persino l’arbitro, concedendo due rigori che mai avrei fischiato, mi pareva un genio. Insomma l’estetica della partita rendeva il quadro pieno di colori in movimento, senza quelle posizioni statiche a cui siamo ormai tristemente abituati: la mano dell’arbitro all’auricolare, la corsa verso il monitor, l’annuncio quasi ridicolo alla folla, la protesta sdentata dei tifosi. La velocità della partita portava a rendere l’arbitraggio un fatto secondario, con calciatori felici di recitare un copione svelto, senza proteste, quelle finte indignazioni di cui ormai abbiamo fatto il pieno nel nostro campionato. Il tutto, dentro una cornice luccicante rappresentata dal Parco dei Principi, lo stadio in cui si stava giocando. Ho pensato che l’unico modo per uscire dalla miseria in cui ci siamo infilati fosse quello di migliorare i luoghi e lo spettacolo, come una sorta di distrazione di massa che ci portasse a guardare l’arbitro con occhi più piccoli. Non so se questa possa davvero rappresentare una via d’uscita, però dobbiamo provarci, fuggendo dalla mediocrità in cui siamo finiti. Perché alla base di una rinascita resta comunque l’uomo, senza il quale anche una macchina molto avanzata continuerà a balbettare. Il calcio deve tornare ad essere protagonista con i suoi migliori interpreti, i calciatori. Il resto, la politica, i soldi e il malaffare, lasciamo che si perdano dentro l’abisso di un eterno ritorno.