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il foglio sportivo

Giro delle Fiandre. L'importanza di essere Flandrien

Giovanni Battistuzzi

“Se morisse il re il giorno della Ronde non se ne accorgerebbe nessuno nelle Fiandre”. La vera festa nazionale per i fiamminghi è quando si corre il Giro delle Fiandre, una festa che dura una settimana

Lassù al nord, in quel Nord che tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera si mette il vestito migliore, quello tessuto di pietre e polvere (o fango se il clima lo impone), la festa nazionale, quella vera e che tutti aspettano, cade variabile come la Pasqua, mica il 21 luglio. E non ha nulla a che fare col giuramento di Leopoldo I alla nuova costituzione del Belgio, ma con qualcosa di molto più importante di uno stato o di una monarchia: il Giro delle Fiandre. 

Lucien Buysse, pensando che fosse cosa nota e palese, lo spiattellò tranquillamente all’Het Nieuwsblad nel 1955: “Se morisse il re il giorno della Ronde non se ne accorgerebbe nessuno nelle Fiandre”. E questo perché, continuò il vincitore del Tour de France del 1926, “il re, la monarchia, il governo e tutto il resto valgono molto meno di un Giro delle Fiandre. Se chiedete a un fiammingo quando si festeggia la festa nazionale magari non lo sa, ma sicuramente sa quando si corre la Ronde”. Finì che Buysse rischiò di finire in un’aula di tribunale con l’accusa di vilipendio. Finì che l’Het Nieuwsblad rischiò la stessa fine e dovette pubblicare un editoriale per dissociarsi da quelle affermazioni. Finì soprattutto che nessuno si ricorda di tutto questo, ma tutti sono ancora d’accordo nel dire che “se morisse il re il giorno della Ronde non se ne accorgerebbe nessuno nelle Fiandre”. E questo perché, lassù al Nord, la Ronde è ancora l’istituzione più importante e quando si corre è il giorno della vera festa nazionale. Che dura una settimana almeno. 

 

I primi spettatori lungo il percorso sono arrivati domenica 27 marzo, sette giorni in anticipo rispetto al passaggio dei corridori (domenica 3 aprile). Succede così da almeno quarant’anni, forse di più. Succede così perché i posti migliori, lì dove le ruote dei ciclisti galleggiano sulle pietre più belle e ripide, sono ambiti, a bordo strada non c’è poi così tanto spazio (come sul Koppenberg) e anche dove ce n’è, tipo sul Paterberg e sull’Oude Kwaremont (gli ultimi due muri che dovranno affrontare i partecipanti) c’è talmente tanta gente che non è detto che si riesca a vedere qualcosa. La pandemia aveva interrotto questo. Ora che però le regole sono meno stringenti, si è ritornati alle vecchie buone abitudini, si è tornati a giocare d’anticipo. E una settimana è l’anticipo giusto. I camper vengono parcheggiati nei pressi dei muri più duri, la gente si gode la Settimana Santa, quella che va dalla Gent-Wevelgem al Giro delle Fiandre. 

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“Durante il giorno ci si fa un giro in bici, ci si beve una birra e si dice allez-allez ai corridori che provano il percorso. I primi li vedi già il lunedì, il grosso arriva il giovedì: mercoledì si corre la Dwars door Vlaanderen e la si va sempre a vedere. E poi ci sono le sere, che sono lunghe e piene di birre e grigliate. Da voi in Italia ci sono le sagre paesane, da noi anche, ma c’è soprattutto la Ronde, che è ben più di una corsa”, racconta al Foglio sportivo Eddy di Anversa. Eddy in onore di Merckx “ovviamente”. Fa l’ingegnere chimico, sua moglie gestisce un bar, “che però chiude per la settimana del Fiandre”. Tradizione anche questa, ma familiare. “Mio padre non ha mai aperto quando era tempo di Ronde. Il bar l’ha aperto nel 1970. Ci sono cose più importanti degli incassi, tipo il Fiandre”, racconta Carola. 

Carola è nata a Tournai – Belgio, ma a due passi da Roubaix –, vive ad Anversa da sempre, porta con orgoglio un cognome straniero, ma che è più fiammingo di tanti: Magni. “Mio nonno era italiano, veniva dall’Appennino modenese, c’entrava niente con Fiorenzo. Però la passione della bici ce l’aveva. Era il talento a mancargli, diceva”.  

Fiorenzo Magni era un fiammingo di Vaiano. Anzi più di un fiammingo, un Flandrien. Che è tutta un’altra cosa. Non serve essere nati nelle Fiandre per essere un Flandrien. È un titolo, una medaglia, un attributo dell’essere: serve essere nato sulle pietre, sentirle, accarezzarle e prenderle a schiaffi allo stesso tempo. Un giusto mescolio d’amore e cattiveria. 

  

Un Flandrien è una definizione precisa: “È un ciclista che fa una gara difficile optando costantemente per l’attacco e continuando a pedalare fino a quando non raggiunge il traguardo stanco morto”. Karel van Wijnendaele, l’inventore della Ronde, non specificò che la gara ovviamente doveva prevedere delle pietre, perché senza pavé sono “tuttalpiù escursioni in bicicletta”. Scrisse questo il 4 aprile 1927. Serviva a contestualizzare un termine coniato per Gerard Debaets, il primo “grande domatore di pietre”, per celebrarne l’eleganza. E per farsi perdonare una truffa. L’aveva convinto a tornare dall’America (dove era una stella delle Sei Giorni, all’epoca parecchio munifiche), promettendogli premi ricchissimi. Debaets vinse ma si adirò: il premio c’era, ma misero. Un inganno, ma a fin di bene, almeno per il ciclismo. 

Per van Wijnendaele non era questione di natali ma di indole. “Magni è un Flandrien, un Flandrien meraviglioso”. Prima del 1949 solo uno straniero era riuscito a vincere la Ronde: lo svizzero Heiri Suter. Magni trionfò tre volte di fila. C’era mai riuscito nessuno prima. Nessuno c’è riuscito nemmeno poi. Era arrivato per caso nelle Fiandre nel 1948, si innamorò visceralmente di quella corsa. La Ronde è fiamminga e universale. È soprattutto magnetica. Servono i poli giusti però, altrimenti non se ne capisce il fascino, si viene respinti. Nelle ultime nove edizioni solo un belga è riuscito a vincerla: Philippe Gilbert, vallone, quindi altro. Eppure nessuno si cruccia. “Abbiamo visto vincere Cancellara, Sagan, van der Poel. Non saranno fiamminghi, ma sono Flandrien. E poi c’è van Aert. Torneremo a vincere presto”, dice Eddy.