mercoledì all'Olimpico la finale

La Coppa Italia è diventata un diversivo per dimenticare i fiaschi in Europa

Enrico Veronese

La vittoria nel trofeo nazionale è diventata l'àncora per salvare la stagione. È quello che serve in una stagione che vedrà l’Italia rappresentata dalla sola Roma in una finale europea

La metamorfosi della Coppa Italia da seccatura a lustrini non avviene in una data precisa, ma grosso modo a cavallo tra i quarti di finale e le semifinali. È lì che l’impegno infrasettimanale cessa di essere passerella per le riserve e ipotetica pedana di lancio dei giovani in diretta tv, e diventa àncora per salvare la stagione o rimarcare una supremazia, meglio se cittadina. Eppure non è sempre stato così: le annate iniziavano a ferragosto con scoppole memorabili per le grandi ancora in allestimento, come la Juve maifrediana a Taranto. Le migliori squadre di Serie C, a volte addirittura qualcuna dilettante, subito a confronto con le nuove stelle del mercato: come in Francia, dove al Paris Saint-Germain può succedere di volare oltremare, o nella F.A. Cup inglese il Tottenham dover bussare a un ingresso privato per riavere il pallone. Ciononostante, almeno alla resa dei conti, la Coppa Italia è quello che serve in una stagione che vedrà l’Italia rappresentata dalla sola Roma in una finale europea (e del trofeo meno pregiato), senza contare l’addio anticipato ai Mondiali d’inverno: già per i penultimi atti, Juventus-Fiorentina e Milan-Inter, i tecnici hanno schierato dall’inizio le formazioni migliori, c’è stato il fomento del pubblico date le reciproche e rispettive rivalità storiche, è salita l’audience televisiva e gli uomini-bilancio delle società coinvolte fibrillavano pensando all’anno successivo. E vuoi mettere la prospettiva di una gara unica all’Olimpico (la Wembley di scorta), con il capo dello Stato in tribuna e la pioggia di coriandoli a fare tanto Berlino, o estate italiana a Londra? Quest’anno poi, che la finale è Juventus-Inter - sempre più derby d’Italia dopo Calciopoli - per qualche giorno ci si dimentica più facilmente dei fiaschi continentali, del gioco risicato di alcuni, dello svilimento di senso della Serie A al riguardo di altri campionati, della marginalità coltivata: e parrà di essere al top.

 

Se una volta sollevare il vaso e fregarsi della coccarda concentrica cara ai mod voleva dire giocare l’artefatta Coppa delle Coppe, ora come ora anche uno strapuntino in Europa League passando dai gironi diventa tanta manna: non è autarchia o sovranismo, ma superflua presa d’atto di quanto poco si conta oltre il confine. E per fortuna a nessuno in Lega Calcio o Figc viene in mente di guadagnare dollari equivoci traslocando il clou a Pechino, Riyad, Tripoli o altre democrature, come accade puntualmente alla Supercoppa figlia di nessuno. Ma se la china è questa, è chiaro che sempre meno gli underdog vedranno un posto al sole: non ci sarà più spazio per l’Ancona finalista travolta dalla Samp di Gullit, per l’Alessandria che se la batte col Milan dopo aver freddato mezza Serie A, per favole come il Calais del 2000 o il Venezia di Loik e Mazzola nel 1942.

 

Anche la Coppa Italia sta diventando, o è già diventata, affare di Stato per le deluse dalla Superlega: ben magra rivincita, si conviene, ma di questi tempi per le casse è già tanto arrivare a domani senza fair play, plusvalenze gonfiate, toppe creative. E allora, gloria sia.

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