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Fàbregas da sogno a ostacolo
Se la proprietà del Como avesse deciso di evitare il braccio di ferro, sarebbe diventato l’allenatore dell’Inter in estate. Ora i nerazzurri se lo ritrovano sulla strada per lo scudetto, in una partita in cui a Chivu, in fin dei conti, potrebbe bastare non perdere
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11 APR 26

Cesc Fàbregas. Foto Ansa
Ha sempre fatto tutto molto in fretta, Francesc Fàbregas da Arenys de Mar, così abituato ad andare veloce da rinunciare senza troppi problemi a un pezzo di nome diventando, per tutti, Cesc. Cresciuto nel culto tecnico di Pep Guardiola, allevato dalla “Masia” blaugrana, fuggito a 16 anni in direzione Londra per diventare, nel giro di una manciata di mesi, un elemento cardine della formazione allenata dal genio visionario di Arsene Wenger. Capiva il calcio prima e meglio degli altri, Fàbregas, e forse è per questo motivo che in un paese come il nostro, più impegnato a cercare alibi che a trovare soluzioni, ancora viene visto con gli occhi storti da chi preferisce proteggere lo status quo. Lo dipingono come Fàbregas l’antipatico, Fàbregas il giochista, Fàbregas spocchioso e presuntuoso, Fàbregas che non fa giocare gli italiani. Fàbregas, però, è quarto in classifica al secondo anno in Serie A, certamente corroborato dagli investimenti di una proprietà che non ha nulla da invidiare a quella di tante big europee, ma comunque capace di valorizzare tantissimi ragazzi giovani che altrove sarebbero stati visti come un intralcio e di accorgimenti significativi da un anno all’altro: ha blindato la difesa, per esempio, ma chi continua a limitarsi all’associazione Spagna-tiki taka quasi si rifiuta di leggere quelli che, in fin dei conti, sono freddi numeri.
Soprattutto, se la proprietà del Como avesse deciso di evitare il braccio di ferro, Fàbregas sarebbe diventato l’allenatore dell’Inter in estate: “Abbiamo comunicato il nostro rifiuto direttamente al presidente dell’Inter, che lo ha riconosciuto con la cortesia e la chiarezza che ci si aspetta tra club che nutrono reciproco rispetto. Per questo motivo, trattiamo le voci insistenti sul loro interesse per il nostro allenatore come pura fantasia: difficilmente qualcuno insisterebbe dopo una risposta tanto chiara. Soprattutto un club del calibro dell’Inter”, disse in un comunicato ufficiale il presidente Suwarso nei giorni in cui nerazzurri erano alla ricerca dell’erede di Simone Inzaghi. Con Fàbregas sarebbe stata rivoluzione, mentre Chivu ha scelto di lavorare nel solco di quanto fatto dal predecessore: pochi ritocchi tattici, una limatura di principi più che di sistema, per portare la nave nerazzurra in porto fino allo scudetto. E tanto di quello scudetto passerà dalla domenica del Sinigaglia, ultimo grande ostacolo prima del rush conclusivo: anche per questo Como-Inter è partita che stuzzica l’interesse di molti e potrebbe dirci se davvero ci sarà una lotta tricolore da qui alla fine o se sarà un grande monologo interista verso il 21esimo trionfo.
Potrebbe essere Fàbregas a cambiare sistema, come ha già fatto, per esempio, in occasione dello scontro diretto Champions contro la Roma: all’andata, a San Siro, fu un’imbarcata, ultimo atto da “vecchio Como” che lo mise nuovamente nel mirino della critica. “Non ho visto una grande differenza tra le due squadre”, disse con un tono che venne percepito come provocatorio. E allora la difesa a tre potrebbe aiutare, non tanto per proteggere Butez, che è già il portiere meno battuto del campionato, quanto per aiutare a scompaginare l’assetto difensivo interista: nel primo tempo contro la Roma si vide costantemente Jacobo Ramón, di professione centrale difensivo, nell’area avversaria. L’idea è che lo schema possa ripetersi (anche se lo spagnolo è in forse: non conta il singolo, bensì il principio), contando anche sulla qualità a disposizione del tecnico francese nella metà campo offensiva: le geometrie di Da Cunha, i tocchi delicati di Caqueret, gli strappi di Baturina e Nico Paz, gli uno contro uno di Jesús Rodríguez, le folate del ritrovato Diao, le stoccate di Douvikas.
A Chivu, in fin dei conti, potrebbe bastare non perdere, ma il gusto di voler lanciare un segnale definitivo al campionato non può essere trascurato, dovendo peraltro giocare dopo il Napoli impegnato a Parma. Archiviate le settimane di difficoltà mentale e fisica, l’Inter si è rialzata in maniera imponente contro la Roma. Ha rivisto un buon Barella e un ottimo Calhanoglu, ha ritrovato il miglior Thuram, non a caso nella notte del ritorno dall’infortunio di capitan Lautaro Martínez. L’argentino non è stato mai così centrale nella storia recente nerazzurra, non tanto per il mero apporto in zona gol, quanto per l’impatto emotivo che riesce ad avere sui suoi compagni e per la sensazione di essere un facilitatore del gioco interista: dare palla a Lautaro vuol dire metterla in banca, trovare un modo per distendersi o per rifiatare in base alle necessità. Ma adesso che Lautaro è costretto nuovamente a fermarsi, chissà cosa accadrà. E se finora si è parlato soltanto del tema scudetto interista, non può essere sottovalutata l’importanza della sfida per il Como, che si ritrova davanti nella corsa per l’ultimo posto in Champions League in una giornata che potrebbe dire molto anche delle sorti di Atalanta, rientrata improvvisamente in corsa grazie alla rimonta firmata da Palladino, e Juventus, l’una contro l’altra armate in uno scontro diretto che potrebbe dare speranze di Champions persino alla Dea, ora a -5 dal Como. Resistere alla fame tricolore dei nerazzurri potrebbe essere il biglietto da visita decisivo per Da Cunha e compagni, chiamati al grande salto ora che la pressione si fa insostenibile: l’aria rarefatta che si respira in zona Champions può soffocare anche i più sfrontati della compagnia.