L’ultima pietra tra il Pogacar e il paradiso

Al campione sloveno manca solo la vittoria alla Parigi-Roubaix, poi avrà conquistato tutte e cinque le Classiche Monumento del ciclismo 

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11 APR 26
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Tadej Pogacar, 27 anni, sulle pietre della Parigi-Roubaix 2025. È l'unica Classica Monumento che gli manca nel palmarès (foto Pauline Ballet per A.S.O.)

Non è poi tanto diverso il trascorrere del tempo, della vita, da una strada in pavé. Un secondo via l’altro, come blocchi di pietra, un inizio e una fine, in mezzo un susseguirsi, più o meno lungo, di scomodità, vibrazioni, illusioni, brividi, paure. E, spesso, una gioia inspiegabile, a tratti malsana, se si riesce ad andare oltre la fatica e i dolori.
Quando le ruote di una bicicletta iniziano a scorrere – si fa per dire – sulle pietre, si può essere investiti da due sensazioni, uguali per intensità e opposte per percezione: o una contentezza assoluta, l’idea che non c’è nulla di meglio al mondo di quel luogo e quel momento, o un senso di assoluto disgusto, una voglia irrefrenabile che quello schifo finisca il più presto possibile. Nulla divide più di una stradina in mezzo ai campi del Nord della Francia. Nemmeno un confine, un muro, l’odio. Il perché accada questo non è stato studiato, gli scienziati hanno cose migliori da fare che provare a capire perché il pavé divida in due quello sgangherato amalgama di persone che prova del piacere a fare fatica su di una bicicletta. Forse è solo questione di vibrazioni. Se queste stimolano il cervello nella maniera giusta nasce la passione per questa superficie. Se questo non accade, ecco la repulsione. O forse è una questione di cuore. Serve un cuore di pietra per amare le pietre. Magari di pietra piroclastica, un tufo solido ma facilmente lavorabile.
L’amore, soprattutto in bicicletta, è altrettanto simile al tufo. Lo si può lavorare con una certa facilità. C’è chi nasce con il cuore di pietra e, quando sogna, sogna Roubaix. C’è chi nasce invece con il cuore d’asfalto e poi capisce che anche la sua strada porta a Roubaix. Perché forse la cittadina al confine con il Belgio non è Roma, lì dove tutte le strade conducono, ma di strade ce ne arrivano tante, una su tutte, quella che parte dalla capitale (pardon, Compiègne, visto che è da lì che davvero parte), quella della Parigi-Roubaix.
Tadej Pogacar è uno che non è nato con il cuore di pietra, ma che un cuore di pietra se lo è trovato tra l’aorta e l’ambizione. Perché se Tadej Pogacar ha deciso di correre la Parigi-Roubaix è un po’ per quella curiosità innata che ha sempre avuto, la voglia di scoprire cose nuove e, soprattutto, cercare il limite massimo oltre il quale può spingersi; un po’ perché, a un certo momento della sua esistenza ciclistica, ha capito che la strada che conduceva a vincere tutto non poteva non passare per Roubaix. E tra lui e l’ogni cosa manca solo una corsa, la Parigi-Roubaix.
Un anno fa, Mathieu van der Poel l’aveva spinto oltre il suo limite, lui l’ha seguito, ha sbagliato una curva, è caduto, ha detto arrivederci alla possibilità di vincere lassù al Nord. Era arrivato al traguardo battuto, ma non sconfitto, seccato, ma non arrabbiato. Disse che era stata dura, che aveva sbagliato perché “ero cotto e stavo spingendo molto”, forse troppo. C’è un troppo anche per lui. Disse però che c’avrebbe riprovato. Domenica ci riproverà.
Un anno fa tra lui e l’ogni cosa mancavano la Milano-Sanremo e la Parigi-Roubaix. La Sanremo l’ha vinta il 21 marzo scorso. Gli rimane un’ultima corsa, un’ultima pietra da pedalare e mettere in bacheca. Poi potrà entrare in quel ristrettissimo circolo di corridori capaci di vincere tutte e cinque le Classiche Monumento del ciclismo – Milano-Sanremo, Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix, Liegi-Bastogne-Liegi e Giro di Lombardia – che al momento comprende soltanto Rik van Looy, Roger de Vlaeminck ed Eddy Merckx. Al contrario dei primi due, Tadej Pogacar, come Eddy Merckx, ha vinto anche Giro d’Italia, Tour de France e la gran parte delle altre corse alle quali ha partecipato. Gli manca la Vuelta a España, il tempo e il talento sono però dalla sua parte.
Il campione sloveno ha più volte ripetuto negli ultimi due-tre anni che il piacere che prova a rivincere corse che ha già vinto supera quello che gli provoca vincere corse che non ha mai vinto. Forse anche perché le corse che ancora non ha vinto sono pochine. I vincenti sono in fondo degli abitudinari. Difficile per chi si siede su di una sella e muove i pedali soltanto per passione e piacere comprendere il significato profondo delle parole di Tadej. Noi ciclisti della domenica – ma pure del sabato e di qualunque giorno al quale riusciamo a strappare qualche ora pedalante – non possiamo nemmeno immaginare cosa passa per la testa di un campione, proviamo, pedalando, le stesse sensazioni che prova Pogacar, ma su di un piano diverso. Il nostro è inclinato sempre verso l’alto, in un falsopiano infinito che ci spinge sempre verso il basso. Il suo... beh, il suo non sappiamo come sia, però ci appare affascinante e appassionante.
Sicuramente Tadej Pogacar ha le sue buone ragioni per dire quello che ha detto. Sicuramente non mente, lo si vede dal sorriso che ha quando taglia per primo il traguardo di quelle corse che ha già vinto. Eppure siamo pronti a credere che, qualora superasse la linea d’arrivo del velodromo di Roubaix prima degli altri, Tadej Pogacar possa cambiare idea. È questa un’ulteriore buona ragione per sedersi sul divano, stappare un po’ di birre (o una bottiglia di vino), e guardarsi la Parigi-Roubaix (su Eurosport la diretta integrale, sulla Rai dalle 12,45). Una buona ragione in più delle migliaia di altre che la Roubaix porta con sé di anno in anno.
E sul divano, o ancor meglio a bordo strada per chi ne ha la possibilità, saremo combattuti tra il voler vedere l’effetto che fa assistere alla Storia del ciclismo e la voglia di rimandare più in là ciò che sembra ineludibile, concederci la possibilità di un nuovo assalto alle pietre francesi del campione sloveno. Perché assistere alla Storia implicherebbe vedere ciò che sappiamo che accadrà, ma che non vogliamo davvero che accada: una Parigi-Roubaix senza Pogacar nel 2027, perché se davvero lo sloveno dovesse arrivare primo al Vélodrome André-Pétrieux, per il prossimo anno potrebbe avere altri piani, potrebbe puntare a vincere le tre più importanti corse a tappe in una sola stagione. E per noi cuori di pietra, che posizioniamo il pavé in cima alla piramide ciclistica, ciò sarebbe una spiegabilissima eppure intollerabile perdita.
La speranza è che la birra (o il vino) ci porti consiglio, ci faccia scegliere il bene maggiore. Perché di mali minori non ce ne sono. C’è pur sempre una bicicletta (anzi tante biciclette) di mezzo.