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Juventus-Roma, la coerente incoerenza di Massimiliano Allegri

Giuseppe Pastore

Il pareggio tra bianconeri e giallorossi ha dimostrato che alla Juventus sembra mancare soprattutto un'idea di gioco chiara, condivisa, condotta per novanta minuti per almeno una decina di partite attraverso un undici-base

In questo Juventus-Roma che non va né su né giù, per parafrasare una celebre citazione cinematografica di un concittadino di Massimiliano Allegri, c'è qualcosa insieme di coerente e incoerente. Le due Juve migliori della seconda gestione di Max, alla fine, non hanno vinto la partita: questo pareggio contro la Roma, magro se confrontato a quanto seminato per 60 minuti, fa il paio con il beffardo 0-1 contro l'Inter che lo scorso aprile tagliò definitivamente fuori i bianconeri da una disperata rimonta-scudetto. Coerenza, ma anche incoerenza: la storia dell'Allegri juventino è tutto fuorché una lunga teoria di “premi della critica”, e la circostanza di una Juve allegriana che gioca bene ma non vince fa dunque notizia come il celebre esempio dell'uomo che morde il cane.

 

Rispetto alla mortificante esibizione di Genova, in coda alla quale Allegri ha dovuto arrampicarsi sugli specchi con insolita difficoltà, la Juve è cambiata in tutto: titolari, disposizione tattica, atteggiamento. Lo sguardo furibondo di Vlahovic al minuto 1'10” di gioco sembrava quello di un attaccante al momento del rigore decisivo in una finale di Champions, invece era una banale punizione dal limite; banale poi mica tanto, visto che l'ha messa sotto l'incrocio e la Juve non ne segnava una dai tempi di Cristiano Ronaldo. Vlahovic è molto teatrale nella gestualità, è sempre lì che mulina le braccia e carica i compagni come se nella gente che lo circonda avvertisse un deficit di passione verso il gioco del calcio, o il gioco in generale: in effetti è un approccio alla vita comune ai serbi. Attorno al suo sbattimento – è questa la novità – non c'era però il deserto di Marassi, ma una squadra tutta nuova e finanche moderna, dove il senso del gioco di Fabio Miretti ha messo in crisi una Roma del tutto impreparata. Avevano un significato nuovo e compiuto Rabiot, De Sciglio, Locatelli, Danilo centrale per togliere Bremer dagli imbarazzi dell'impostazione – Kostic un po' meno, visto che fin qui non è sembrato più che un distributore automatico di cross. C'era solo un grande problema: al di fuori di Vlahovic, l'assenza totale di gente che fa gol. I numeri mentono di rado: fermo ai box Di Maria, in tre giornate la Juventus ha mandato in rete un solo giocatore (l'Inter cinque, il Milan sei, il Napoli sei). A parte il gol annullato a Locatelli, i satelliti di Vlahovic non ci si sono avvicinati nemmeno di striscio, dando corpo al paradosso di una Roma dominata per quasi un'ora, un'ora in cui Rui Patricio è stato al limite del senza voto.

 

Non sappiamo se la Juve vorrà riempire gli ultimi tre giorni di mercato con un'altra infornata di parametri zero e prestiti con diritto di riscatto, nel più classico dei “panic buying” che in Premier League praticano con grande spensieratezza. A ore è atteso Paredes, signor centrocampista che toglierebbe spazio a questo Miretti e sarebbe un peccato. Al di là di questo o quel giocatore, alla Juventus sembra mancare soprattutto un'idea di gioco chiara, condivisa, condotta per novanta minuti per almeno una decina di partite attraverso un undici-base, in modo da essere assimilata e automatizzata. Anche ieri, superata l'ora di gioco, ad Allegri è venuto il ticchìo di minimizzare il rischio e vincerla di corto muso. I suoi ultimi cinque Juventus-Roma erano finiti tutti 1-0, spesso con gol nella prima mezz'ora difesi con il raffinatissimo artigianato di Bonucci e Chiellini: ma ieri Bonucci e Chiellini non c'erano e invece purtroppo c'era Alex Sandro, che all'ennesima pennica s'è perso Dybala sul corner fatale che ha scolpito nella roccia un 1-1 ormai inevitabile. Questi accidenti che alla Juventus succedono da due anni (mettiamoci anche il brutale epilogo di Juventus-Villarreal dello scorso marzo), una volta non succedevano. Un altro segnale che è il caso di tagliare i ponti col passato, per quanto gloriosissimo sia stato, e trovare il coraggio di scrivere un capitolo diverso.

 

A fine partita abbiamo apprezzato anche un'altra cosa insolita: la magnifica intervista post-partita di Mourinho, che ha sgombrato il tavolo dai complimenti di maniera sul cinismo e la mentalità vincente (o pareggiante) e ha detto pane al pane vino al vino che la Roma ha disputato un primo tempo imbarazzante. Del resto l'anno scorso, su sette precedenti contro le tre grandi Inter Milan e Juventus, la Roma le aveva perse tutte e sette: segno di una forte mancanza di personalità che affiora nelle grandi partite e che ha costretto la Roma a restarsene schiacciata per 45 minuti anche dopo aver subito l'1-0, con i compassati medianoni Cristante e Matic (quest'ultimo in versione piuttosto autunnale) alla vana ricerca di qualcuno a cui affidare il lume del gioco. Pellegrini si è nascosto tutto il tempo, e non è la prima volta che gli capita; Dybala è sembrato a lungo schiacciato dall'emozione del ritorno e comunque non ha, non ha più, la gamba per sostenere allunghi di 30-40 metri (molto meglio El Shaarawy, difatti). Sarebbe stata una partita ideale per gli strappi di Zaniolo, se solo Zaniolo ci fosse stato: il risultato è che la Roma è come tutte una coperta corta e che l'infortunio di Wijnaldum le ha tolto tecnica e spessore in mezzo al campo. Ma intanto rimane micidiale, la migliore in Italia, nell'esecuzione dei calci piazzati: mica poco, nella lunga corsa a tappe da 38 partite che Mourinho s'è messo in testa di affrontare alla maniera del miglior Capello (il quale, quella volta lì nel 2001, in casa della Juve aveva appunto pareggiato in rimonta). Occhio ai gironi di Champions, che per motivi diversi costringeranno Juve, Inter, Milan e Napoli a fatiche erculee: la Roma potrà progettarsi una politica energetica più riposante, e vedrete che tra due mesi sarà ancora lassù.

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