Allegri visto da vicino. Storia di un gran conservatore di successo

Scudetti, finali, carattere, donne e un nuovo modello cultural-pallonaro: il calcio come anti scienza. Chi è, da dove arriva e come ragiona l’allenatore della Juventus (e perché è diventato l’anti Mourinho).
Allegri visto da vicino. Storia di un gran conservatore di successo

Massimiliano Allegri è nato a Livorno l’11 agosto 1967. Dal 2010 al 2014 ha allenato il Milan. Dall’inizio di questa stagione è allenatore della Juventus

Dopo l'1-0 della Roma contro il Napoli all'Olimpico, la Juventus di Massimiliano Allegri ha vinto il suo quinto scudetto consecutivo, il secondo con il toscano alla guida. Ripubblichiamo il ritratto del tecnico bianconero scritto da Beppe Di Corrado il 15 maggio 2015.

 


 

 

 

Prima di ogni intervista, Massimiliano Allegri passa la mano destra sui capelli. Da sinistra a destra, incrociando la testa. E’ pronto. “Buonasera”. Parla piano. E questa cosa ha un senso adesso come ce l’ha avuto sempre: “Non è che se uno parla così non è autorevole o autoritario: mai visti i grandi della Terra alzare la voce”. Campione d’Italia, in finale di Champions League, in finale di Coppa Italia: rivincita è una parola usata da tutti tranne che da lui. Non perché non lo creda, probabilmente invece lo penso. Però che senso ha dirlo? “Questa è una squadra che ha fatto tre anni straordinari in Italia. Ma anche in Europa: l’anno scorso è uscita solo per colpa di un campo infame”. E’ la cifra rispettata tutta la stagione: riconoscere i meriti degli altri per affermare anche i propri. Allegri ha vinto e passandosi la mano destra tra i capelli a Madrid sa di aver raggiunto il livello più alto della sua carriera.

 

Dieci anni fa, il 7 luglio 2005 discusse a Coverciano la tesi per prendere il patentino di allenatore di prima categoria. “Caratteristiche dei tre centrocampisti in un centrocampo a tre”, fu il titolo della tesi. In quelle 17 pagine ci sono molte cose del suo gioco e anche della sua idea di calcio. Va presa, letta, analizzata. Dentro c’è lui da giocatore (mezz’ala riluttante all’inizio, entusiasta poi) e lui da allenatore. Ci sono i semi di ciò che ha sviluppato a Cagliari, al Milan e ora alla Juventus. C’è un’idea diversa da molti coetanei. C’è il continuo ritorno alla tecnica, parola utilizzata sempre meno nel linguaggio pre e post partita. L’ha usata anche dopo la sfida del Santiago Bernabeu e Fabio Caressa l’ha fatto notare subito. Perché è strano, diverso, irrituale. Italiano da sempre, ma apparentemente non italiano negli ultimi tempi: “Se tecnicamente giochiamo bene possiamo farcela”. Controintuizione, perché tutti pensavano che l’unica possibilità della Juve in questa Champions, non solo in semifinale, fosse la pressione, il ritmo, la forza, la grinta, le palle. No, tecnica, dice Allegri. Cioè tocco, uno contro uno, classe. E’ una idea fissa, nata con lui e da lui, per eredità di ciò che era da calciatore. Qualche tempo fa Pierpaolo Marino, oggi direttore sportivo dell’Atalanta, ha ricordato come arrivò nel calcio vero: “All’inizio dell’estate del 1991, fui chiamato dall’allora presidente del Pescara, Pietro Scibilia a rilanciare, assieme all’allenatore Galeone, la squadra abruzzese, che navigava in serie B, oppressa dai debiti precedenti. Fummo costretti a scommettere su tanti giovani di C per risanare il bilancio. Quell’estate l’allenatore Galeone mi chiese, imprescindibilmente, un giocatore che avevamo visto all’opera nel Pavia, quel Frederic Massara, un’ala dalle gambe corte e veloci, adatta al modulo di gioco (4-3-3) del tecnico. Prendere Massara, però, non era facile, perché i proprietari del Pavia, gli amici Giusy e Claudio Achilli, avevano già promesso il calciatore a Zamparini, all’epoca presidente del Venezia in serie B. Per il nostro progetto, Massara era fondamentale e gli Achilli mi fecero capire che, se avessi comprato anche un altro giocatore del Pavia, dandogli una valutazione di 400 milioni di lire, loro avrebbero potuto colmare il deficit societario e avrebbero avuto una buona motivazione per svincolarsi dall’impegno con il Venezia. Guardando la lista dei calciatori del Pavia, notai il nome del già 24enne Allegri, che il grande maestro Allodi, due anni prima, aveva voluto che io visionassi quando giocava nella Pro Livorno, di cui Italo era divenuto consulente, perché lo riteneva un giocatore dotato di tanto talento e di un carattere un po’ scanzonato. Tanta era la voglia di prendere Massara, che Allegri (che avevo visto una sola volta), con tanto coraggio e fantasia, me lo ricordai somigliante ad Antognoni. In poche ore vendetti il centrocampista Fabrizio Fioretti al Piacenza, ricavando in un colpo più di quello che serviva per comprare Massara ed Allegri e, con un unico blitz, chiusi l’operazione con il Pavia. Le urla e le invettive di Zamparini e del suo compianto d.s. Bianchi (detto “vulcano”) rimbalzarono dal Veneto sino all’Abruzzo. Inizialmente fui elogiato per l’acquisto di Massara, ma, dopo un paio d’anni, il vero affare si rivelò Allegri, che, oggi paragonerei più ad Hamsik che ad Antognoni. Galeone, quando gli comunicai la notizia, esclamò, con un pizzico di ironia: ‘Ma come, ti avevo chiesti di prendermi un giocatore e me ne porti due?’. Tuttavia, dopo solo due giorni di ritiro precampionato, il tecnico napoletano di nascita e friulano di adozione, mi confidò: ‘Allegri è la più forte mezz’ala che ho allenato nella mia carriera’”.


A questo punto della stagione, la Juventus è arrivata in fondo a tutti gli obiettivi. Scudetto già vinto. Finale di Coppa Italia (20 maggio). E ora finale di Champions (6 giugno) (foto LaPresse)


Il rapporto con Galeone tornerà. Perché è centrale, perché probabilmente è tutto: ciò che vediamo oggi e ciò che non vediamo. C’è anche nelle risposte che dà quando passa la mano destra sui capelli, da sinistra a destra, incrociando la testa. Quando gli chiedono se la definizione di “aziendalista” che gli fu data ai tempi del Milan lo irrita: “L’ho detto mille volte. L’amministratore delegato di un’azienda è un aziendalista, perché deve portare utili, come l’allenatore risultati: altrimenti, lo cacciano. Nel calcio, pensano che ti facciano la formazione o che accetti tutto dalla società. Non è così. Mi piace chiedere e ascoltare, poi credo che l’allenatore non debba conoscere solo quel che succede sul campo: dobbiamo evolverci, avere una visione più ampia delle cose. Al di là della Premier, allenatore-manager non significa comprare 15 giocatori, ma essere al corrente anche di marketing e introiti”.

 

E’ un ibrido, Allegri. D’animo sarebbe calcisticamente conservatore: in quella tesi di Coverciano usa per identificare i centrocampisti i numeri 4 (per il mediano), 8 (per la mezz’ala), 10 (per il trequartista). Lo fa per comodità, ma in fondo anche per indole. Lo capisci quando lo senti parlare di che cosa dovrebbe essere un allenatore e di che cos’è, dei big data, della scienza. Ai tempi di Cagliari, a Malcom Pagani disse: “Si vuol far passare il calcio per una scienza. E’ una balla. Nella pallacanestro si gioca in un campo piccolo. Si usano le mani e i piedi servono solo per correre. Cinque secondi per pensare e spesso a pochi secondi dalla fine, la sfera viene data al più bravo per l’uno contro uno. Dal pallone si pretendono schemi che vengano alla perfezione in un contesto sconnesso, tra rimbalzi irregolari e fenomeni atmosferici, anche violenti. E’ un assurdo. Bisogna dare un’identità e avere a propria disposizione gente disponibile al sacrificio”. Verità assoluta, questa. Il resto l’ha mediato, l’ha interpretato. Ha smussato quell’idea un po’ fatalista del pallone. L’ha capito a volte suo malgrado che l’allenatore, il sistema, il modulo, la tattica contano. Non è che non lo pensasse, ma mediaticamente lo snobbava un po’. Oggi meno. Oggi se si deve definire lo fa con una parola che più contemporanea non si può: “Evoluzionista”. Che vuol dire? Che modella, plasma, adatta, studia. La Juve, la sua Juve è totalmente evoluzionista: “Ho trovato una squadra che aveva lavorato in un certo modo, vincendo tre scudetti e due supercoppe, non l’ho cambiata, l’ho sistemata dove pensavo che andasse fatto”. Semplice, pulito, elegante. Anche questo passaggio spiega la cifra di quest’anno. Evoluzionista anche nel modo d’essere e di parlare. Perché il rendere omaggio a ciò che era stata la Juventus di Conte senza appropriazioni indebite, l’ha messo in posizione privilegiata anche nei rapporti con il commissario tecnico: lui signore, l’altro sempre un po’ sulle sue, fino a quella frase “con me la Juve quest’anno avrebbe avuto venti punti di vantaggio”. Caduta di stile, passata dalla parti di Allegri nel silenzio e senza risposta. Perché, semplicemente, quella frase significava che Allegri stava vincendo il pregiudizio, lo scetticismo, l’indifferenza di un certo mondo juventino. Lascia stare e lavora sul campo: l’impianto di Conte è stato ritoccato il giusto fino a diventare l’impianto di Allegri.

 

Ciò che il Milan non era stato fino in fondo è stata la Juventus. Perché a Milano, la vittoria non è mai stata esaltata come quella di quest’anno a Torino. Perché, forse, arrivare dopo Ancelotti era tremendamente difficile, addirittura più di quanto fosse succedere a Conte. Di quella vittoria Allegri conserva una frase sua che è diventata celebre: “Quando sono arrivato, si diceva che non potevo fare l’allenatore del Milan, poi i ragazzi mi hanno fatto vincere campionato e Supercoppa. Tanti ambiscono ad allenare il Milan, è un ruolo sempre al centro dell’attenzione. Io sono sereno e indifferente per un semplice fatto: quando parlo lo faccio sempre direttamente. Quello che ho detto ai vecchi lo so io. Andare a rivangare il passato non ha senso. Quello che ho detto a Gattuso lui lo sa, poi uno fa le sue scelte. Quando uno mi prende per il culo divento matto. E odio le persone indirette, forse per quello sto antipatico a molti”. Milano è stata complicata, il Milan anche. Quella storia dell’aziendalista, nata dopo le cessioni di Ibra e Thiago Silva l’ha segnato, così come quel Milan-Juventus che è diventato poi il motivo per cui gli juventini lo detestavano: “Da ora in poi chiederò in carta bollata a Marotta quando parlare. Anzi in carta semplice, non esageriamo”. Era il post gol (non gol) di Muntari. Anche se non l’ammetterebbe mai, oggi una frase così non la direbbe più. Perché l’ha pagata troppo per quanto valesse in realtà. Evoluzionista significa anche questo: cambiare. E forse diventare più furbo. La corrosività che aveva quando giocava e quando ha cominciato ad allenare è andata scemando. Ha cambiato molte cose. Ha cambiato l’approccio, forse anche l’idea del calcio italiano: “In Italia si evidenziano sempre le cose meno buone. Tutti dicono ‘il calcio italiano fa schifo’, ma nessuno fa niente perché migliori. Tutti dicono ‘gli arbitri italiani sono i peggiori’, poi li troviamo ad arbitrare la finale di Coppa del Mondo. Le squadre italiane all’estero prendono rigori dubbi e stanno zitte. Da noi non succede. Bisogna apprezzare di più le giocate, valutarle, altrimenti tutto diventa un alibi. Le decisioni di Rocchi in Juventus-Roma sono state elevate alla massima potenza perché era proprio Juve-Roma. Le stesse in una partita di medio-basso livello non fregavano niente a nessuno. Così si è persa anche la buona prestazione della Juventus contro la Roma, grande squadra che ha in Totti un giocatore straordinario.. La verità è che nel calcio ci sono 50 milioni di tifosi, 12 sono della Juve, gli altri del Milan, dell’Inter, della Roma e via così. Tutti sono contro la Juve. Ora me ne rendo conto”.


Carlos Tévez è nato a Ciudadela, Argentina, il 5 febbraio 1984. Con la Juventus, dal 2013, ha segnato 39 gol in serie A (foto LaPresse)


Lo sapeva che per diventare grande doveva correggere qualcosa. Lo sapeva perché ha visto quello che è accaduto al suo mentore-amico Giovanni Galeone. Torna sempre lui, ogni volta che si parla di Allegri. Torna per osmosi, perché è lui, Massimiliano, che ti spinge a farlo. Perché in fondo e neanche tanto allenatore lo è diventato per emulazione, non per genetica: guardando, imparando, cercando un futuro. Galeone è il modello che Allegri ha storpiato per trovare se stesso: “Tanto per cominciare abolirei la zona nei settori giovanili: i ragazzi non vanno ingabbiati”. S’è ricordato il primo giorno che vide Giovanni, a Pescara. Quando lo porto Marino da Pavia. Matto, dicevano tutti. Matto alla toscana, dice lui. Matto al punto che da livornese era finito a giocare nel Pisa, una specie di calcio in faccia alla propria città. Ma lui voleva giocare, punto. Lui era uno da pallone. Pisa valeva Pavia, come poi sarebbe stato Pescara e Cagliari. E comunque prima di arrivare a Pescara, in C1 aveva fatto i numeri: assist, gol, tocchi, giocate. A Paolo Condò confessò: “Quando arrivai a Pescara ero un trequartista di C1 ricco di qualità e presunzione. Galeone mi disse ‘se non cambi posizione, in B non vedrai mai la palla, prova a fare la mezzala’. Da quel giorno giocai sempre; il Gale aveva chiesto uno sforzo ma poi mi sosteneva. Si prendeva la responsabilità di sostenermi. Comunque nei primi dieci giorni lo incontrai sì e no 5 volte. Diceva di andare a pesca ma sapevo che non era vero. Non ha mai preso un pesce in vita sua. Si godeva la vita, come ha sempre fatto. In tranquillità”. Non si sono più lasciati, di fatto. Nel calcio, nella vita. Compreso quel giorno, sempre quello, raccontato una dozzina di volte, a ogni intervista, a ogni appuntamento, a ogni addio al celibato, a ogni giro di campo. C’erano gli inviti spediti, le bomboniere nell’angolo, il viaggio di nozze già preparato. C’era la chiesta pronta. C’era una ragazza in attesa. “Organizzai il mio matrimonio, poi lo annullai in fretta e fuggii. Gli amici mi credevano lontano. Avevo le palle piene di ogni cosa e un forte bisogno di isolarmi, così raggiunsi Giovanni”. Due giorni prima delle nozze. “Fuga di calciatore davanti all’altare in zona Cesarini”, titolò il Corriere della Sera quel giorno del 1992. Poi raccontò tutta la storia: “‘Benedetto ragazzo, era felice insieme alla sua Erika. Li ho visti per l’ultima volta venerdì sera, a due giorni dalle nozze. Proprio lui aveva insistito tanto perché fossi io a sposarlo. E invece…’. E invece Massimiliano Allegri, 25 anni, centrocampista del Pescara, squadra neopromossa in serie A, ha deciso all’ultimo momento che il matrimonio poteva attendere. Così il giorno prima ha dribblato tutti. Sposa compresa”.

 

C’erano altri dettagli nell’articolo, il più citato di tutti quelli mai usciti su Allegri. Perché il destino di uno sposo che scappa evidentemente t’insegue per sempre. Comunque Allegri partì e andò da Galeone. A pescare, pare. Ne parlano sempre con tempi diversi e ricordi diversi. Mischiano altre storie, altri aneddoti, altri giorni. Sembra quel film di Edward Burns, “Il senso dell’amore”, dove due ragazzi accompagnano il padre a pescare e la pesca non c’entra nulla, è solo il pretesto per parlare d’altro. A Giovanni e Max deve succedere lo stesso, perché si sentono sempre, si chiamano, si cercano e continuano a vedersi su una barca: “Usciamo in mare insieme, lui dice che va a pescare, ma mi sa che il pesce lo compra al mercato”. Sono stati insieme a Pescara, poi a Perugia, a Napoli. Galeone aveva bisogno di qualcuno e chiedeva al presidente di comprargli sempre Allegri. Successe anche con Gaucci, ovviamente. Successe e fu perfetto fino a un certo punto, fino a quando Luciano cominciò a mettere in discussione l’allenatore. Furono giorni di liti, di discussioni, di voci alte. A Galeone venne un infarto durante un diverbio. “Volevano mandarlo via a ogni costo, ci riuscirono. Tanta gente sputa sentenze e attribuisce etichette, senza conoscere le persone. Il mondo è cambiato. In peggio purtroppo. Un tempo si parlava di calcio, oggi non si sa di cosa si discuta davvero. Ci vorrebbe più rispetto. Se sbagli una stagione, ti ritrovi a piedi. Avrei bruciato la mia occasione, ma non ho la presunzione di vantare meriti. L’allenatore può fare solo qualche danno e conta complessivamente non più del cinque per cento. Credo molto nel fattore psicologico. Quando riesci a entrare nella testa di un giocatore, sei già a metà dell’opera. Ma i giocatori scarsi, alla fine, rimangono tali. Quando sento pontificare, mi irrito: ‘Io ho scoperto’. No, sei stato abile a valorizzare le singole caratteristiche, ma se un calciatore possiede qualità, prima o poi, sarà in grado di mostrarle. Mai gettare fango sul tuo predecessore, un atteggiamento diffuso che denota ignoranza e maleducazione”.

 

[**Video_box_2**]Per questo Allegri non parla di nessuno. Solo se gli chiedono chi è l’allenatore in attività che stimi di più fa il vago. Una volta, qualche anno fa ha detto: “Ranieri”. Se gli chiedono quello che stima di meno non ne dice neanche uno. Ha solo un’idea precisa: non tutti possono allenare. Quando provano a metterlo in competizione con uno alla Mancini, partito direttamente dalla A, dice: “Chi gli ha dato la chance ha visto qualità importanti, ma anch’io non mi posso lamentare. Poi però c’è stato il Guardiolismo, in cui allenavano tutti, e così si crea pressapochismo: giocatore e allenatore sono due mestieri agli opposti”. E’ qui che c’è Allegri, convinto di un ruolo non particolarmente importante di un allenatore, ma convinto anche che allenare sia una cosa troppo seria.

 

Ipocrisia? Lui lo chiama rispetto e nient’altro. Ce l’ha per molti. Ce l’ha anche per chi ha avuto meno fortuna di lui. Ce l’ha per Mandorlini, per esempio, Ipocrisia? Lui lo chiama rispetto e nient’altro. Ce l’ha per Mandorlini che prese il suo posto nel Sassuolo: Max l’ha portato in B dalla C1, poi in A dove Massimiliano c’era da tempo. Preso e allevato dal presidente Cellino a Cagliari. Tutti convinti che non sarebbe durata. C’era la quota dei bookmaker inglesi: Max primo allenatore esonerato pagava praticamente zero, perché era certo, scontato, ovvio. “Quanta gente non credeva neanche che sarei arrivato a giocarmi la partita col Siena”: era la seconda di campionato e Allegri ne ha sempre parlato ridendo. Fu sconfitto, così come aveva fatto alla prima e così come avrebbe fatto alla terza, alla quarta e alla quinta. La quota dei bookmaker sempre più bassa, così bassa che forse Cellino decise per una volta di ribellarsi all’idea di sembrare così poco sorprendente. Lo tenne quell’anno e poi un altro, poi arrivò il Milan e lo portò nel calcio dei grandi.


Paul Pogba è nato a Lagny-sur-Marne, Francia, il 15 marzo 1993. Dal 2012 è alla Juventus. In serie A ha totalizzato, finora, 20 reti (foto LaPresse)


Lo ispezionarono: uno senza il pedigree del grande giocatore che si presentava in una squadra che doveva vincere in Italia e in Europa. Tirarono fuori la vecchia storia della sua passione per le corse dei cavalli e quella volta in cui incappò in un’inchiesta per Atalanta-Pistoiese, finita in pareggio e finita sott’indagine. C’era stato un volume di scommesse esagerato: tutti a puntare sul pareggio e tutti a puntare sul vantaggio dell’Atalanta alla fine del primo tempo. Un vortice di telefonate tra i calciatori, qualcosa di strano, di poco pulito. Condannati una manciata e tra loro Massimiliano. Era il 2001, praticamente l’ultimo anno da professionista. Allegri fu squalificato e qualcuno cominciò a chiamarlo “super scommettitore”. Lui uscì allo scoperto: “Lo faccio quotidianamente e assiduamente, ma solo sui cavalli”. Quella storia finì, sepolta dalla storia. Allegri decise di allenare. Arrivò all’Aglianese. E’ lì che ha cominciato come allenatore. Poi Spal, Grosseto, Sassuolo. Cagliari, poi. La A, il Milan, lo scudetto, l’esonero, la Juventus, lo scudetto, la finale di Champions.

 

Dice di essere appassionato di un sacco di cose. Una gliel’ha un po’ imposta Galeone per riportarlo con sé quando era a Udine. Allegri era appena stato esonerato dal Grosseto. Arrivò una chiamata: “Sono Giovanni, verresti qui?”. Galeone allenava un’Udinese un po’ in difficoltà: l’allenatore e il presidente si fecero venire in mente che serviva un motivatore. Gale scelse Max, solo che non poteva assumerlo davvero, perché il regolamento dice che non si può lavorare in due club diversi nella stessa stagione. E’ stato l’ultimo incrocio della carriera. Ora restano solo quelli della vita. Giovanni non allena più, vede il suo allievo, lo intervistano ogni volta che si cerca qualcosa in più sulla sua vita, sulle sue scelte, sulle sue idee: “Allegri ha qualcosa in più: l’intuizione improvvisa, il colpo di genio. Lo aveva quando giocava, non gli fa difetto adesso. Sapevo che sarebbe diventato un grande tecnico. E così una volta ha dato una lezione anche a Mourinho. Ero a San Siro, quando il portoghese ha buttato dentro tutti gli attaccanti sono andato via: ero sicuro che il Cagliari avrebbe vinto, solo qualche errore glielo ha impedito. Max è diverso anche fuori: nel calcio vanno di moda anche sostantivi e aggettivi. Provate a seguire un post-partita di Allegri: non è mai banale, esce sempre dal ripetitivo lessico degli altri”. L’Inter, San Siro. Quel giorno era il suo esordio da allenatore nello stadio che poi sarebbe stato suo. Secondo Galeone, Allegri allenatore lo è diventato davvero quella sera di fronte a Josè. Max ne ha parlato così a Condò: “A un certo punto io vedo che Mourinho mette dentro cinque punte. E io dico ai miei di andare all’attacco. Se ci chiudiamo l’Inter ci sbriciola. Il più basso era 1.90. Visto che avevano cinque punte, qualche vuoto in difesa doveva pur esserci. E infatti per poco non abbiamo vinto”. Pareggiò e fu la notizia del giorno. Lui fu l’uomo del giorno. L’avrebbe rincontrato, Mou, senza averlo mai davvero in simpatia. Fu dopo quella partita che gli chiesero che cosa fosse, per lui essere un allenatore. E soprattutto se di fronte a Mou, che mai aveva giocato, si sentiva un privilegiato. Rispose: “Il passaggio da calciatore ad allenatore è sconvolgente. Quando sei dentro lo spogliatoio, pensi per conto tuo. Dall’altra parte della barricata ti osservano in 25. Ti contano tutto e non ti scontano niente”.

 

Lo pensa anche oggi, che giovane non lo è più, che a 48 anni, nessuno confronta con Mourinho come se fosse il piccolo contro il grande. Allegri non è Conte, non è José, non è Ancelotti. Sta lì, però. Usa parole diverse per spiegare concetti analoghi. Tocca la spalla di Tevez, poi gli da un buffetto sulla guancia: “E’ lui il protagonista”. L’allenatore conta il 5 per cento ha sempre sostenuto e continua a sostenere, nonostante l’evoluzione, nonostante la chiusura nei confronti della scienza non sia più come un tempo. Dei suoi giocatori dice dall’inizio della stagione cose che nessun altro diceva: “Questo è un gruppo con mezzi tecnici, fisici e tattici importanti. Ma deve essere convinto, anche se tra sicurezza e presunzione c’è un confine sottile. Però la convinzione ti porta a raggiungere risultati al di là di ogni aspettativa. E noi questa cosa dobbiamo averla in Champions”. Ai detrattori è sempre sembrata una provocazione, ai sostenitori al massimo una forma di motivazione. Crederci non ci credeva nessuno. A Madrid hanno cambiato idea. Questo sì che è facile.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi