La libertà stanca. Catalogo dei motivi per cui non riusciamo a goderci la cuccagna dei nostri tempi

Dalle notifiche alla raggiungibilità sentimentale fino all’obbligo di avere un’opinione. I motivi della nostra noia con tristezza anticipatoria
26 AGO 26
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Foto di Brian J. Tromp su Unsplash

Stiamo benissimo, abbiamo solo qualcosa ai nervi. Un esaurimento costante e diffuso, uno sfastidio che prude sotto la pelle ti prende dalle dita e arriva fino alla punta dei capelli. Non è ansia, a volte mi pare un tipo non catalogato di noia con tristezza anticipatoria. Sarà lo sforzo abitativo nei due mondi, online e offline, sarà l’eccesso di informazione, fatto sta che l’uomo del millennio corrente si sente un poco girare la testa. E così, questo paese della cuccagna in cui abitiamo ultimamente, non riesce nemmeno tanto a goderselo. Vediamo i motivi.
Le notifiche, i.e. abbiamo un citofono incorporato dove scampanella tutto il mondo. Ogni minuto siamo lì, fessi e reperibili, abbiamo persino accettato la bussata a vuoto, lo scherzo da prete, il telefono che vibra per comunicare che non sta succedendo niente, che ti hanno messo un cuore di gradimento all’ultimo messaggio di Whatsapp in cui dicevi solo “a domani”.
Guardarsi mentre si parla. Già la telecamera del telefono è stata una iattura, poi è arrivata la call, anche definita videoriunione – io la abolirei con regio decreto domani. Una follia, aver sostituito le riunioni dal vivo, che avevano un vantaggio fenomenale, erano rarissime perché dovevi muovere e scomodare troppa gente. E’ un dispendio di forze mai visto, non capisco il motivo ma esco dalle video riunioni peggio che dalla sala del dentista. E’ un delirio psichiatrico: viene introdotta nella conversazione una terza persona: noi stessi. Impossibile guardare solo l’interlocutore, c’è lo spettacolo della nostra faccia, stanca e storta. Ma sono uscita con quei capelli? Da dove arrivano tutte quelle occhiaie, ma chi è, quella? Il video perenne è un prosciugatore di forze, un debilitatore di carattere, non siamo fatti per stare così tanto a guardarci.
La raggiungibilità sentimentale. Strumenti di criminologia amorosa ovunque, nessuno riuscirà mai più a sparire e farsi rincorrere da un amante perduto. Sei uno che preferisce non sapere le schifezze che gli fanno alle spalle? Manco quello ti lasciano più fare.
Il confronto permanente. Ci sono milioni di persone che sorridono ovunque, pure per finta, ricche e in barca, è un’aggressione quotidiana.
La Similterapia. Anche alla fermata del tram ti dicono cos’hai che non va. Una diagnosi, come il bicchiere d’acqua, non si nega.
La faccia. I nostri connotati non sono tanto più nostri. Hai quarant’anni? Devi dimostrarne trentacinque. Ne hai cinquanta? Sempre 35. E poi che fai, ti sei visto nei vestiti, vuoi restare chiatto? Prendi quest’Ozempic, su!
L’obbligo di avere un’opinione. Ogni evento mondiale – e non sono pochini – accompagnato dalla sciagura che dobbiamo pronunciarci tutti. Ti vuoi sfilare dall’opinione? Eh no, bella mia, qui odiamo gli indifferenti, li meniamo pure.
La catastrofe in diretta. L’epoca della curiosità ridotta ad ammennicolo. Vedrai tutto anche se non vuoi. Ti salteranno addosso dagli schermi stupri, facce risucchiate dai finestrini degli aerei rotti, stragi, attentati, letti d’ospedale.
L’intelligenza artificiale e la delega finale. E’ tutto affidato alla tecnologia. La memoria, quale strada devo prendere, che musica mi potrebbe piacere. L’ultimo soldato a morire sul campo è la scrittura: fammela più gentile, questa mail, e chiedi questo e quello. Saluta con cordialità, ma resta formale.
L’algoritmo imperatore. La tivù una volta era un funzionante convento: pigliavi quello che passava, e capitava pure il bel film che non avevi mai degnato di considerazione, qualche personaggio interessante, non dico Carmelo Bene, ma una trasmissione carina sì. E’ finita quell’utile assenza di libero arbitrio. La macchina offre mille possibilità, quasi tutte scarse, e non sappiamo più cosa scegliere. Una imprevedibile scoperta dell’epoca del dopo-post è questa: tanta libertà vuol dire solo tanta stanchezza.