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Il Mondiale 2026 in America, Messico e Canada e quel business al quale non si poteva dire di no

Tra otto anni la Coppa del Mondo si giocherà nei tre paesi americani. Soldi e trasparenza e gli altri motivi che hanno spinto la Fifa all'assegnazione

13 Giugno 2018 alle 17:20

Il Mondiale 2026 in America, Messico e Canada e quel business al quale non si poteva dire di no

Foto LaPresse

Da Edmonton (Canada) a Mexico City (Messico) passando per Denver e Dallas (Stati Uniti). All’Expocentre di Mosca il congresso della Fifa, guidato dal presidente Gianni Infantino, ha consegnato le chiavi della Coppa del Mondo 2026 (la prima che dovrebbe essere a 48 squadre invece che 32) ai tre Paesi del Centro e Nord America dopo un voto che non ha lasciato scampo al Marocco: 134 (67 per cento) a 65 (33 per cento), più del doppio dei suffragi. Per la prima volta, quindi, un Mondiale sarà organizzato da tre nazioni confinanti, dopo l’esperienza del 2002 con Corea del Sud e Giappone (probabilmente la manifestazione iridata più brutta e meno trasparente della storia). Ma a fare la parte del leone saranno gli Stati Uniti, sulle 80 partite previste, infatti, 10 saranno giocate in Canada, 10 in Messico e le restanti 60 negli Usa, con la finale al MetLife Stadium, nel New Yersey. I voti sono arrivati dall’Europa, dall’Asia, dal continente americano e qualcuno anche dall’Africa, tradendo se stessa, come la Liberia che ha privilegiato i rapporti politici ed economici che la legano proprio agli Stati Uniti. Pure Benin, Guinea, Mozambico, Namibia, Sierra Leone, Sud Africa e Zimbabwe hanno votato per la triade. Cuba, Slovenia e Spagna si sono astenute. L’Iran non ha votato per alcuna candidatura. L’Italia ha votato per il Marocco, come la Francia e il Brasile. Il Ghana, invece, ha lasciato il seggio vuoto dopo che il suo presidente, Kwesi Nyantakyi, ha accettato 65.000 dollari da un giornalista infiltrato, dimettendosi da tutte le cariche che ricopriva.

 

È la nuova Fifa targata Infantino, tutta soldi e trasparenza, perché sono questi i due mantra che hanno guidato il 68esimo congresso e che guideranno l’attuale presidente verso la rielezione, il prossimo anno a Parigi. La trasparenza nei voti e nei denari per rompere con il recente passato e per dimostrare che nel periodo più brutto del governo del calcio mondiale l’italiano naturalizzato svizzero ha saputo tenere dritta la barra ed evitare il collasso economico, rilanciando in continuazione, dal nuovo Mondiale per Club alla Coppa del Mondo pantagruelica con 48 squadre, in una lotta (come dimostrato dal caso Lopetegui-Real Madrid) tra società private e federazioni. Per gli Stati Uniti quasi un risarcimento dopo le ultime sconfitte e dopo il Fifagate. Simon Chadwick su thescorecard.org è ancora più incisivo, scrivendo che questa è la vittoria della forza politica, economica e intimidatoria dell'America, riferendosi alle persone processate e alle società multate dal tribunale di New York in merito ai casi di corruzione dei ‘cattivi ragazzi’ di Zurigo.

  

Ci sono poi considerazioni oggettive. Il Marocco non può competere, se non spendendo cifre impopolari, con le infrastrutture (tra cui 23 stadi), già pronte, di Canada, Messico e Stati Uniti. Inoltre in molti hanno preferito evitare che un Mondiale si giocasse per due volte consecutive in inverno, perché il Nord Africa d’estate è improponibile quanto il Qatar. Un ragionamento che avranno sicuramente fatto i grandi club europei che si contendono la Champions League e che, pur non avendo potuto votare, contano qualcosa pure nelle stanza della Fifa.

 

La triade americana ha promesso ricavi per 11 miliardi di dollari, con una ricaduta di 50 milioni per ogni federazione, tanto da far dire ai rappresentanti della candidatura marocchina che a Mosca non ha vinto il calcio ma hanno vinto i soldi, perdendosi un piccolo particolare: ai massimi livelli le due cose diventano una sola. Carlos Cordeiro, invece (e ci mancherebbe ancora), presidente della federazione a stelle e strisce ha dichiarato: “Oggi l’unico vincitore è il calcio”. Sarebbe stato opportuno, però, ricordargli di evitare di giocare un’altra finale alle 12.30 nel caldo e nell’umido di Pasadena come in quel 17 luglio del 1994, altrimenti a vincere saranno ancora una volta i diritti televisivi.

 

Al centro di tutto Gianni Infantino che gonfia il petto di fronte al budget di 6,1 miliardi di dollari che la Fifa oggi ha a disposizione, 1,1 miliardo più del previsto, con 1,4 investiti nello sviluppo del calcio. Guardandosi bene dal ricordare che questi risultati sono anche il frutto delle riforme volute e attuate da Joseph Blatter, l’innominabile padre padrone della Fifa degli anni passati che l’ha portata lì dove ora Infantino si crogiola: “Attraversando la peggiore crisi che abbia mai vissuto”, ha tenuto a precisare. Infantino ha vinto, un po’ a sorpresa, le elezioni del cambiamento promettendo più soldi e una nuova trasparenza, puntando dritto alla riconferma: “Leadership significa ascoltare tutti voi e poi agire”, “un leader deve avere una visione e stiamo trasformando la Fifa, proiettandola in una nuova era”. Quella dove chi ha più soldi farà sempre saltare il banco, è già accaduto, accadrà di nuovo, sotto gli occhi trasparenti e maliziosi del mondo.

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