Non serve dimostrare i fatti, basta una realtà ricostruita. Oltre Naza

Finzione? Realtà? Non importa, ciò che conta è che rifletta il nostro sentimento morale

10 OTT 26
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Foto ANSA

Nel suo celebre libro Dopo la virtù, Alasdair MacIntyre dedica uno spazio importante al concetto di emotivismo, una condizione in cui un codice morale pretende di conservare intatta la propria solennità mentre perde progressivamente la possibilità di giustificare razionalmente ciò che afferma. In tale prospettiva si continua a dire che una cosa è giusta e che un’altra invece è intollerabile, ma non disponiamo più di una concezione condivisa del bene a partire dalla quale dimostrare perché un valore debba prevalere su un altro. Questo non significa, banalmente, che siamo diventati più emotivi (che pure è vero). Significa qualcosa di più interessante, e preoccupante, ossia che dietro l’apparenza di giudizi universali finiscono per nascondersi preferenze che universali non sono affatto.
Una tale assenza di una concezione condivisa del bene è per MacIntyre tipica della condizione morale della società contemporanea, e ciò non comporta, come si potrebbe ingenuamente immaginare, una maggiore tolleranza o prudenza, ma rende ancora più feroce lo scontro tra differenti percezioni della realtà, e quindi del giusto e dello sbagliato. Se, infatti, non posso convincerti che il mio fine sia migliore del tuo, proverò a ottenere il tuo consenso in altro modo, ossia organizzando le informazioni, facendo leva sulle emozioni, imponendo categorie morali capaci di stabilire in anticipo chi debba stare dalla parte del bene e chi da quella del male.
Il paradosso è che, osservato da questa prospettiva, non viviamo in un mondo nel quale tutto vale allo stesso modo (relativismo compiuto!), ma in un mondo in cui la preferenza che emotivamente riesce a suscitare il maggiore consenso impone la propria come verità incontrovertibile. E’ anche per questo che il dibattito pubblico contemporaneo ha sviluppato una ossessione per le fake news, la post-verità, la disinformazione e le bolle cognitive, purché naturalmente riguardino gli altri. Siamo diventati raffinatissimi epistemologi quando una notizia conferma i pregiudizi dei nostri avversari e sorprendentemente corrivi quando conferma i nostri.
Da anni l’odio viene presentato come uno dei grandi mali civili del nostro tempo, qualcosa da sorvegliare ed espellere dal discorso pubblico. Ogni partito, solitamente di destra, che usa parole dure viene accusato di “incitare l’odio”, e per questo lo si etichetta facilmente come fascista, nazista, etc. Solo che l’odio, come quasi tutto il resto, sembra diventare moralmente accettabile quando viene orientato nella direzione “corretta”. A quel punto non si chiama più odio, bensì “indignazione”. Il disprezzo diventa “coscienza civile”, la demonizzazione “testimonianza”, l’ostilità una prova della nostra “umanità”.
L’emotivismo trova così una delle sue realizzazioni più perfette, perché se il bene coincide con la mia disposizione morale, allora anche ciò che normalmente considero riprovevole può essere riscattato dalla nobiltà del fine. Posso odiare senza considerarmi una persona che odia, purché sia persuaso di farlo per la causa giusta. Posso indulgere alla semplificazione, alla generalizzazione, perfino alla menzogna, perché ciò che conta veramente non è più il rapporto tra ciò che dico e ciò che è, ma il campo morale nel quale ho deciso di collocarmi.
E’ difficile trovare in questi giorni un esempio più limpido di tutto ciò della ricezione riservata a Naza. Il documentario avanza accuse gravissime nei confronti di Israele raccogliendo testimonianze (anonime e non verificabili!) di militari e funzionari dell’intelligence. L’esercito israeliano ha contestato analiticamente ogni singolo aspetto di quel film propagandistico. Esiste dunque una controversia fattuale, che dovrebbe imporre precisamente quel tipo di cautela che invochiamo ogni giorno quando parliamo di disinformazione. E invece, in una parte molto “affluente” dell’opinione pubblica, l’accusa tremenda di sparare indiscriminatamente sui civili, del tutto non verificata, si è trasformata quasi immediatamente in fatto accertato. E questo perché ciò che il film racconta coincide troppo perfettamente con ciò che una certa buona coscienza occidentale desidera già pensare di Israele. Non occorre più dimostrare, basta riflettersi in una realtà ricostruita che si sperava che fosse tale. Finzione? Realtà? Non importa, ciò che conta è che rifletta il nostro sentimento morale. E le anime belle, che della contrarietà all’odio hanno fatto la propria professione di fede, possono finalmente concedersi, in punta di moralità, e vidimati da un film che autoriconoscono tra di loro come autentico, la loro meritata fetta di odio, ma con la coscienza pulita, verso “l’Altro” (Israele, of course!).