Il Diavolo indica la via

La vittoria del Milan può insegnare qualcosa anche all'Italia

Claudio Cerasa

Romanticismo, capitalismo, attrattività, globalizzazione, niente paura del capitale straniero e fuga dal modello strapaesano. Lo scudetto della squadra rossonera sia da buon esempio. Tre dialoghi

Dice Paolo Scaroni, presidente del Milan, che lo scudetto vinto domenica scorsa dalla squadra allenata da Stefano Pioli è avvenuto in un momento chiave per la storia del calcio italiano. Il tema in questione non ha a che fare con l’attrattività del nostro campionato, uno dei pochi in Europa a essersi deciso all’ultima giornata e uno dei pochi ad aver assegnato il titolo a una squadra che il titolo non lo vinceva da molti anni, ma ha a che fare con un tema ben più delicato al centro del quale, dice Scaroni chiacchierando con il Foglio, “c’è una rivoluzione silenziosa che sta attraversando da mesi l’identità delle squadre che fanno parte della serie A: l’internazionalizzazione delle proprietà. Il campionato che si è appena concluso ha fatto segnare un numero record di società controllate da proprietà straniere e se si esclude la proprietà cinese dell’Inter,  sette delle venti squadre di serie A appartenevano  a imprenditori o fondi americani (Atalanta, Fiorentina, Genoa, Milan, Roma, Spezia, Venezia in serie A; Parma, Pisa e Spal in serie B; Cesena in Serie C).

 

Tra queste, come si vede, c’è anche il Milan, e il dato interessante, notato da Scaroni, è che “l’internazionalizzazione potrebbe aiutare il calcio ad avere, accanto al suo necessario romanticismo, una dose cruciale di capitalismo, capace di aiutare il mondo del pallone a essere non solo uno sport unico ma anche uno show inimitabile”. Per farlo, dice Scaroni, “serve essere appetibili, serve muoversi da manager, serve rendersi conto delle proprie potenzialità, serve costruire stadi moderni, bellissimi, sempre pieni, bene illuminati, serve rendere più veloci le partite, serve non fischiare un fallo ogni volta che un calciatore viene sfiorato, in Inghilterra si fischia un terzo dei falli che si fischiano in Italia, serve programmare le partite in orari compatibili non solo con la vita dei tifosi italiani ma anche con quella dei tifosi che si trovano in Cina, in India, in Indonesia”.

 

Non è possibile, dice Scaroni, che i diritti televisivi internazionali, per il calcio italiano, valgano 200 milioni contro i 600 milioni della Liga spagnola e i 2 miliardi della Premier inglese. Non è possibile, si potrebbe aggiungere, che una squadra blasonata come il Milan potrebbe essere venduta a 1,3 miliardi di euro, tre volte in meno rispetto a quanto vale il Chelsea, che ha un palmares più misero rispetto a quello del Milan. E non è possibile non capire che un calcio sano per crescere non ha bisogno di spese folli, come quelle per esempio del Qatar per assicurarsi Mbappe via Paris Saint-Germain, ma ha bisogno di investimenti intelligenti. Lorenzo Casini, presidente della serie A, interpellato dal Foglio dice che quello concluso è stato “un bel  campionato, combattuto fino all’ultimo minuto, e costituisce un ottimo punto di partenza per avviare il percorso di riforme che servono al calcio italiano: più risorse, migliori infrastrutture e stadi più moderni, più scuola e cultura. Anche gli investimenti esteri potranno sicuramente aiutarci in questa prospettiva”.

 

Non tutte le squadre internazionalizzate hanno avuto fortuna, vedi il caso di Venezia, Genoa e Atalanta, ma la presenza di un mondo del pallone che ha in cima al suo ordine del giorno la necessità di trovare una nuova attrattività può portare, come ci dice Luigi De Siervo, che della serie A è l’amministratore delegato, ad avere “un campionato gestito come un’azienda, capace di tenere i conti in ordine, di produrre spettacolo per i tifosi, di creare ricchezza per gli investitori, di generare opportunità per il paese, e un management, come quello del Milan, capace di creare un progetto pluriennale, dando fiducia al management, fissando un perimetro per la spesa e rinunciando a buttare soldi come hanno fatto alcune squadre per acquisti faraonici a metà stagione”. Romanticismo, capitalismo, attrattività, globalizzazione, niente paura del capitale straniero e fuga dal modello strapaesano. Lo scudetto del Milan può insegnare qualcosa non solo al calcio ma anche all’Italia. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.