Il documento dell’Idf su Gaza, che smonta il facilismo frivolo e l’ambiguità morale di “Naza”, è un testo di dolorosa serietà

Le carte dell'esercito israeliano dimostrano che il documentario è uno strumento di manipolazione che sfrutta argomenti non provati per affermare una tesi precostituita e inferisce conclusioni senza senso e diffamatorie da fatti completamente distorti o da invenzioni totali

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Foto Ansa

Chi legga il documento dell’Idf, l’esercito israeliano, in risposta al documentario Naza, testimonianze anonime di personale militare che afferma sulle vittime civili della guerra di Gaza più di quanto sappia (o spesso non sa oppure sa fin troppo bene quello che dice), ne trae un’impressione di dolorosa serietà, l’opposto dello sfavillante e frivolo successo commerciale del film che rende buona la coscienza delle anime belle e plaudenti. Il compito di chi ha condotto le operazioni militari a Gaza è stato ed è di una difficoltà mostruosa. Per le conseguenze tragiche di una guerra urbana, asimmetrica come si dice, contro un nemico terrorista che apertamente rivendica il sangue delle vittime civili della sua parte come obiettivo da conquistare per il bene della causa. L’ideatore e autore del 7 ottobre Sinwar aveva parlato letteralmente di centomila e più palestinesi messi nel conto delle necessità della cosiddetta resistenza, cioè della rete del terrore per la riconquista di Gerusalemme e la cacciata degli ebrei sionisti dal loro paese. I civili e in particolare i bambini distrutti come danni collaterali (secondo l’acronimo Naza) sono la struggente questione che la guerra ha posto in un teatro della crudeltà quotidiano raccontato su tutti gli schermi e commentato o interpretato televisivamente e sui social come uno scontro tra il male, la guerra di Netanyahu e dell’Idf, e il bene, la resistenza di Sinwar e di Hamas.
Il documento dell’Idf dimostra che il documentario è, anche senza elevare accuse temerarie come il tradimento in tempo di guerra, difficilmente compatibili con una democrazia che fa del suo esercito un vanto e una gloria anche in senso morale, ma semplicemente analizzandone la scaletta e le tecniche narrative, uno strumento di manipolazione che sfrutta argomenti non provati per affermare una tesi precostituita e inferisce conclusioni senza senso e diffamatorie da fatti completamente distorti o da invenzioni totali.
Il punto di partenza razionale della requisitoria dell’esercito contro il facilismo e l’ambiguità morale degli autori di Naza i lettori del Foglio lo conoscono già. Sono tre anni che lo ripetiamo. Hamas ha voluto e ottenuto un alto numero di vittime civili della guerra urbana. Era l’obiettivo militare etico da sbandierare per giustificare l’orrore del pogrom del 7 ottobre e rovesciare i rapporti di forza con gli ebrei e il sionismo nell’opinione mondiale, per sabotare gli Accordi di Abramo e promuovere gli interessi anche nucleari dell’Iran sterminazionista. Israele in divisa ha fatto il proprio dovere con errori e tremende sbavature, come succede in ogni guerra, ma nell’insieme con uno scrupoloso codice di comportamento del quale non si è mai tenuto conto nell’opinione antisionista fanatizzata che fiancheggia i jihadisti di Free Palestine. Qui, in questo testo scritto con senso di responsabilità, finalmente un esempio di vera costernazione, ma non senza un giusto orgoglio, di fronte a accuse così ciniche, il lettore troverà riassunto il vasto campionario della bugia umanitaria, a vantaggio di camera e di buio propagandistico, e della verità umana di un dramma che purtroppo continua ma che era inevitabile dopo il 7 ottobre, e per questo tragico.