il foglio sportivo

Il Super Bowl senza retorica

Giorgio Burreddu

La sfida tra 49ers e Chiefs raccontata dalla voce italiana del football, Roberto Gotta: “È il centro del mondo”

L’animo docile, ma la voce di tuono: “Il Super Bowl non delude mai, è il centro del mondo”. Ne ha visti più di venti, li ha pianti tutti, ma Roberto Gotta dice che questo 49ers-Chiefs sarà qualcosa di unico, “qualcosa di clamorosamente bello”. Ha l’animo docile, ma un cuore di cuoio. È per questo che è diventato la voce italiana del football, perché lo sente dentro. Lo potrete ascoltare su Dazn nella notte fra domenica 2 e lunedì 3 (si inizia alle 23.55). Gotta racconta al Foglio Sportivo che “sarà una partita senza previsioni: i temi tattici sono così chiari e scontati che è impossibile si svolgano realmente”. Praticamente “imperdibile a prescindere”. Non esiste una retorica del Super Bowl, soprattutto ascoltando il Gotta-pensiero, lui che versa ancora lacrime d’emozione “ogni volta che vedo i giocatori entrare in campo”. È l’evento più incredibile che esista, ha a che fare con la fenomenologia dello show ma anche con l’escatologia: ogni lancio è destino, è futuro. E tutto avviene, come sempre nell’incredibile, in una notte. O no. “Nei giorni precedenti vai alla Nfl experience e vedi di tutto. Calci l’ovale, fai il quarterback, ti fanno vedere come vengono confezionati i palloni. A livello media molte cose se le sono inventate lì, le fan zone pure. E poi, di colpo, il sabato comincia il silenzio. Una sorta di sacro rispetto prima del grande evento”.

  

 

È una giostra da molti milioni, il Super Bowl. Si stima una spesa di 6.000 dollari a persona per vivere la manifestazione da dentro. Un conto al ribasso. WinkNews.com ha buttato giù una mini-guida delle 54 cose da fare a Miami in attesa del Super Bowl. Feste a tema hawaiano, cene con trentadue chef americani di grido, mostre fotografiche, party nell’acqua, dj, cantanti, paillettes, show, e luci al neon dappertutto. L’eccessivo, il roboante, il trascendentale fa parte dell’epica del Super Bowl, che richiama a sé stravaganze e riti, gestualità e mode. “Da cinque anni c’è la Opening Night, una sorta di media day aperto agli spettatori. Paganti, chiaramente. Si mettono in tribuna, una radiolina all’orecchio, e ascoltano le interviste in diretta. Si godono lo show. Succede di tutto, io ho visto qualsiasi cosa: un collega messicano travestito da scrivania, uno tedesco truccato da Robocop. Il folklore è ovunque. E poi c’è la radio-row con cento stazioni una in fila all’altra: vedi più vip lì che in qualsiasi altro evento al mondo”.

   

La tragedia di Bryant ha reso tutto più dimesso, i giocatori e gli addetti ai lavori hanno ricordato il campione di tutti. È stato già osservato un minuto di silenzio a inizio settimana, ma il ricordo di Kobe non mancherà nemmeno prima del fischio d’inizio di questo Super Bowl 2020.

 

San Francisco-Kansas City, poi, sarà la partita tra due modalità di pensiero, “i 49ers hanno una difesa molto forte, i Chiefs un quarterback esaltante e bello da vedere”. Differenze evidenziate alla perfezione proprio dai due registi: di qua Jimmy Garoppolo, 28 anni, origini italo-elleniche, di Arlington. Di là Patrick Mahomes, 24, papà ex lanciatore di Mlb, cresciuto a Tyler, Texas. “Jimmy G non ha ancora dimostrato di essere un grandissimo, era stato scelto per fare l’erede di Tom Brady ai Patriots, poi è stato ceduto. Ha la sua occasione coi 49ers. Pat con il pallone in mano sa incidere, fa male, col passaggio no-look è fenomenale. È considerato lo Steph Curry della Nfl”. Non è poco, dato che i Chiefs non vincono il Super Bowl dal 1970. Tutto è possibile, l’America è sempre la terra promessa. E se i college sono la reale essenza dello sport, la Nfl è un regno in equilibrio sul merito e l’utile: “È un sistema, vendono un prodotto. Se vuoi aprire una squadra verificano che tu possa investire, non solo spendere”.

 

D’altra parte, dice Gotta, “gli States sono il posto dove lo sport ha più senso. I 49ers l’anno scorso hanno vinto una manciata di partite, quest’anno sono al Super Bowl”. Lui giocava in Italia, cornerback, “negli anni Ottanta ci allenavamo al Parco dei Cedri di Bologna. La squadra l’avevano appena tirata su, ci chiamavamo Towers, ci allenavamo in pantaloncini, alla buona. Il primo infortunio me lo sono fatto in precampionato, avevo un ginocchio così. Mi portano dal prof Marcacci: ‘Se tra una settimana non ti si sgonfia, ti siringo’. All’epoca avevo paura degli aghi: l’ho fatto sgonfiare io”. Nel frattempo studiava Storia Medievale e sognava l’America (ma senza ossessioni). Le partite della Nfl le andava a vedere alla base Nato di Rimini: “Un paio di volte, con un amico. Lì le trasmettevano in diretta: la tv italiana le passava il giorno dopo. Ci lavorava un militare americano che allenava in Italia, Nazionale compresa. Una sera gli dico: ‘Chissà se in America ci andrò mai’. Il giorno dopo mi chiama un collega del Guerin Sportivo: ‘Oh, quelli della Nfl hanno sbagliato: c’è un accredito in più, vuoi venire?’. Sono impazzito di gioia, avevo ventiquattro anni”.

   

Negli Usa c’è stato più di sessanta volte, ma il primo Super Bowl live risale all 1988, a San Diego. Da allora Roberto non ha più smesso. E a ogni finale è sempre la stessa, meravigliosa storia: “Ogni volta che vedo entrare i giocatori mi prende l’emozione, mi vengono le lacrime agli occhi, mi immagino cosa deve essere quella corsa, come guerrieri che avanzano, e penso al monaco di San Gallo quando assiste all’arrivo delle armate di Carlo Magno, le lance, le armature, e tutto quel ferro che brilla, che luccica al sole. È qualcosa di solenne, una solennità concreta. Così è il Super Bowl, e sarà così anche questo 49ers-Chiefs. Ma non chiedetemi di fare pronostici”. No, non ne vale la pena.

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