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Ecco come Chivu si è preso testa e cuore dell’Inter
Scudetto, finale di Coppa Italia e quel paragone con Mourinho, così il tecnico ha aggiustato le macerie
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25 APR 26

L'allenatore dell'Inter Cristian Chivu (foto di Matteo Bazzi per Ansa)
Alessandro Bastoni l’aveva anticipato in tempi non sospetti. Lo disse quando l’Inter navigava tra certezze fragili e ambizioni alte, in bilico tra trionfo e delusione, su quel filo che nell’annata precedente si era spezzato a un passo dal traguardo. “Ciò che siamo è merito di Chivu”, sentenziò il difensore nerazzurro prima che la sua stagione venisse risucchiata nel vortice di Inter-Juve, della Nazionale eliminata ai playoff, dei fischi e della corte del Barcellona. Oggi, con la squadra lanciata verso un possibile doblete scudetto-Coppa Italia, il valore di Chivu non è più in discussione, ma lo spogliatoio aveva già espresso in anticipo il verdetto sul successore di Simone Inzaghi.
L’Inter 2025/26 non è radicalmente diversa da quella dell’anno scorso: l’organico è stato rinforzato in attacco, puntellato a centrocampo, consolidato in difesa con Akanji. Eppure, qualcosa è cambiato in profondità. La notte dei lunghi coltelli contro il Fluminense al Mondiale per Club – sconfitta per 0-2 che sancì l’eliminazione agli ottavi – aveva lasciato crepe evidenti. Cristian Chivu ha raccolto quel vaso incrinato e lo ha riparato con maestria, trasformando le ferite in venature d’oro. Ferri arrugginiti come Zielinski sono diventati lame affilate. Lo zoccolo duro ha ritrovato fiducia. Chivu si è rivelato il miglior aggiustatore (copyright Claudio Ranieri) di un gruppo che a molti sembrava arrivato al capolinea.
Giunto in punta di piedi, anticipato da un veloce flirt nerazzurro con Fabregas finito con un due di picche, Chivu ha chiarito subito la sua visione. Già nella conferenza stampa di presentazione a Los Angeles, a oltre 10.000 chilometri da Appiano Gentile, i suoi comandamenti sono netti: “Con me si torna alle radici dell’interismo. Lo conosco bene: significa orgoglio, lealtà e attaccamento ai colori”. Un principio nobile – l’Inter agli interisti – che la dirigenza ha fatto proprio, sorprendendo in un’epoca dominata da proprietà straniere non curanti della storia del club. Nell’interismo all inclusive c’è anche il Mourinho pack, con le sue sorprese. La prima tutt’altro che gradita. L’Inter comincia il campionato, vince facile col Torino, ma inciampa con l’Udinese e, dopo la sosta, pure con la Juventus. Tre punti in tre partite, dagli all’allenatore stagista, a quello senza pedigree con solo 13 panchine in A. E, inevitabilmente, spuntano i nomi dei possibili sostituti. Tra questi, spicca a furor di popolo proprio il nome di Mourinho. È il primo incrocio, scomodo, col passato. Chivu si è abbeverato per anni alla fonte dello Special One, era uno dei suoi soldati preferiti in campo. Quando nel novembre 2010 si infortunò gravemente, il portoghese – fuggito al Real Madrid – non esitò a stargli vicino, motivandolo da lontano. Lo stesso Chivu ha detto che Mou l’ha formato anche umanamente.
L’Inter supera la crisi, si rimette in corsa e nessuno mette più in discussione il suo tecnico che entra nella testa dei giocatori e nel cuore degli interisti. Ma Mourinho non scompare definitivamente, anzi torna. Stavolta come fantasma ispiratore. È bastato infatti che si alzassero i decibel del rumore dei nemici per alimentare quello che restava nascosto nell’animo di un allenatore che profumava di nuovo per il nostro calcio. Sempre col sorriso, con quel tono un po’ disincantato e mai sopra le righe nemmeno dopo le bufere di Napoli-Inter. “Il rigore contro Mkhitaryan? Niente scuse, non piango per coerenza. Litigare con la panchina avversaria (riferendosi alla querelle Lautaro-Conte) ti fa solo perdere energie. Sto cercando di cambiare le cose, ma per ora lotto da solo. Siamo sempre abituati a lamentarci: dobbiamo evolverci. Finché sarò qui farò questo”. Roba da “scusi, può ripetere perché non crediamo alle nostre orecchie?”. E infatti non l’ha più ripetuto. Racconta che si è dovuto adeguare, soprattutto dopo i maremoti post Inter-Juve. Difficilmente tornerà sui suoi passi, deve aver capito che non c’è spazio in Italia per una rivoluzione del pensiero davanti a microfoni e taccuini. Così il “non sono un pirla” del vate di Setubal diventa “non sono un fesso” nella versione 2.0.
Filosofia e comunicazione a parte, il bilancio di questa stagione può già essere abbozzato. Siamo sicuri che Chivu avesse in testa di incidere maggiormente sulla trasformazione tattica di una squadra che aveva bisogno di una mano di vernice, di qualcosa di nuovo rispetto a un copione che gli avversari cominciavano a leggere sempre più nitidamente. Complici il fallimento di alcune trattative di mercato (una su tutte quella di Lookman) e lo shock della doppia sconfitta in avvio di stagione, anche sul campo Chivu ha dovuto recuperare – anche qui – la tradizione. Il suo 3-5-2 è più aggressivo e verticale nello sviluppo del gioco rispetto al passato, ma rimane sempre il modulo dei predecessori Simone Inzaghi e Antonio Conte. Anche se i numeri dell’Interchivu sono interessanti. Partendo dal Mondiale per Club, l’allenatore romeno ha collezionato 52 panchine con 35 vittorie, 5 pareggi e 12 sconfitte (una ai rigori col Bologna in semifinale di Supercoppa Italiana). La media punti è 2,11, in linea con Inzaghi, Mourinho e Conte. Ma è impressionante è il numero di reti segnate, già 106 tenendo conto di tutte le competizioni. Interessante, ora, sarà vedere le mosse per la prossima stagione che probabilmente comincerà con in tasca il rinnovo del contratto attualmente in scadenza 2027. Chivu avrà la possibilità di incidere maggiormente sul rinnovamento della squadra, forte dei risultati ottenuti. Ma prima fa i calcoli sulle possibili date scudetto dopo avere aggiunto in agenda la finale di Coppa Italia del 13 maggio all’Olimpico. Continua a correre, come fa in campo, partendo dalla panchina, dopo i gol che pesano. Le ultime galoppate per festeggiare sono di martedì scorso a San Siro, sul 2-2 di Çalhanoglu e sul sorpasso di Sucic contro il Como. Ed ecco che torna Mourinho, uno che a livello di pazze corse in campo poteva tenere testa a Mazzone. Memorabile quella a fine Barcellona-Inter nel 2010 anno del triplete, ma indimenticabile anche la galoppata al gol dell’1-1 di Costinha all’ultimo respiro in Manchester United-Porto del 2004.
Chivu è allora il nuovo Mourinho? Il tecnico nerazzurro anche se lo pensasse non ce lo direbbe mai: “Io sono Cristian e metto la mia passione per la squadra e per i ragazzi. È grazie a loro che voi fate questi titoli, a me interessano poco”. Una risposta perfetta. Una risposta alla Mourinho. Sapendo proprio quello che pensano i suoi giocatori: “Ciò che siamo, è merito di Chivu”.