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La Serie A sta conquistando l'irrilevanza
Il calcio che si gioca in Italia non sembra nemmeno lontano parente di quello che si gioca in Europa. E del campionato non sembra interessare nemmeno agli interisti già campioni virtuali
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20 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:56 PM

Inter Milan’s midfielder Nicolo Barella celebrates after scoring during the Italian Serie A soccer match between Inter Milan and Cagliari at the Giuseppe Meaaza stadium in Milan, Italy, 17 April 2026. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
Ne ho lette di novelle in settimana, la domanda incessante se Bayern-Real di Champions e Manchester City-Arsenal di Premier League siano lo stesso sport della Serie A italiana. Viene da dire di no, osservando lo spazio sempre minore che gli articoli relativi al massimo campionato nazionale trovano nei media specializzati, in fondo allo scroll. Una distopia che porta ragazzine e ragazzini a tifare Paris Saint-Germain o a immedesimarsi in Lamine Yamal: il torneo interno è irrilevante, se non per le mere ed eterne beghe tra confinanti.
La Serie A non è interessante manco per gli interisti già campioni virtuali, manco per i feticisti di Antonio Conte - una settimana crolla lui, una Massimiliano Allegri - né per le solite guerre intestine di Trigoria, ché alla Lazio importa solo andare in finale di Coppa Italia. A volte c’è l’impressione che parlarne sia come discettare di filatelia, di velieri in bottiglia, di amanuense ionizzazione dell’atomo: una nicchia da coda lunga, il “Glass museum” dei meravigliosi Tortoise. Solo tartarughesche, lunghe volate per designare la meno incompleta di due squadre, ad esempio Como o Roma (“magno, bevo e tifo Gasp”) per spartirsi le quote nelle coppette.
Non siamo neanche capaci di diventare serbatoi B per i consorzi globali - Chelsea - che investono con profitto nel Racing Strasburgo, semifinalista di Conference per vendicare un secolo di piccolo cabotaggio, quando qualcuno trova il lusso di attaccare le politiche del Como e il suo atteggiamento da “Adventurer” (metacanzone electro di French79) verso il calcio: certo più rispettoso delle minacce bullistiche da mondo di mezzo che nemmeno ci si può permettere, dopo Zenica.
E non è manco questione di noia: dimmi cosa fai, e non ti dirò chi sei. Esistono 3-5-2 giochisti e 4-2-3-1 risultatisti, poi ci sono quelli come Luciano Spalletti che nei club ci sguazzano e capiscono di poter osare un inedito 3-4-3 per tornare stabilmente tra le prime quattro “premiate”. Dove si inchioda il Milan, con Adrien Rabiot che segna all’Hellas Verona in fotocopia al gol realizzato proprio allo stadio Sinigaglia: anche l’assist man è lo stesso, quel Rafael Leão che si riscatta assieme a Jonathan David e addirittura M’bala Nzola. Ancora tu?
Il gusto della settimana invece si chiama Nesta Elphege: nome da difensore, dà però sostanza offensiva alla rigida linea di Carlos Cuesta, il meno spagnolo degli allenatori. Confermando che il suo appellativo discende dal secondo battesimo di Bob Marley, il dreadlock soldier che ha sparato dritto in porta, sotto una curva di sedili colorati ma semivuoti.
Ecco: l’unico tema che sta un po’ appassionando il dibattito pallonaro in Italia sono i nuovi stadi o quelli rimessi a nuovo, tra Venezia e Firenze. Con un occhio al futuro di Milano e a quello, ben più nebuloso, di Roma. Come fossero la panacea per investimenti, crescita, vita settimanale e merchandising: quando invece la questione è riportarcele, le persone negli stadi. Lo diceva già Elio, durante i primi mondiali americani.