Il Museo Ebraico di Venezia "spalanca le finestre" (e nessuno manifesta, evviva!)

Oggi la riapertura del ghetto più antico del mondo, il Ghetto di Venezia: 500 anime. La curatrice del piccolo grande museo Marcella Ansaldi: "Questo luogo con la sua capacità di resistere, trasformarsi e continuare a vivere, è un miracolo di resilienza"

22 OTT 26
Immagine di Il Museo Ebraico di Venezia "spalanca le finestre" (e nessuno manifesta, evviva!)

Foto Ansa

Riapre le porte, anzi spalanca le finestre il MEV, Museo Ebraico di Venezia che torna visitabile dopo sette anni. E’ una notizia, visti i tempi (anche il fatto che nessuno abbia avuto nulla da manifestare, almeno per ora: apre oggi). Il restauro è stato impegnativo (12 milioni di euro, i primi 10 ottenuti da una raccolta fondi privata, il Mic ha dato il resto) e ha toccato il cuore del Ghetto più antico al mondo, uno spazio nato nel 1954 per volontà dei sopravvissuti alla Shoah come un piccolo museo con un’unica sala, poi cresciuto parecchio, tanto da custodire una delle più significative collezioni di arte e cultura ebraica in Italia con oggetti, tessuti sacri, libri e manoscritti che testimoniano secoli di vita della comunità ebraica veneziana.
Forse è utile un recap della liaison dangereuse tra gli ebrei e la Serenissima: da sempre proiettata verso oriente e i commerci, più pragmatica che succube delle rigidità confessionali, nel 1385 Venezia autorizza la residenza stabile in laguna di un gruppo di ebrei di origine tedesca (altrimenti l’economia vacillerebbe: il credito su pegno è vietato ai cristiani). Primo scossone: nel 1516 la Repubblica di Venezia decreta la concentrazione forzata degli ebrei in un’area specifica della città. Nasce il Ghetto, il primo di tanti della storia moderna. L’area prescelta, sede di due fonderie dismesse, è isolata, malsana e controllabile (oggi non tanto distante dalla stazione): i cancelli di notte sono chiusi e sorvegliati da guardie cristiane, pagate dalla comunità ebraica. Nel ghetto convivono gruppi di ebrei tedeschi (ashkenaziti), levantini (mercanti provenienti dall’Impero ottomano), sefarditi espulsi dalla Spagna. A questi si aggiunge la “Nazione italiana”, sono gli ebrei provenienti dal Centro e dal Meridione.
Ogni gruppo, neanche a dirlo, si fa la sua sinagoga, ma lo spazio è poco e il Ghetto sale (con edifici che raggiungono otto o nove piani, caso raro per l’epoca). Gli affari, intanto, volano e Venezia diventa anche uno dei principali centri mondiali della stampa ebraica (fino al 1553, quando il Papa ordina di bruciare i testi talmudici in pubblica piazza, a San Marco). Arrivano poi la peste del 1630, la crisi della Serenissima, Napoleone che spalanca i cancelli, gli ebrei di Venezia che partecipano al Risorgimento. E poi, la cronaca triste del Novecento: le leggi razziali, l’occupazione nazista (più di 200 ebrei veneziani deportati e uccisi).
Oggi, in una Venezia ridotta all’osso – siamo scesi sotto la soglia psicologica dei 50 mila abitanti nel centro storico lagunare – la comunità ebraica rappresenta l’uno per cento dei residenti: sono 500 anime. Pochi ma determinati, come dimostra la rinascita di questo piccolo grande museo (1.700 mq, con bookshop, biblioteca, archivio, un nuovo ingresso e impianto di climatizzazione), inserito in un percorso di riscoperta che include le due sinagoghe del Ghetto Vecchio e quelle nel Campo Ghetto Novo.
Con questa riapertura, in direzione ostinata e contraria rispetto a certe censure dominanti, si sono letteralmente spalancate le finestre: “Volevamo mantenere vivo il rapporto fra gli interni del museo e lo spazio esterno. Abbiamo aperto alla vista tutte le finestre possibili, affinché il visitatore possa riconoscere in ogni momento il luogo in cui si trova”, spiega la curatrice Marcella Ansaldi. “Il Ghetto di Venezia, con la sua capacità di resistere, trasformarsi e continuare a vivere, è un miracolo di resilienza”, aggiunge. Anche chi è allergico al termine difficilmente troverà sinonimo migliore.