× Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
× Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
× Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
× Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
× Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
× Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
Venezia, lettere dal futuro di una città che non vuole morire
Nel 1966 l’Acqua Granda trasformò la città nell’“episodio centrale della crisi del mondo moderno”. Per salvarla fu ospedalizzata. Ora la bellissima “Veglia” civile di Paolini per la Biennale all’Arsenale non piange ma guarda avanti
Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
La foto simbolo dell’Acqua Granda è quella di un uomo immobile a capo chino sul Ponte della Paglia. Ore ore e ore. Non può fare un passo per mettersi in salvo e nessuno può fare un passo verso di lui per salvarlo. Se pensi a Venezia, la Venezia di quel 4 novembre 1966 tradita dal mare con cui per un secoli ha celebrato giorno dopo giorno le sue nozze di splendore, che cosa fu per Venezia l’Acqua Granda è tutto in quella fotografia. Helpless. Poche altre parole, poche altre immagini: non era una veglia funebre. Non era un ricordare rimuginare persino incolpare, il rituale così italiano delle tragedie che non passano. C’erano invece piccoli segni, suoni, nomi evocativi di sestrieri immaginari sparpagliati nella grande penombra di uno spazio scenico poderoso. Il sale. Ad esempio il sale.
Il sale che sala e conserva, ma anche il sale che sale, che vien su dall’acqua e s’infila nei muri fino a farli marcire, “fa i fiori”. Quando l’acqua se n’era andata lui era rimasto, a mangiare i muri e a seccare gli orti di Sant’Erasmo, di Pellestrina. Ricordi di piccoli gesti, i mobili portati di sopra, le cose messe sui tavoli, i bambini sui tavoli di quelli che abitano ai piani alti. Non serve molto altro, la veglia non è quello. “Acqua chiede luogo, all’acqua va dato luogo” dice Pietrangelo Buttafuoco come se più che essere il presidente della Biennale fosse il corifeo di una tragedia mobile e collettiva che sta iniziare: “All’acqua va dato luogo, e la parola diventa spazio pubblico, Agorà. E’ col teatro che l’Agorà diventa Polis, e grazie al teatro la parola diventa politica”.
Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
Non una celebrazione, rimembranza di sessant’anni fa, ma una “veglia”, gesto attuale evocando l’accadere futuro. Questa è stata la notte del 4 novembre 2026, la Veglia dell’Acqua Granda nell’immenso nuovo spazio dell’Archivio Storico della Biennale all’Arsenale, straordinario recupero e trasformazione di un altro pezzo di quella che fu la più grande fabbrica d’Europa, ottomila metri quadri che corrono di fianco alle Corderie. La Veglia è un Progetto Speciale dell’Archivio Storico - Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee, perché qui in Arsenale non ci sarà solo la conservazione di un grande patrimonio di documenti, ma sarà anche luogo di produzione, di immaginazione, di costruzione di eventi.
La “Veglia” è un Progetto Speciale dell’Archivio Storico della Biennale. L’Arsenale come luogo di immaginazione e costruzione di eventi
E non poteva che essere un evento che manda messaggi e scrive lettere verso il futuro a inaugurare questo luogo: “La Veglia dell’Acqua Granda” ideata e guidata, quasi una sacra rappresentazione laica, da Marco Paolini e Michela Signori, con la consulenza del regista e drammaturgo Davide Iodice. Una lunga notte, dalle 18.30 all’una, sei ore di un teatro medievale e itinerante, con i suoi solisti e i suoi messaggeri, e il coro delle donne di Venezia con il loro canto straziato e liturgico (il Coro delle Cicale diretto da Giuseppina Casarin, ensemble di rara intensità che evoca i suoni di un Veneto arcaico, con le musiche di Guido Sodo). Fortunato il pubblico che ha vissuto il fascino di quelle sei ore di gran teatro civile. Pubblico partecipante, però.
Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
Acqua chiede spazio, chiede memoria. La grande notte dell’Arsenale è stata un’esperienza collettiva in cui si sono intrecciati teatro, testimonianze, musica, riflessione scientifica e persino politica quanto basta (nel senso alto, come l’acqua). In mezzo un momento di vera agorà, anzi di polis, “Fondamenta” (per una nuova politica), quasi una costituente ideale della Venezia del futuro (non sono stati del resto un vecchio e un giovane, è stato ricordato, Concetto Marchesi e Aldo Moro, a inserire la tutela del paesaggio della Costituzione?). Che cosa sarà di Venezia, città universale, tra quarant’anni? Cento anni dopo la (prima) Acqua Granda?
Acqua chiede spazio, chiede memoria. Un’esperienza collettiva in cui si sono intrecciati teatro, musica, riflessione scientifica e politica (nel senso alto)
Ci sono modi diversi per ricordare eventi tragici, ma diversi. Quel 4 novembre in cui le due più grandi città d’arte italiane rimasero isolate dal mondo, nel buio e sott’acqua, porta memorie differenti. Per Firenze poi fu l’epopea degli Angeli del fango. Invece “i Veneziani, al lume di candela, perlustravano i luoghi della devastazione: eppure sembrava proprio che celebrassero un collettivo, struggente rito funebre sulla loro città agonizzante”, scrisse Giulio Obici. “A Firenze il dramma non aveva né tempi né regole da infrangere: era un evento brutale, ingiusto, totalmente abnorme”, srisse nel 1967 il giornalista di Paese Sera in “Venezia fino a quando?”. A Venezia accade qualcosa di inaudito. Per tre volte consecutive, per tre maree, il mare venne meno al suo orologio e al patto “mentalmente contenuto nello schema di un’ipotesi da secoli verificata”. Le maree non erano più maree. “Anche la gente che abita i pianterreni e che ormai aveva inutilmente accatastato mobile sopra mobile, non combatteva soltanto contro le acque, ma anche contro il tempo: se Venezia era Venezia, quella devastazione doveva pur cessare”.
Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
A Venezia l’Acqua Granda ruppe uno sposalizio, e non è che si possa star lì sessant’anni dopo a rimuginare, a farci su teatro. Convocare l’Agorà e trasformarla in Polis è stato del resto, nelle migliori occasioni, il teatro di Marco Paolini, che all’Arsenale aveva già raccontato Venezia attraverso “Il Milione”, nel 1988. Ora ha diviso l’agorà, sestiere per sestiere, nel grande spazio che fu il Magazzino del ferro, a sentir parlare sottovoce oceanografi di cambiamento climatico e di acque che saliranno sempre di più; una giovane biologa spiegare perché il granchio blu che si sta divorando le vongole fin dentro la laguna è un problema globale e non dell’Adriatico; o il racconto poetico di cosa sia fare gli spazzini, scoassèr, a Venezia, la città più pulita del mondo turisti compresi, ma che non ha una fogna (ha la laguna e le maree). E discutere di cosa serva fare. O la capitana del vaporetto che racconta come sono cambiate le correnti col Mose. E mescolare il sapere del sale che sale dal mare e il sapore delle storie. La Veglia potrebbe diventare un evento di Rai Cultura per Rai5, fa parte di un progetto teatrale già ampio, l’Atlante delle rive, che Paolini porterà in giro per l’Italia.
Quando l’Acqua Granda salì fino a un metro e 94 centimetri fu uno spartiacque che doveva portare al futuro. E’ stata evocata la celebre frase dello storico dell’arte André Chastel, “Venezia è l’episodio centrale della crisi del mondo moderno, il quale dovrà rivedere il suo stile di vita”. Quel giorno si capì che non poteva più essere questione di asciugare i magazzini, di aggiustare i murazzi fatti esplodere dalla furia del mare. Quale strada si intraprese? Quando il mondo scoprì, quasi prima dell’Italia, cos’era accaduto, l’emozione fu enorme. L’Unesco avviò una grande mobilitazione, nel 1969 era già pronto il suo Rapporto su Venezia, istruzioni per come salvarla. Save Venice è nata nel 1971, nel 1973 (a tempo di record per l’Italia) fu varata la Legge speciale per Venezia (Legge 171, 16 aprile 1973) che stabilì un principio giuridico e scientifico: “La Repubblica tutela l’equilibrio idraulico, fisico e morfologico della laguna, garantendone la salvaguardia naturale e ambientale”. Era iniziata la salvezza di Venezia, ma anche la sua medicalizzazione. Venezia e i veneziani hanno iniziato da allora a pensare diversamente a sé stessi. Litigiosi come sempre, con in più il vizio italiano della dilapidazione e dell’inconcludenza: per il Mose, già ipotizzato nella legge, ci sono voluti cinquant’anni. Ma quella volta Venezia iniziò a finire di essere un organismo vivo, come la sua laguna. Dall’Unesco alla legge, iniziò la grande ospedalizzazione di Venezia, molto prima della funebre profezia di Settis, Se Venezia Muore. Del resto il libro letterario più bello scritto su Venezia non si intitola forse Fondamenta degli incurabili?
Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
Dopo l’Acqua Granda, che forse era già un segnale del cambiamento climatico ma nessuno lo sapeva, Venezia doveva essere messa al riparo da sé stessa, dallo sviluppo industriale, dall’inquinamento, dalla sovrappopolazione. Diventare al massimo una Disneyland. Iniziò lo spopolamento della città. Nell’agorà di “Fondamenta” a qualcuno è scappato detto che la Legge per Venezia è “una stronzata”. Proprio a partire dall’articolo 1 e da quella pretesa mai esistita dell’“equilibrio idraulico, fisico e morfologico della laguna”. Ma la Laguna non è mai stata un equilibrio da non toccare, esiste esattamente e solo per il contrario, perché per secoli è stata manipolata, trasformata, deviata. Andrea Rinaldo, che con gioco d’ironia si definisce un idraulico, ma è docente di Costruzioni idrauliche e ha vinto lo Stockholm Water Prize, il “premio Nobel dell’acqua”, lo ripete con forza: Venezia esiste perché ci hanno sempre messo mano. E ha “la necessità urgente di essere manipolata”, perché il cambiamento climatico non attenderà altri venticinque anni.
La laguna non è mai stata un equilibrio da non toccare. Esiste esattamente per il contrario: per secoli è stata manipolata, trasformata, deviata
Un giorno sarà la città dei pesci? Accade nel divertente atto unico di Tiziano Scarpa, Cefala Cefania, che racconta la prima uscita in avanscoperta dei pesci grazie all’acqua alta nella città che un giorno sarà loro, messa in scena con gran divertimento, anche degli attori, sul piccolo palco in mezzo al grande spazio.
Si possono cantare canti che sono il suono antico della terra e del mare. Ma si può anche contraddire il catastrofismo rassegnato (Paolini dice giocare nell’altra metà campo). Dice Andrea Rinaldi che Venezia è viva, anche se la Farmacia Morelli ha in vetrina il suo famoso contatore ufficiale degli abitanti residenti nel centro storico spopolato: “Oggi con i sistemi di tracciamento noi sappiamo che ogni giorno feriale alle 11 del mattino a Venezia ci sono 200 mila persone, altro che morta! Ciò che è cambiato è il rapporto tra civitas e la rus, di questo ci si deve occupare, oltre che dell’acqua”.
E c’è anche da ricostruire “il patriottismo marciano”, perché l’acqua chiede luogo e la parola chiede polis, politica. Se anche i granchi blu sono ormai cittadini integrati della laguna – e anche i turisti hanno diritto a Venezia, chi può contestare il diritto universale – chi può mai sognare Venezia senza il Ponte della libertà, staccata come un tempo dalla terra ferma dalla grande valle padana che porta tutti i suoi fiumi e i suoi detriti qui, nelle lagune? Ma Venezia è Venezia, dice il fisico Giulio Boccaletti, ma con mente da storico, perché qui è nata un’idea di Repubblica, che è quella di Paolo Sarpi. Venezia non muore perché all’Europa ha dato un’idea di politica e amministrazione che valgono per il suo futuro.
Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
Sono passate molte immagini in bianco e nero di Firenze e dell’Acqua Granda, in questi giorni. Ma non all’Arsenale. C’erano, silenziose, le immagini proiettate due mattoni dell’arsenale degli anziani del Centro Servizi San Giobbe che hanno realizzato oggetti e trasmesso ricordi. Ma se davvero “Venezia è l’episodio centrale della crisi del mondo moderno”, lo è perché ne rappresenta un futuro possibile. Una veglia-sveglia: esempio assai raro, nell’Italia dell’eterno lamento, del mettersi in comune, Polis. Un futuro che riguarda il clima, certamente. L’oceanografo Sandro Carniel parla di una frontiera che abbiamo dimenticato, e del fatto che ci voglia anche fantasia, che è una virtù da umanisti e poeti, per credere che la scienza potrà trovare correnti buone per il futuro di tutti.
Bisogna pensare in grande, una cosa che a Venezia si fa, ma non sempre in Italia. L’Arsenale col suo nuovo luogo di memoria e creazione ne è segno. Anche la Biennale ha avuto nei mesi scorsi la sua acqua alta, ma importa più che gli ex magazzini del ferro saranno l’Archivio e il centro di ricerca. Importa di più che la Biennale sia per Venezia il segno di una trasformazione possibile e non ospedalizzata. Il progetto di recupero dell’Arsenale iniziò nel 1980 con Paolo Portoghesi, i veneziani non avevano ancora bocciato l’idea di fare una Expo in laguna e i Pink Floyd non avevano ancora devastato San Marco; poi fu l’intelligenza strategica di Paolo Baratta a impostare la grande visione del recupero degli spazi dell’Arsenale, tra cui l’idea che l’Archivio Storico non dovesse rimanere isolato a Marghera, ma dovesse diventare cuore della nuova grande fabbrica di Venezia: fabbrica di cultura e idee e proiezione internazionale, come era stato l’Arsenale la grande fabbrica del mondo-mare. Così ha contribuito a cambiare il senso di una città degli incurabili, e Venezia ha scoperto di avere un futuro come città della conoscenza, per quanto sopra e sotto la linea del medio mare. Ma ora ha da pensare al futuro incerto. Non quanto salirà l’acqua, ma in quanto tempo.
Progetto Speciale della Biennale di Venezia, “La Veglia dell’Acqua Granda”, di Marco Paolini e Michela Signori. Foto di Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
A che altezza è arrivata la linea del medio mare scritta col verde delle alghe sul naso del povero putto davanti alla Salute? In questo Venezia è davvero il punto di crisi del mondo. La scienza forse aiuterà a salvarla dal sale, con un po’ di sale in zucca, dice Sandro Carniel. Ci fu anche un’altra Acqua Granda, nel 2019, “ma non successe niente, sapete perché?”, racconta Paolini con la giubba da marinaio: “Perché tanto sarebbe arrivato il Mose”. Che oggi anche chi non lo voleva non può che benedire, pure Marco Paolini perché il tempo vuol dire anche cambiare idea. Ma il Mose, lo sanno tutti, non è l’assicurazione sulla vita, “è solo una dilazione che la scienza ci ha concesso”. Un pugno d’anni per trovare una nuova soluzione, se esisterà. Perché in futuro il Mose non potrà alzarsi 250 volte all’anno, tutti i giorni tranne il weekend, ironizza il marinaio Paolini. C’è una casetta della posta rossa, nella sala d’ingresso degli Archivi, in cui tutti, come in rito collettivo, hanno imbucato una lettera in cui hanno detto la propria sul futuro di Venezia, cioè di tutte le città, come dice Chastel. Verranno aperte e lette solo nel 2066, tra quarant’anni, nel centenario dell’Acqua Granda. Sfidando anche i catastrofisti che prevedono che Venezia sarà già del pesce Cefala Cefania. Perché le “Fondamenta” della Veglia non sono quelle degli Incurabili. E già questo è molto diverso dal consueto piagnisteo italiano e universale.
All’ingresso degli Archivi c’è una cassetta della posta: tutti hanno imbucato una lettera in cui immaginano il futuro di Venezia, da aprire nel 2066
(Le lettere possono essere inviate fino al 4 novembre 2027 all’indirizzo: Venezia 2026 c/o La Biennale di Venezia, Ca’ Giustinian, San Marco 1364/A 30124 Venezia. Ma valgono anche le mail).
"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.
E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"