Giuseppe Conte, l'Ocasio-Cortez italiano: "Alla sinistra non serve il woke"

Il presidente del M5s come la deputata americana: "La cultura woke è diventata una sorta di religione morale autoreferenziale. Per i progressisti sarebbe un grave errore confidare su di essa per costruire una efficace azione politica". La strategia giusta? Be', chiaramente il disarmo

21 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 12:28
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Alexandra Ocasio-Cortez e Giuseppe Conte

"La cultura woke può costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista? Ne dubito". È la domanda che si pone sulle pagine di Repubblica il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte. L'ex premier si intesta di diventare l'Alexandria Ocasio-Cortez italiano, cioè la deputata che proprio nei giorni scorsi ha aperto un grande dibattito negli Stati Uniti, forse in vista di una sua candidatura alle prossime presidenziali, dichiarando che "il primo woke è stata una follia".
Ebbene Conte decide di dire la sua. Chiarezza. "La cultura woke è diventata una sorta di religione morale autoreferenziale e per una forza progressista sarebbe un grave errore di strategia politica confidare su di essa per costruire una efficace azione politica", scrive. E aggiunge: "Una forza progressista deve necessariamente intervenire sulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione (se non l'eliminazione) degli squilibri economici e delle iniquità sociali che hanno assunto un rilievo strutturale". Quello che deve fare la sinistra, secondo il leader a 5 stelle, è concentrarsi sulle battaglie sociali. Si aggira lo spettro di Marx: "Bisogna offrire risposte specifiche alle diffuse inquietudini di sottopagati, operai, piccoli imprenditori, classi medie che vivono un orizzonte di vita senza più certezze".
E, perché no, citare il riarmo (oppure lo scambiamo davvero per Ocasio Cortez): "Una forza progressista - scrive sempre Conte - deve decidere come affrontare la dilagante corsa al riarmo e l'ossessione per la deterrenza militare, che contribuiscono a trasferire preziose risorse dal welfare alla spesa militare, alimentando un falso paradigma di sicurezza che premia l'escalation invece della prevenzione, della diplomazia e della cooperazione internazionale". La pace diventa un'ossessione.
"È su questi terreni che stanno maturando le sfide decisive per il nostro futuro", conclude. "Una politica progressista deve penetrare i meccanismi e le strutture più profonde dell’attuale sistema economico-sociale per trovare nuovi percorsi e strumenti per perseguire più radicali disegni di giustizia sociale. Non possiamo rassegnarci ad assistere a una crescita sempre più esponenziale di produttività e redditività, mentre la distribuzione dei benefici alle comunità diventa sempre più iniqua".