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La retorica sul pugile “ciccione”

Il nuovo campione del mondo dei Massimi, Andy Ruiz jr., non è una metafora

8 Giugno 2019 alle 06:00

La retorica sul pugile “ciccione”

Andy Ruiz jr. festeggia la sua vittoria contro Anthony Joshua (foto LaPresse)

Vabbè, siamo alle solite. E giù, a rotta di collo, col brutto anatroccolo che stende il bronzo di Riace, col messicano che trionfa davanti a un pubblico di americani, con l’imprevedibile chepperò talvolta accade, col sogno che si fa realtà, coi mai dire mai, insomma, col disinvolto commentodromo simbolizzante. Nel dilagare del ferormone allegorico, Roberto Saviano si è fatto prendere la mano al punto da sbrigliare un’interpretazione del match che montava briosamente sulle spalle della Favola e che, inebriata dalla rarefazione d’ossigeno propria delle ascensioni visionarie, gli faceva concludere che Andy Ruiz jr detto il Distruttore – “panza di burro e pugni di pietra”, commentava un tizio su YouTube – aveva vinto non tanto contro Anthony Joshua, campione del mondo fino a quel momento, ma contro tutto il pubblico del Madison Square Garden, che secondo lui aveva in testa un solo pensiero: ciccione messicano di merda.

 

Non sottoscrivo questa versione dei fatti, essendoci più versione che fatti. Anzi, eccolo qui, bello e incorniciato, il guaio di usare lo sport come Grande Metafora: che alla fine è più importante la metafora dello sport, cioè far quadrare un teorema anziché attenersi, e vedere quel che si vuole pur di non vedere quello che c’è. Ma per carità, non sarò il Marco Travaglio di nessuno, ed è innegabile che i fatti dicano chiaramente tre cose: che Andy Ruiz è il nuovo campione dei Massimi; che è il primo messicano della storia a sedersi su quel trono; che il tempo per prepararsi adeguatamente al cimento forse non l’ha nemmeno avuto, avendo dovuto rimpiazzare Miller, positivo all’antidoping. Nessuno di questi aspetti può passare inosservato.

 

Bene, e ora che non è passato inosservato fatemi dire che la boxe è anche una serie di altre cose. La boxe è Anthony Joshua, tanto per cominciare, che non è un bronzo di Riace ma un pugile, che non è un “tartarugato” – sempre sgangherata, la lingua italiana di certi visionari ultronei, perché? – ma un atleta di enorme talento incappato in un incidente più grottesco che significativo, e l’ha dimostrato il ring: Andy Ruiz non ha fatto nulla di trascendentale se non aggredire, Joshua si è fatto intimidire – non dovrebbe mai capitare a un campione di solide aspirazioni, sono d’accordo – e a quel punto è andato in confusione, si è messo a blaterare pugilato e a sproloquiare contrattacchi disordinati che l’hanno lesionisticamente offerto ai colpi più rapidi e precisi dell’avversario.

 

A Ruiz non si vuol negare un certo ammirevole fegato, si tratta di un veloce e impavido randellatore e no, non lo descriverei tout court come un panzone. Però come un pugile di medio-basso livello sì. È il suo curriculum a denunciarlo: un solo match sulle dodici riprese (peraltro l’unico della sua carriera) e successi indubbi contro avversari dubbi quanto a caratura. Insomma, i pugili sbaragliati dal pur simpatico messicano-americano non hanno nulla a che vedere con quelli che ha sparecchiato Joshua, i cui limiti, emersi più vistosamente che mai, derivano dalla sua disabitudine a difendere e da una sospetta incapacità di incassare e soffrire a lungo, il che rappresenta un problema, non solo nei Massimi. Di certo, però, la boxe non è Andy Ruiz, che nulla ha della crudele eleganza necessaria in questo sport e pochissimo dell’implacabilità di stile che si fa ammirare, questo sempre se vogliamo parlare di boxe con la maiuscola e a meno che il calcio non sia, come a volte capita nei primi giorni dei Mondiali, il Costa Rica, che magari un paio di partite le vince anche, ma alla fine è solo il gustoso fuori programma di una manifestazione che l’ha sempre escluso dalla finale. Poi se un giorno il Costa Rica farà rutilare calcio e meriterà la coppa saremo i primi a celebrarne le gesta, ma quelle reali, non quelle metaforiche che piacciono ai caporedattori più pigri di certi lettori. Al momento, per Andy Ruiz non prenderò certo un aereo. Per Joshua l’ho già fatto. E forse – il rematch pare confermato – lo farò.

Marco Archetti

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