cerca

pugni al Pan

Da un topaia all’oro olimpico. E un mito: Ali. Patrizio Oliva si racconta

La boxe come una “fuga per la libertà” iniziata ai Quartieri spagnoli copiando Cassius Clay (in mostra al Pan di Napoli sino al 16 giugno). Ora una scuola di pugilato per insegnare il gancio e il rispetto

8 Giugno 2019 alle 06:10

Da un topaia all’oro olimpico. E un mito: Ali. Patrizio Oliva si racconta

Foto di Marco Pastonesi

Avevo tre eroi, tre esempi, tre modelli: Nino Benvenuti, perché era un artista; Bruno Arcari, perché era un guerriero; e ‘Sugar’ Ray Leonard, perché era un artista e un guerriero. Ma sopra tutti, avevo un mito: Muhammad Ali, perché era il più grande”.
Patrizio Oliva alla mostra su Cassius Clay e poi Muhammad Ali, al Pan di Napoli (aperta fino al 16 giugno): fotografie, video, locandine, copertine, tra ring e sacco, tra turisti e appassionati, tra sportivi e curiosi, per ricordare, anche per ricordarsi, per ritrovare, anche per ritrovarsi, per capire, anche per capirsi.

 

Cassius Clay era nero e povero, lei?

“Bianco e povero. Padre, madre, cinque fratelli e due sorelle, totale sette figli. Cresciuto a Poggioreale. Uscendo da casa, da una parte c’era il cimitero, dall’altra il carcere. E la strada più facile, più attraente, più in discesa, mi avrebbe portato o al cimitero o in carcere”.

 

Cassius Clay fu indirizzato alla boxe da un poliziotto, lei?

“Da mio fratello Mario: campione italiano dilettanti, sfiorò l’Olimpiade di Monaco 1972 perché punto da un insetto tre giorni prima della partenza e poi atterrato da una reazione allergica. Gli preparavo la borsa prima che andasse in palestra. E lo pregavo di portarmi là. Per convincerlo ci misi tre anni”.

 

La prima volta che andò in una palestra Cassius Clay aveva 11 anni, lei?

“Anch’io. La palestra si chiamava Fulgor e io ne venni folgorato. Si trovava nei Quartieri Spagnoli. Ed era, insieme, grotta e tempio. Il buio, l’odore. Il maestro, i pugili. Le locandine, gli specchi. Il sacco, la pera. E il ring. Era anche una topaia. Il primo a entrare doveva battere i piedi per far scappare i topi, l’ultimo a uscire doveva spargere il veleno. Spesso io ero il primo e l’ultimo”.

 


Foto di Marco Pastonesi


 

Cassius Clay si era dedicato alla boxe per placare la rabbia di quando gli avevano rubato la bici, lei?

“Perché mi stavano rubando la vita. Andavo e tornavo da casa alla palestra a piedi: 15 chilometri. Ogni volta era una fuga per la libertà. Là dentro, in quella topaia, mi sentivo libero, libero di esprimermi, anche in quella forma, in quei modi, in quei gesti. Il primo a insegnarmi i gesti fu proprio Mario, e ne scoprii la bellezza, che ho sempre ammirato e inseguito. Il secondo fu il maestro Geppino Silvestri: il suo primo comandamento era ‘non prenderle’. Il terzo fu Ali. Lo copiavo a 360 gradi. Com’è possibile, mi chiedevo, tanta leggerezza, eleganza, velocità e potenza in un solo uomo?”.

 

Cassius Clay, a 18 anni vinse l’oro olimpico a Roma 1960, lei?

“A 21 a Mosca 1980. Lui nella categoria dei mediomassimi, io in quella dei superleggeri. Era stata la mia ossessione, fin da bambino. Davanti allo specchio, alzavo le braccia al cielo e gridavo ‘Oliva, campione del mondo!, campione del mondo!’, e proprio nei superleggeri. Chissà perché. Forse una premonizione. Forse, allo stesso tempo, un sogno e una visione. Ci riuscii nella maniera più entusiasmante: contro un sovietico, Konakbayev, che mi aveva sconfitto agli Europei di Colonia 1979 grazie a un verdetto scandaloso, tanto che alle premiazioni il suo inno non si sentì subissato dai fischi e un omone, che poi si rivelò essere Max Schmeling, antico campione del mondo dei massimi, mi issò sul gradino più alto come vincitore morale”.

 

Ali spiegava: “Vola come una farfalla, pungi come un’ape”.

“Era il mio faro, la mia stella cometa. Danzava e colpiva. Sapeva quello che avrebbe fatto il suo avversario, glielo leggeva negli occhi, o nel cuore. Era istinto, talento, arte”.

 

Ali sosteneva: “Nulla è impossibile”.

“La boxe è molto più di uno sport: chi mette i piedi su un ring è già un eroe, chi combatte fa i conti con la paura, e la paura è quella di sapere di affrontare la morte, sfiorarla, sfidarla”.

 

Ali confidava: “Ero così veloce che avrei potuto alzarmi dal letto, attraversare la stanza, girare l’interruttore e tornare sotto le lenzuola prima che la luce si fosse spenta”.

“Stordiva gli avversari di parole prima ancora di salire sul ring. Andando sotto casa di Sonny Liston e gridandogli di essere più forte di lui, e credo che Liston gli avesse puntato la pistola. O provocando Joe Frazier alle operazioni di peso. O aizzando la gente contro George Foreman”.

 

Ali aveva un’altra famiglia, quella del ring, con il manager, l’allenatore, il medico, e lei?

“Prima dei match mi trasferivo a Bogliasco, nell’Hotel Flora, due stelle e l’aria del mare. Due allenamenti al giorno: corsa la mattina e palestra il pomeriggio. Rocco Agostino, il mio manager, un uomo genuino e semplice, mi obbligava ad alzarmi alle cinque e un quarto perché, diceva, solo a quell’ora c’è l’aria pulita. La verità è che la palestra era a disposizione solo dalle due del pomeriggio, e lui voleva far passare un po’ di tempo fra il primo e il secondo allenamento. A un giornalista, Agostino cercò di spiegare come fosse dura la mia vita da atleta. Ma disse ‘monegasca’ invece di ‘monastica’. Gli feci notare che c’era una bella differenza”.

 

Ali confessò la sua paura del ring, lei?

“La paura c’è per tutti. E tutti, più o meno, la superano. Non solo nella boxe. Anche solo la paura di non essere, o di non sentirsi, all’altezza della situazione. Nella boxe, a differenza degli altri sport, è una paura anche fisica. Ma l’importante è non mostrarla, come nel poker. Il match comincia nello spogliatoio, quando ti ritrovi da solo, solo con i tuoi pensieri, le tue certezze e i tuoi dubbi, i tuoi sogni e anche le tue paure”.

 

Ali aveva paura dell’aereo, lei?

“Almeno in questo lo battevo. Voleva venire a Roma, per l’Olimpiade, in nave e in treno, lo convinsero a salire sull’aereo, si racconta, promettendogli il paracadute. E a ogni turbolenza attaccava a parlare, parlare, parlare…”.

 

Ali dichiarò: “Io sono l’America. Sono la parte che non volete riconoscere”.

“Ci metteva la faccia, sul ring e nella vita di tutti i giorni. Si schierava, politicamente, civilmente, religiosamente. Lottò contro il sistema. All’inizio sembrò perdere: perse la corona dei massimi, perse tre anni di carriera pugilistica. Ma tornò, e tornò a vincere, e tornò più forte di prima, se non con la forza dei muscoli, con quella della testa, dell’anima, dello spirito”.

 

E lei?

“Nella mia palestra accolgo tutti, anche quelli che non possono pagare la retta perché sono poveri come lo ero io da piccolo. Nella mia palestra ho accolto anche Arturo, accoltellato da una baby gang qui a Napoli, in via Foria, quasi due anni fa. Nella mia palestra insegno il gancio ma anche il rispetto, il montante ma anche la lealtà. La boxe ha salvato me dalle cattive compagnie: mi dicevano ‘ma che vai a fare in palestra, vieni a fare una rapina con noi’”.

 

Ali disse che “nessun vietnamita mi ha mai chiamato negro” e si rifiutò di partecipare alla guerra nel Vietnam, lei?

“Il nostro Vietnam è il bullismo. Domani sarò qui a Napoli, in piazza Plebiscito, per una giornata di lotta contro la criminalità. Alle istituzioni dico: ma vi volete svegliare, o no? Altro che legittima difesa: noi vogliamo la legittima protezione. Non è possibile non avere la certezza che, la sera, i nostri figli non tornino a casa”.

Marco Pastonesi

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi