Marotta Parade. L’ad dell’Inter ci spiega come si fa a vincere. Non è solo calcio

(foto Getty)
“A inizio stagione”, la risposta di Beppe Marotta senza nascondersi: “Quando abbiamo capito che i nuovi arrivati – ben dodici giocatori – dal punto di vista umano avevano le caratteristiche giuste, potevano diventare non solo parte di una squadra ma un vero gruppo”. L’elemento umano, che vale tanto quanto la tecnica, nel calcio come anche in tutti gli altri sport: lo hanno sottolineato in tanti ieri, da Julio Velasco ad Aziz Abbes Mouhiidine, il pugile che rappresenterà l’Italia alle Olimpiadi di Parigi. E poi la pazienza e la competenza, ovvero il metodo Inzaghi: “Lo abbiamo scelto tre anni fa senza esitazioni, ha dimostrato il suo valore, ha dimostrato di sapere gestire le tensioni e le critiche”. C’è quello scudetto perso… “Si può sempre perdere, nello sport, il vero errore è quello di non sapere attendere: per giudicare un percorso ci vogliono quattro, cinque anni”. La finale di Champions persa lo scorso anno? Una lezione di vita: “Bisogna imparare a essere più ambiziosi, ma non arroganti”.
La mattina sul palco si erano alternati il presidente della Figc Gabriele Gravina e quello della Lega serie A, Lorenzo Casini. Scintille che hanno fatto il giro delle agenzie, la divergenza di vedute sul “modello calcio” del futuro è più che netta, con la Lega che chiede di contare di più in un sistema che penalizza le esigenze di società professionistiche ormai globali (anche Scaroni è d’accordo) e la Federazione che insiste su una gestione diciamo così collegiale e redistributiva di tutto il sistema. L’impressione è che la vera debolezza dello sport italiano, in generale, sia simile a quella della politica: frammentazione e sovrapposizione di poteri e obiettivi divergenti (il problema carsico è emerso con il presidente del Coni Giovanni Malagò a proposito delle Olimpiadi di Milano-Cortina e nelle parole del ministro Andrea Abodi, nei panni molto milanesi del conciliatore). Ma per tornare al Modello Inter, la differenza di metodo è uno dei segreti del successo, dice Marotta: “Io so che ci sono validi motivi per cui la Lega chiede cambiamenti, ma non bisogna mai arrivare litigando. Serve mediazione, dialogo, scelte condivise. Altrimenti non sono mai scelte vincenti”. Insomma Marotta è pronto a fare il ministro dello Sport, punzecchia il nostro anchorman. Ci sono ancora tre anni di contratto, ci sono i giocatori che vogliono restare, “anche se incedibile nel mondo del calcio è una parola che non esiste”, e c’è molta voglia di dare ancora tanto al mondo dello sport, che è più grande persino del grande calcio, per aiutarlo a crescere. Intanto, c’è la seconda stella.
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"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.
E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"
