Società
L'editoriale dell'elefantino •
Questa strana noia che muove gli sdraiati sempre in piedi
C’è forse una spiegazione meno effimera del carovita e della fatiscenza delle scuole per lo spirito incendiario che invade le piazze. E che contraddice il tasso mica poi così basso di felicità media e benessere medio del paese
1 NOV 26

Foto di Francesco Benvenuti per LaPresse
Alberto Ronchey nella sua celebre idiosincrasia ce l’aveva con quei fuoristrada che, non si capisce perché, poi stanno sempre su strada. Nel mio piccolissimo non capisco gli sdraiati che stanno sempre eretti, sempre in marcia, anche a gentile richiesta di sindacati di base o gialli, e mescolano minimalismo rivendicativo, colleganza con mamme e insegnanti, sorrisi da gita scolastica, qualche falò, anche imitativo, qualche vetrina con scarpa alla moda, esplosivi ideologismi antigenocidari e pro Pal in mobilitazzzzioni ricorrenti con quattro o cinque zeta e molti selfie, ora addirittura con l’esibizione del Tricolore.
Più di recente, dopo il famoso romanzo di Michele Serra e il film al seguito di Francesca Archibugi sugli adolescenti impigriti dal divano, cose sottili di famiglia e romance psicologico del decennio passato, è venuto di moda lamentarsi della tendenza dei ragazzi e delle ragazze al comportamento da hikikomori, un isolamento perfetto, un immobilismo perfetto, un ostracismo impeccabile e ostinato verso le regole astratte della comunicazione verbale e non verbale in uso nella società degli adulti. Molto complicato bazzicare la sociobiologia o microfisica dei poteri della società cosiddetta liquida, interpretare lo stato d’animo delle generazioni in successione, divano, strada, isolamento, socializzazione e mobilitazione. Una spiegazione possibile viene sempre da quel famoso e profetico incidente professionale di Pierre Viansson-Ponté, che riprese la diagnosi di un secolo e più precedente di Alphonse de Lamartine: La France s’ennuie (La Francia s’annoia), e sul Monde del 15 marzo 1968 segnalò lo stato di tranquilla ebetudine dei giovani francesi, tutti presi a occuparsi dei loro piccoli consumi in un paese senza problemi, mentre nel mondo le marce per il Vietnam e contro l’imperialismo sommuovevano la coscienza generale. Eravamo alla vigilia delle insurrezioni di Maggio e delle notti delle barricate, roba da far venire una crisi nervosa al Generale de Gaulle.
La noia è in effetti, noia da stabilità, noia da ristrettezza degli orizzonti, noia da fine della storia e da globalizzazione, noia da intelligenza artificiale, noia da scrolling, noia da famiglie senza o con pochi figli, una spiegazione meno effimera del carovita e della fatiscenza delle scuole, almeno stando al rapporto Istat pubblicato con cattiveria da Cerasa nel Fogliuzzo traditore di sabato a commentare un tasso mica poi così basso di felicità media, benessere medio, contraddetto dallo spirito più o meno incendiario che di sabato invade le stazioni, le tangenziali, le piazze, le strade. Chissà. Certo che gli sdraiati che camminano sono quanto di più vicino ci sia allo zombie, al mito vudù e pop del morto vivente, il che si combina anche bene con tutto il chiacchiericcio apocalittico di questi tempi poco proclivi alla serenità dell’animo.
Ci vorrebbe un Berselli, dovrebbero spremersi oltre misura un Aldo Grasso o un Masneri, per richiamare in causa lo sdraiato in piedi, quello come diceva Arbasino a vita bassa, il rappista o il trappista da divano che si mobilita e smobilita e chi sa mai perché lo fa.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
