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All'Inter manca solo la matematica per brindare allo scudetto
Dopo il solito primo tempo di fuoco, Como cede e spiana la strada al 21esimo scudetto nerazzurro. Malen firma la prima tripletta della stagione. In coda, Pisa e Verona già retrocesse, mentre Cremonese e Lecce si giocano l'ultimo posto disponibile
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13 APR 26
Ultimo aggiornamento: 01:27 PM

Inter’s Denzel Dumfries and Inter’s Marcus Thuram goal celebrate during the Serie A soccer match between Como and Inter at the Giuseppe Sinigaglia stadium in Como, north Italy - April 12, 2026 - Sport Soccer. (Photo by Alessio Morgese/LaPresse)
Poi dice che non ci si qualifica ai Mondiali. La prima tripletta della Serie A arriva alla trentaduesima giornata, il 10 aprile, grazie naturalmente a uno straniero: a Donyell Malen è sufficiente arrivare a gennaio per mettersi in scia di Lautaro Martínez, il quale a sua volta ha la quasi certezza di rimanere in vetta alla graduatoria dei cannonieri anche se non giocherà le prossime tre partite. Non è che si segni poco, anzi: il festival di Como, le triplette di Roma e Udinese sono là a dimostrarlo. Nelle condizioni migliori, tuttavia, vanno a rete un po’ tutti: la Lazio - non una neopromossa precaria - ha tre top scorer con quattro reti ciascuno, i gol di Altobelli, Pruzzo e Bettega oggi li segna Jurgen Ekkelenkamp che fa tutt’altro mestiere. “Once upon a long ago”, cantava Paul McCartney interrotto a Sanremo dalle vittorie di Alberto Tomba, il calcio era certamente più leggibile. Le belle reti comunque non mancano, tipo Mohamed Atta a San Siro, nella stessa porta e allo stesso modo di Vladimir Jugović nel ‘97: “just a little bit of history repeating”, Propellerheads vs. Shirley Bassey.
L’ultima giornata, in ogni caso, ha diradato le residue nebbie nel pronostico finale: dopo il solito primo tempo da fuoco e fiamme, come accadde contro il Milan, il laboratorio Como cede all’urto e dà via libera all’Inter verso il suo 21esimo titolo nazionale. Ancora incompleta, con una difesa (una fase difensiva?) non curata all’altezza del resto della squadra, la formazione di Cesc Fàbregas prende otto gol al passivo dai nerazzurri in due partite - e manca ancora la semifinale di Coppa Italia - battendo solo la Juve tra coloro che oggi la sopravanzano. “Cosa farò da grande” il tecnico catalano lo sa, “noi siamo piccoli ma cresceremo”. Sì, buonasera: dovessero andare comunque in Champions League, gli scontati addii imporranno una sorta di ripartenza senza gegenpressing. “Don’t believe the hype”, oggi vale per i lariani come per il set genovese di Charlotte de Witte cum grano Salis: noi siamo piccoli, ma dateci del lei.
Un nome s’impone, tra le firme del successo nerazzurro in riva al lago: Denzel Dumfries è rimasto fuori per mesi, e non è la stessa cosa dover schierare Luis Henrique, adattare gli interni Andy Diouf o Davide Frattesi, aspettare a lungo anche Matteo Darmian, rimpiangere il calendario infausto dell’ex ala Henrikh Mkhit’aryan o la frettolosa cessione dell’ambivalente Nicola Zalewski. L’olandese “it’s ace, it’s top, it’s mint, it’s boss, it’s class”, nel lavoro dei sogni di Yard Act e in concomitanza alla resa definitiva del Milan (“tolgo gli ormeggi”, Massimo Volume), mentre Antonio Conte ha la testa alla Nazionale e non riesce a rimanere più di un anno nello stesso ambiente (“From now on, you can forget your future plans”, Klaxons).
A Roma giallorossa invece, nonostante il facile trionfo contro il Pisa, Claudio Ranieri si scopre inedito yesman aziendale per stuzzicare Gian Piero Gasperini: eppure non gli si addice di fare l’Ibra dei Friedkin, dovrebbe chiedersi anzi “what the hell am I doing here?” (Radiohead). Curioso il gioco delle coppie nella bassa classifica: Pisa e Verona sanno già di scendere a braccetto, così Cremonese e Lecce sono consce che ci sarà una sola poltrona nella prossima Serie A. Idem Cagliari e Fiorentina, non ancora fuori del tutto, quando Genoa e Parma possono respirare. Piccolezze cittadine di fronte allo spettacolo(?) globale, che andrà in onda per tutto giugno, sfidando con la magnificenza dei grandi numeri la stanchezza dei sabati italiani: “Perché non vai dal medico? E che ci vado a fare? Non voglio mica smettere di bere e di fumare”, né tantomeno di seguire il pallone.