•
Italia-Stati Uniti riaccende la nostra fame di grande basket
Trovare Team Usa già ai quarti è sfortuna. Ma anche un onore e la potenziale sceneggiatura di un film che non si vedeva da troppo tempo: l’ultima volta che gli Azzurri prevalsero sui maestri fu nel 2004 (e con Pozzecco in campo)
di
4 SEP 23
Ultimo aggiornamento: 04:54 PM

(foto LaPresse)
In ogni caso si dirà grazie, ai ragazzi di Pozzecco. Perché al basket tricolore servivano nuovi miti. Nuovi immaginari collettivi, che la splendida trilogia contro la Serbia – preolimpico? europei? mondiali? Scegliete voi – ha già contribuito in parte ad alimentare. Ma gli Stati Uniti sono un’altra cosa: le superstar, i creatori del gioco, gli dèi inarrivabili con cui misurarsi sul parquet a ogni morte di papa. Anche qui, oltreoceano dei comuni mortali, i poster in cameretta venerano Jordan e LeBron. Ecco. Il giorno di Spissu e di Fontecchio, se mai arriverà, dovrà passare per la partita del decennio: martedì 5, alle ore 14:40, in telecronaca diretta da Pasay City, Italia-Usa, valevole per i quarti di finale della Coppa del Mondo – da leggersi con rigorosa cadenza fantozziana. E da gustarsi come un regalo generazionale. Comunque vada a finire, perché anche quando andò male ce lo ricordiamo ancora.
Era il 1998, l’ultima volta che l’Italia chiuse i Mondiali di basket tra le migliori otto. E anche allora trovò sulla sua strada gli americani. Anche allora troppo presto: battere Team Usa e non aver nemmeno una garanzia di medaglia o cavalierato del lavoro, sarebbe davvero una beffa. Quell’anno in Grecia ci mancò poco davvero. I video sopravvissuti sono rari, le cronache sfilacciate. Ma senza dubbio gli Azzurri incassarono una beffa atroce, dilapidando un vantaggio importante e finendo per soccombere 80-77 – contro un’avversaria priva di stelle Nba, a rigor di precisione. Senza dubbio ci fu un Carlton Myers monumentale, da 32 punti. Senza dubbio ci fu pure Gianmarco Pozzecco. Il filo conduttore della contesa: sei anni più tardi, verso Atene 2004, sarebbe stata rivincita col Poz trascinatore. Fu un’amichevole, ma poco importa. Gli Stati Uniti si presentavano – telecronaca SportItalia, di quelle gesta YouTube fa ancora il pieno – “come la squadra che si giocherà l’oro ad Atene”. E invece l’oro ce lo saremmo giocati noi, perdendolo fra gli applausi. Ma le basi dell’impresa olimpica si gettarono quel giorno di inaudita pallacanestro: Denis Marconato pittura Tim Duncan, Pozzecco ridicolizza Allen Iverson, “LeBron James non riesce minimamente a tenere Gianluca Basile”. Una pioggia torrenziale di triple, una sinfonia cestistica in faccia ai maestri. Finisce tanto a pochissimo, 95-78 Italia, con l’inchino del Poz al pubblico di Colonia e Basile che sta ancora segnando.
Altro giro, altra corsa. L’ultimo precedente assoluto risale al lontano Mondiale 2006: Belinelli trascina la nazionale di Recalcati, che mette la testa avanti ma poi subisce il ritorno di Wade e Anthony. Sconfitta indolore (94-85), due gare più tardi l’Italia però delude ed esce agli ottavi contro la Lituania – che avremmo incontrato martedì, se i baltici non avessero azzeccato la partita della vita rifilando 110 punti agli States. Dunque ci risiamo. Ed è giusto sognare – Pajola a ingabbiare Brunson, Melli su Edwards, Pippo Ricci come Brandon Ingram dalla panchina: brividi! È giusto giocarsela, sapendo che gli Azzurri avranno la leggerezza di chi non ha niente da perdere e gli americani invece ogni cosa. Notizia: non sono imbattibili, anche se a differenza dell’Inghilterra nel calcio, continuano a difendere con autorità il vantaggio del pioniere. Però sono mezzi avvisati: quattro anni fa i quarti di finale contro la Francia si rivelarono fatali e la Lituania, appunto, ha appena dimostrato a coach Steve Kerr come si perde. Difficile che ci prenderanno sottogamba. Loro hanno più tutto. Noi siamo più squadra. “Sfrutteremo la nostra caratteristica migliore: muoverci in campo e fuori come una famiglia”. Sembra una pubblicità della Mulino bianco, invece è l’arringa prepartita del Poz allenatore. Allora è legge e cabaret, metodo e follia: non ha senso fino a fatto compiuto. Sa lui. E all’Italia va benissimo così.