Pokémon, lo scambio che dura da trent’anni. Reportage californiano

Cinquantamila fan si ritrovano per Pokémon XP, la prima grande convention ufficiale interamente dedicata al fandom, organizzata a San Francisco insieme ai Campionati Mondiali
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San Francisco. Un padre indica a suo figlio una statua di Charizard come se gli stesse presentando un vecchio amico. Il bambino, invece, risponde mostrandogli entusiasta la carta di un Pokémon che nel 1996 non esisteva ancora. Ecco cosa sono diventati i Pokémon a trent’anni dalla loro nascita: non solo un successo commerciale né un ricordo d’infanzia, ma un linguaggio comune che abbraccia generazioni cresciute in mondi e periodi diversi. All’inizio, quell’universo era racchiuso tutto in un Game Boy in bianco e nero: 151 creature, due cartucce, un cavo da collegare alla console di un amico, una grande avventura e il presupposto che per completare il gioco, prima o poi, avresti dovuto “scambiare” con qualcun altro. E se oggi il cavetto è scomparso, quell’idea rimane. Carte, videogiochi, cosplay, statue, giocattoli, persino partite di baseball giocate sotto il segno di Pikachu. Ecco Pokémon XP: la prima grande convention ufficiale interamente dedicata al fandom, organizzata a San Francisco insieme ai Campionati Mondiali.
“Siamo felici di ospitare qui a San Francisco cinquantamila fan e duemilasettecento giocatori arrivati da tutto il mondo per i Mondiali”, dice al Foglio Chris Brown, Director of Global Esports & Events di The Pokémon Company International. Ma la misura reale del fenomeno va ricercata soprattutto nella sua eterogeneità. A popolare gli spazi della convention ci sono trentenni che si sono avvicinati a questo mondo dai videogiochi Rosso e Blu nel 1996, altri che si sono appassionati alle serie anime, chi ci è approdato dalle carte scambiate nel cortile della scuola e chi da quelle più ambite a livello collezionistico. E ancora, bambini che hanno cominciato da Pokémon GO e giocatori agonistici davvero agguerriti. Perché se molti mondi pop sopravvivono trasformandosi in nostalgia, quello che si capisce da Pokémon XP è come questo universo abbia raggiunto una condizione rarissima nella cultura globale: la continuità.
Aggiungendo e aggregando generazioni, espansioni di carte, gadget e collaborazioni (nel 2027 arriverà anche una nuova serie in stop-motion realizzata con Aardman Animations, lo studio di Wallace & Gromit), crescendo e cambiando con il passare degli anni, ma rimanendo allo stesso tempo quasi immutabile nei suoi meccanismi emotivi. Così che ogni generazione ha le sue nuove creature, ma chi ha scoperto quell’universo da piccolo possa riconoscerlo anche da adulto, non sentendosi mai escluso. E se nel frattempo il franchise ha superato i 500 milioni di videogiochi distribuiti e gli 85 miliardi di carte prodotte (dei numeri davvero enormi), anche se un adulto potrebbe non sentire “suo” l’ultimo Pokémon leggendario e un piccolo appassionato potrebbe invece non avere mai nemmeno tenuto in mano un Game Boy, entrambi vivono le infinite attività nei padiglioni con lo stesso entusiasmo. Perché tutti e due sanno bene cosa significhi scegliere un Pokémon come compagno di questo viaggio narrativo. Forse, dopotutto, è per questo che Pokémon resiste meglio di tanti fenomeni nati negli stessi anni: perché più che chiedere agli adulti di tornare bambini, permette loro di ricordarsi di esserlo stati anche guardando qualcun altro cominciare lo stesso percorso. A Pokémon XP, quindi, basta un momento per capire come la vera esperienza Pokémon non sia fatta tanto di una finale mondiale o di una carta rarissima, ma anche, semplicemente, di un genitore che spiega a suo figlio perché quel Charmander conti per lui così tanto… e viceversa. Il gesto decisivo, anche trent’anni dopo, non è catturare una creatura lanciando una PokeBall, ma passare qualcos’altro di mano in mano: una carta, una console, una storia, un ricordo, una passione. Il vero, grande “scambio” del mondo Pokémon, alla fine, è proprio questo.