Foto Epa via Ansa 

Qatar 2022

Il Senegal nel nome di Papa Bouba Diop

Francesco Gottardi

È stato il giocatore che più di tutti ha conferito una dimensione internazionale alla Nazionale. Nel secondo anniversario della sua morte, Koulibaly e compagni hanno passato il primo turno per la prima volta da quel 2002. E hanno dedicato la vittoria “a chi ha dato forma ai nostri sogni”

È un tamburellare irresistibile. Ormai tutti conoscono il suono del Senegal, quando la squadra gioca e i tifosi ballano. Eppure c’è stato un unico calciatore capace di fare entrambe le cose in un sol colpo, una notte coreana di vent’anni fa. Sgroppata a centro area, scivolata leggendaria e di corsa a festeggiare sotto la bandierina, chiamando a gran voce i compagni. Poi via la maglia, messa al centro della terra come un totem: Papa Bouba Diop, numero 19. Una danza entrata nella storia dei Mondiali. E per il calcio senegalese, autentico mito di fondazione. Da trasmettere ai posteri. O da vivere e fare tesoro: Kalidou Koulibaly, all’epoca, era grande appena per serbarne il ricordo.

   

Oggi ce l’ha dipinto sulla pelle, quel 19, chi da Dakar affolla gli spalti di Doha. Ce l’ha scritto a pennarello, sulla fascia al braccio, perfino l’ex difensore del Napoli. In campo, contro l’Ecuador, mentre la sua Nazionale si gioca l’accesso agli ottavi di finale che manca da quel fatidico 2002. Perché prima di allora, fuori dall’Africa, nessuno aveva idea di chi fossero i Leoni della Teranga. Accadde però che la folkloristica marcatura di Bouba Diop si tramutò subito in profanazione: la Francia, ex colonizzatrice e campione del mondo in carica, umiliata contro dei debuttanti assoluti. Che trascinati dai gol del 19 – tre su cinque di squadra – superarono a sorpresa il primo turno. E avanti, di slancio, fino ai quarti. Dove le semifinali sfumarono al golden gol per mano della Turchia, l’altra rivelazione del torneo. Che ogni tanto il pallone regala splendide anomalie.

   

L’altro motivo è che Papa Bouba Diop oggi non c’è più. È morto il 29 novembre 2020, a soli 42 anni, per colpa della sclerosi laterale amiotrofica. Ed Ecuador-Senegal va in scena il 29 novembre 2022. Succede che i ragazzi di Aliou Cissé, capitano di ieri e ct dal 2015, al 70’ sono sull’1-1 e con un piede fuori dal Mondiale. Poi Koulibaly, capitano ora e che con la nazionale non aveva mai segnato in 65 presenze, trova la zampata della qualificazione. A fine partita il grande omaggio. I giocatori in trionfo raccolgono l’applauso della propria gente e srotolano uno striscione: c’è la foto di quel possente centrocampista del passato, seguita dalla scritta “un vero leone non muore mai”. Kalidou sorride, alza le dita al cielo, gli altri fanno lo stesso. “Questa vittoria e il premio man of the match sono per la famiglia di Papa Bouba Diop”, ha dichiarato lui. “Questo è un giorno molto speciale per noi. È stata una delle partite più importanti della nostra carriera: volevamo commemorare il giocatore che è stato, una leggenda del calcio senegalese che ha permesso a tutti noi di dare forma ai nostri sogni”.

 

Non è stata l’unica dedica dei senegalesi. Il ct Cissé, che con Bouba Diop condivise innumerevoli battaglie sportive, in conferenza stampa ha ricordato anche Bruno Metsu: un Hervé Renard ante litteram, che di quella nazionale fu lo stratega in panchina. “E inoltre”, capitano e allenatore all’unisono, “abbiamo giocato anche per Sadio”: l’infortunato Mané, stella mancante di questo Mondiale, che quattro anni fa incassò la beffa dell’eliminazione ai gironi per il criterio dei cartellini gialli. “È il nostro faro, il nostro fratello, la nostra famiglia: dopo il suo ko, due terzi del mondo ci avevano dati per spacciati. Il resto, l’Africa, ha continuato ad avere fede in noi”. La missione del Senegal travalica i confini: nessuna squadra del continente è mai andata oltre i quarti di finale di una Coppa del Mondo. Domenica, agli ottavi, troverà l’Inghilterra da evidente sfavorita. Come sempre, dal 2002 a questa parte. Secondo uno spirito circolare, tra passato e presente, che si perpetua in quel 19 e non si pone limiti. “Non dimentichiamo chi ci ha aiutato a essere qui oggi”.

  

Si può razionalmente obiettare che Bouba Diop e gli altri fossero al Khalifa international stadium insieme al Senegal, martedì scorso contro l’Ecuador. Ma Koulibaly e compagni hanno creduto davvero che fosse così. È l’unica cosa che conta, quel che fa tutta la differenza del Mondiale. E che permette di continuare a danzare. Lì, vicino alla bandierina, attorno a una maglietta mai consunta.

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