Non è questione di giovani, è questione di passione. Insigne al Pescara evidenzia i veri problemi della Nazionale

Il ritorno di "Lorenzo il Magnifico" non è una scelta romantica, ma la prova di come prima di qualsiasi discorso tecnico-tattico, bisogna partire dalla passione che riesce a muovere una comunità intera. Appunti per il calcio italiano

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7 APR 26
Ultimo aggiornamento: 01:08 PM
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Lorenzo Insigne in azione con la maglia del Pescara, 2 Marzo 2026. ANSA/US PESCARA CALCIO

Con l’estate in arrivo cominciano a farsi strada i dibattitti della domenica su come si spenderanno le vacanze. Ma soprattutto dove. “Ma che ci andiamo a fare all’estero?”. È una delle domande più gettonate in questo genere di dialoghi e spesso sono proprio i signori che invitano a guardare la bellezza in casa che se ne vanno in qualche isoletta greca. Però, a volte, in questa frase c’è del vero. Dopo la mancata qualificazione della Nazionale italiana per la terza volta consecutiva ai Mondiali di calcio, nei salotti televisivi si sono sprecate le soluzioni elargite dai grandi intenditori del pallone per tornare a far emozionare gli italiani. I giovani, gli stadi, il sistema, il modello inglese e quello tedesco. Chi più ne ha più ne metta! Tutte opzioni percorribili ma che rimangono sulle nuvole, di concreto non c’è quasi mai nulla.
Eppure basterebbe partire dal buono che già c’è nel nostro calcio e comprendere a fondo perché funziona per poter tirare qualche linea sul da farsi. Da qualche settimana in Serie B, al Pescara, sta accadendo qualcosa di straordinario che vale la pena guardare. Dopo i contratti plurimilionari nel campionato americano, Lorenzo Insigne ha passato sei mesi da svincolato. Qualche tira e molla con qualche club italiano di Serie A - più voci e suggestioni che reali trattative – e poi l’offerta del Pescara, la squadra e la città che lo avevano messo in vetrina prima di approdare al Napoli. Lui accetta e il mandato è chiaro: bisogna salvare il club che a gennaio era ultimo in classifica.
Per intenderci: Insigne in America percepiva uno stipendio da 7,5 milioni annui più bonus, che lo rendeva il secondo giocatore più pagato della lega dopo Lionel Messi. Il contratto che accetta per tornare nel pescarese tocca a malapena i trecento mila euro.
Ma c’è qualcosa che forse Oltreoceano non c’era: giocare e vivere per qualcosa. Vestire una passione e lottare per un obiettivo. Se c’è stata un’opinione condivisa un po' da tutti i professori del calcio dopo la sconfitta della Nazionale contro la Bosnia, è stata proprio il constatare che agli Azzurri è mancato quello che forse ha portato Insigne a Pescara: credere fino in fondo in ciò che si sta facendo. E infatti, dopo l’arrivo a fine gennaio, gli serve il mese di febbraio per tornare a un buon ritmo e poi a marzo si scatena: quattro gol e due assist in sei partite da titolare, il Pescara ne vince cinque e dall’ultimo posto torna diciottesimo, a un passo dalla salvezza.
Ora, non è importante soffermarsi sulle qualità tecniche di un giocatore che è palesemente fuori categoria in Serie B, ma capire come l’unica strategia che sta funzionando per il Pescara per evitare il baratro della C, è stata un tentativo di far dialogare passione e tecnica. Il grande ritorno di Insigne era infatti atteso da tutti, i tifosi si erano recati in massa allo stadio per vedere se fosse vero. E no, Insigne non è stata una allucinazione collettiva, era davvero lì, in panchina, pronto a subentrare. Per revitalizzare l'ambiente, la dirigenza del club non ha fatto nessun calcolo troppo complesso, nessun investimento particolare, nessun progetto dedicato ai giovani e nessun ragionamento politico su come potrebbe migliorare il calcio italiano. Semplicemente la ricerca di una appartenenza che ha risvegliato il legame tra la squadra e la città.
Basterà questo per restare in Serie B? Vedremo. Basteranno questi elementi per rifondare il movimento del calcio italiano? Chissà. Ciò che è importante sottolineare, però, è che senza questa premessa, tutto il resto ha il sapore delle pareti grigie di un ufficio, dove lo sport sembra una mera regolazione di conti politici o di nomine più o meno adeguate al ruolo e legate ad altri interessi. Non si tratta di essere romantici e credere nelle belle storie, concetto che sta in aria come le proposte dei già citati professoroni, ma di comprendere a fondo che una storia come quella di Insigne riesce a muovere una comunità intera più di tante chiacchere fini a sé stesse che sembrano terminare la loro forza argomentativa nell'istante in cui vengono esplicitate. E forse, per una buona volta, dei modelli degli altri ne possiamo fare a meno.