Zecchini, ultima bandiera italiana in Ufc: il match per il futuro

La storia del fighter da Marghera a Las Vegas, dove combatterà tra sabato 4 e domenica 5 aprile all’Ufc Apex

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28 MAR 26
Immagine di Zecchini, ultima bandiera italiana in Ufc: il match per il futuro

Manolo Zecchini, 29 anni, l’Angelo Veneziano combatte a Las Vegas (foto Getty Images)

Uno dei due fighter italiani sotto contratto con la Ufc, una sorta di Nba delle arti marziali miste, torna a combattere. Con Marvin Vettori fuori gioco per una pausa dalla durata incerta, all’Italia rimane al momento solo Manolo Zecchini. L’Angelo Veneziano combatterà tra sabato 4 e domenica 5 aprile all’Ufc Apex di Las Vegas, in Nevada. Il suo avversario sarà Tommy McMillen che, a 28 anni e con un record immacolato di 9-0, è pronto a fare il suo esordio nella promotion. L’americano, che si allena con l’ex campione dei pesi gallo Sean O’Malley, si è guadagnato il contratto grazie a un’ottima prestazione nell’ultima stagione della Dana White’s Contender Series.
Il match è aperto, non c’è un favorito netto, ma per Zecchini rappresenta uno snodo fondamentale. L’esordio in Ufc nel settembre del 2023 a Parigi non è stato dei più fortunati: arrivò infatti una sconfitta prima del limite contro il francese Morgan Charrière. “Dopo il match ho temuto il peggio, il braccio non si muoveva. Ma io pensavo alla carriera, non alla mia esistenza. Spero con gli anni di cambiare, altrimenti arriverò a farmi tanto male. Nell’Ottagono do sempre tutto, forse là dentro sono pronto a morire. Sono ossessionato da questa vita”, racconta Zecchini al Foglio Sportivo.
Zecchini sa bene che la Ufc è il traguardo massimo per ogni atleta di Mma. “Ricordo quando arrivò la telefonata dal mio manager americano: era quasi un anno che ero fermo dopo la vittoria spettacolare su Abou Tounkara. Mi chiese se fossi a posto con il peso e il passaporto. 'Ok, sei dentro'. È certamente un privilegio essere in Ufc, ma per loro rimani comunque solo un numero. Dopo la sconfitta a Parigi, non mi è arrivata una sola telefonata”.
Il veneziano di Marghera ha iniziato presto a viaggiare per questa disciplina. La prima tappa fu il Sud America: non era ancora maggiorenne quando partì da solo per Brasilia, abbandonando gli studi (anche se poi, grazie ai viaggi, oggi parla tre lingue). “Sono diventato un uomo in Brasile, è stato il mio militare. Ai primi tempi piangevo in continuazione, ma quando alzavo il telefono per parlare con i miei smettevo. Ricordo gli incubi in cui sognavo di combattere con il gesso. Dormivo sopra una discoteca, in una stanza senza porte, con un materasso per terra e una bottiglia di Coca-Cola come cuscino. Gli scarafaggi non mancavano mai. Ho passato così diversi mesi. Il mio primo match l’ho combattuto proprio lì, vincendo per Ko con un gancio sinistro”.
Più tardi è arrivata l’America: “Un paese per cui provo amore-odio. La prima volta ci sono andato nel 2016, in California. Mi ha dato tanto come atleta, ma mi ha tolto molto a livello di amicizie e famiglia, ho saltato persino i compleanni di mia mamma. Negli Stati Uniti investono di più nello sport. In Italia siamo messi bene come strutture, ma la mentalità è diversa: da noi l’Mma è vista più come un hobby”. Negli ultimi anni ha frequentato la Jackson Wink Mma ad Albuquerque, sotto la guida di Greg Jackson e Mike Winkeljohn. In New Mexico ci va sempre con il fratello “Yoghi”, che è uno dei suoi allenatori.
Zecchini e la sua famiglia hanno aperto circa dieci anni fa una palestra vicino alla stazione di Mestre, una zona della città molto complessa. La struttura, con i suoi murales e i treni che sfrecciano sullo sfondo, ha un fascino speciale che ricorda gli States. “Alcuni match li ho preparati qui, allenato da mio fratello e mio papà. Alla Fighters Angels si possono praticare tutti gli sport da combattimento, compresi il pugilato e la boxe a mani nude”.
Nonostante il precedente con Charrière, per il prossimo incontro Manolo non sembra proprio preoccupato: “L’obiettivo è sempre vincere, non mi interessa chi ho di fronte. Perdere il match d’esordio mi ha bruciato parecchio. Io vado sempre a cento all’ora. Spingo, spingo, spingo. Sono carico e felice, sto bene dopo il grave infortunio per il quale, secondo i medici, non avrei dovuto più combattere. Mi sono operato otto volte, so cosa sia il dolore. È merito della mia perseveranza e dell’ossessione che ho per questo sport”.
E il futuro? “Mi sposo a giugno, sogno di farmi una famiglia. Se un domani avrò figli, li avvicinerò a questo sport perché sappiano difendersi fisicamente. Gli sport da combattimento ti tolgono i brutti pensieri e il caos dalla testa, hanno una funzione terapeutica. Senza l’Mma avrei fatto tanti sbagli. Io non bevo, non fumo e non mi drogo, mentre molti miei coetanei di Marghera oggi sono morti o in galera”.