L’8 settembre del woke Italian style, mentre ancora discutevamo se esistesse

A leggere i commenti di queste ore il woke all’italiana, sepolto da Giuseppe Conte, pare infatti soprattutto affare di bon-ton, buone maniere, aggiornamento di sistema del vecchio Politicamente Corretto, importato a suo tempo nelle forme del “buonismo” veltronico

24 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 08:28
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Foto LaPresse

Nato nella bambagia dei campus della East Coast, il woke muore a Volturara AppulaLo seppellisce una lunga lettera a Repubblica di Conte che orecchia l’ultimo trend americano: il woke e la cancel culture hanno fatto anche cose buone, ma adesso basta – si torni all’economia. Subito tremiamo: meglio il woke che il Superbonus. Meglio una sfilza di asterischi che una “lotta alle diseguaglianze” che qui vuol dire levitazione dello stato, lotterie degli scontrini, eserciti di navigator. Ma il “contrordine compagni” è netto, perentorio. E’ l’8 settembre del woke: e come in Tutti a casa, con Sordi che non afferrava bene i nuovi ordini, grande è la confusione. Come regolarsi, per dire, con Schlein, messa lì proprio sull’onda euforica dei pronomi in calce alla mail? Come spiegarlo a una base ancora alle prese col misgendering?
C’è infatti chi esulta (Renzi), chi chiede spiegazioni, chi chiede aiuto, come dopo la svolta della Bolognina. Persino a Radio3, ho sentito ascoltatori smarriti domandare al conduttore, “potete spiegare per favore cos’è il woke, in parole semplici”. E ora chi glielo dice, che la frase-tormentone del dibattito americano è “Woke 1 was crazy” – che dunque c’è un woke 2, forse un 3, tutta una saga di cui recuperare le vecchie stagioni in un forsennato binge-watching di teorie e metodi? Nel dubbio, il grosso del Pd non si scompone – woke? Mai stati wokisti qui. E difficile dargli torto, guardando i video dei “giovani democratici” – l’avanguardia, il Pd di domani – che festeggiano il centenario di Fidel Castro coi lacrimoni agli occhi.
Magari da noi il problema fosse il woke: faremmo subito a cambio. Ma è la solita sfasatura italiana: il benedetto woke viene giù mentre qui si discuteva ancora se esistesse, come se a metà anni Cinquanta Togliatti avesse dichiarato “basta con il rock’n’roll” mentre eravamo in pieno Claudio Villa ed Elvis lo conoscevano in pochi. Era appena diventato un cult, l’avevamo finalmente imparato a dire bene – non più uòke ma wok, per quella coincidenza fonetica con la padella cinese da noodles e verdure, ormai di casa anche nelle cucine sovraniste – e invece è già preistoria.
Scorrono immagini come in un vecchio film: Myrta Merlino che s’inginocchia in studio per George Floyd, Enrico Letta che intima la Nazionale di inginocchiarsi tutta, Laura Boldrini che in aula “non respiro perché sono donna…”. Niente però incarna il ciclo di vita del woke italiano meglio della parabola della schwa (do you remember?): moda americana, euforia militante, rivendicazione identitaria, circolare di Valditara. Giro completo. L’epigrafe più bella l’ho letta su un muro di un cesso di Lettere: “Siamo durati meno della schwa”. Una pena d’amore, immagino. Scritta però da chi aveva già capito tutto – dritto al punto, in netto anticipo sulla verbosa lettera di Conte. Si aprono intanto nuovi scenari: si potrà tornare a dire “frocio”, “negro”, “ciccione”? Se passa una gran gnocca, commentare ad alta voce, ’anvedi, aho, ammazza? Ritroverò la pajata al ristorante? Perché a leggere i commenti di queste ore il woke all’italiana pare infatti soprattutto affare di bon-ton, buone maniere, aggiornamento di sistema del vecchio Politicamente Corretto, importato a suo tempo nelle forme del “buonismo” veltronico. Poi, per accumulo, c’è finito dentro un po’ tutto: le statue di Colombo tirate giù e quella di Montanelli solo imbrattata; i sensitivity reader che minacciano di riscrivere Totò, le black face a “Tale e Quale Show”, la Sirenetta nera, le Olimpiadi “drag” di Parigi. E giù giù fino a scambiare per woke, ormai, l’intero orizzonte dei diritti civili – sicché mollare il woke sembra, da noi, mollare sui diritti. Si porta molto meno, invece, la lettura strictly accademica, che poi sarebbe il grosso e il cuore della faccenda: quei Foucault, Said, Judith Butler e altri nipotini di Marx, Adorno e Fanon che tengono sotto scacco i dipartimenti a colpi di critical theory, decolonizzazioni dello sguardo, lotta all’omino bianco occidentale e cattivo. Ma si capisce: nel paese con meno laureati d’Europa quella roba da seminario di dottorato arriva ancora più annebbiata di come nasce. Che ce ne facciamo? Meglio azzuffarsi sul cambio di sesso a tre anni, sull’“intersezionalità delle lotte” che va bene anche per le okkupazioni, l’utero in affitto, il patriarcato. Del resto questo birignao era per tre quarti già attivo nella sinistra “gruppettara” dei nostri Seventies: nulla di nuovo, solo il rilancio dentro un orizzonte molto bacchettone, sessuofobico, puritano – da vecchie zie col golfino ma fiere anticolonialiste.
Conte, nella lettera, racconta di un “caro amico di Boston” ospite a Roma, che scorge sullo scaffale del suo studio una statuetta di bronzo – “una nudità femminile di boteriane fattezze”, disse lui – e con tono grave lo ammonisce: non dovrebbe tenerla esposta, è offensiva per le donne. Conte resta “disorientato”. Non se l’aspettava “da un fine intellettuale”. E ne trae solenne conclusione: “Fu la prima volta che toccai con mano gli eccessi del woke”. C’è dentro il miglior Verdone di sempre. Il Manuel Fantoni che non si è mai schiodato da Trastevere ma spiega a Benvenuti Sergio che “l’America è un Paese strano, pieno di contraddizioni…” – la competenza di seconda mano, sfoderata con faccia seria e solenne. Da sempre il pezzo forte dell’avvocato del popolo. “Ocasio Conte Cortez” potrebbe essere proprio il/la leader che ci vuole per il campo largo.