Le ferite dei Balcani non sono ancora rimarginate. E Shaqiri resta a casa

Al Mondiale l'attaccante di origini kosovare esultò dopo la rete contro la Serbia componendo con le mani un simbolo del nazionalismo albanese. La cosa non è piaciuta a Belgrado, Klopp ha deciso di non convocarlo per Stella Rossa-Liverpool
5 NOV 18
Ultimo aggiornamento: 20:32
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Xherdan Shaqiri con la maglia del Liverpool (foto LaPresse)

Quando, nel 2011, la Svizzera arrivò seconda all’Europeo di calcio U21, non furono pochi quelli che elogiarono l’essenza multietnica della formazione elvetica: c’erano ragazzi dai cognomi italiani, nomi chiaramente tedeschi, qualche giovane di colore e una sfilza di calciatori di origine balcanica. Una squadra oggettivamente forte, che sapeva tenere insieme talenti di ogni longitudine, promettendo alla nazionale rossocrociata un futuro di successi che a dire il vero sette anni dopo è ancora tutto da farsi. Di quel gruppo Xherdan Shaqiri - nato in terra balcanica da famiglia kosovara ma cresciuto in un paese a pochi chilometri da Basilea - era sicuramente il più talentuoso assieme a Granit Xhaka, figlio pure lui di genitori fuggiti a inizio anni Novanta da Pristina. Oltre che campioni furono indicati come ottimo esempio di integrazione: giocavano bene e vincevano, non avevano paura di indossare la maglia di una nazione che era diventata la loro solo per adozione, né intendevano tenere nascosto il legame con quella terra da cui i genitori erano dovuti fuggire.
Fa una certa impressione rileggere, oggi, quanto si scriveva su Shaqiri nel 2011, ovunque indicato come un po’ più di un semplice giocatore: “ambasciatore”, “Maradona del Kosovo”. Eppure, proprio oggi, il ragazzo deve rimanere a casa dalla trasferta del suo Liverpool a Belgrado (domani, 6 novembre, giocherà con la Stella Rossa in Champions), perché non è sicuro per lui andare in Serbia e il suo allenatore Jurgen Klopp non vuole distrazioni.
Il motivo è fin troppo noto ed è legato a quest’estate quando la nazionale svizzera batté ai Mondiali la Serbia, nazione che non riconosce l’indipendenza del Kosovo proclamata nel 2008. A segnare le reti decisive furono proprio loro, Xhaka e Shaqiri, che non si fecero problemi a mostrare a tutti la loro identità, componendo con le mani, a mo’ di esultanza, il simbolo di un’aquila. Un gesto che rimandava al nazionalismo albanese e non è piaciuto tanto agli avversari serbi quanto alla Fifa, che sempre preferisce un calcio privo di eccessive connotazioni politiche. E se Shaqiri tentò di restare sul vago con le spiegazioni, Xhaka invece parlò chiaramente: “È una vittoria per la mia famiglia, per la Svizzera, l’Albania e il Kosovo. L’esultanza è per tutti quelli che mi hanno sostenuto, non era rivolta ai nostri avversari”.
Qualcosa si ruppe, quel giorno, tra la Svizzera, Shaqiri e Xhaka, messi al muro da parte della stampa e della politica per aver mostrato bruscamente le loro origini. La gara di Champions tra Stella Rossa e Liverpool riporta alla luce quell’episodio, facendo vedere come nell’Europa del calcio vi siano stelle che brillano ma pure qualche ferita mai rimarginata. E se la Fifa, una volta incassata la sua multa, ha dimenticato in fretta, il pubblico di Belgrado ancora non ha mandato giù l’affronto di pochi mesi fa. Klopp lo ha capito e vuole evitare strascichi, per questo ha invitato il ragazzo - che nei giorni scorsi si era detto pronto a giocare a Belgrado - a rimanere in Inghilterra. “Abbiamo sentito speculazioni e parlato a lungo sul tipo di accoglienza che Shaq potrebbe ricevere - ha spiegato -. E sebbene non abbiamo idea di ciò che potrà accadere, vogliamo andare là ed essere concentrati al 100% sul calcio. Siamo il Liverpool, una grande squadra, un club di calcio e non abbiamo altro messaggio se non questo. Per questo motivo, Shaq non sarà impegnato nella trasferta, ha capito e accettato la decisione. È un nostro giocatore, lo amiamo e giocherà per noi diverse volte. Ma non martedì”.