Società
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Arriva il mal di testa dopo la sbronza woke
Alexandria Ocasio-Cortez dice che era “una follia”. Cosa prenderà il suo posto? Dubbi sulla fine della lapidazione come metodo

Alexandria Ocasio-Cortez (foto Ap, via LaPresse)
Contrordine compagni, il woke è morto. L’ha detto persino AOC (Alexandria Ocasio-Cortez, la chiamo così, tanto è un brand che conoscono tutti), che a sua volta l’ha sentito dire da un consigliere comunale di Brooklyn: “Woke 1 was crazy”, ha detto. Certo, se lo avesse chiesto a me, due anni fa, quando facevo l’assessore a Livorno e fui messo davanti a un plotone di esecuzione per aver sollevato una riserva sul fatto che una statua decisamente fallofora potesse considerarsi una rappresentazione quintessenziale della donna, glielo avrei spiegato io. Guarda Alexandria, le avrei detto, io penso che se andate avanti così, le elezioni le perderete tutte, da qui all’eternità. Invece c’è voluto che gli americani eleggessero uno che ha fatto della guerra la continuazione dell’insider trading con altri mezzi, per accorgersi che una piattaforma politica basata sull’isteria dei pronomi e il realismo genderista delle serie Netflix non sarebbe bastata a scaldare il cuore di una maggioranza possibile.
Certo, quella di AOC è stata una marcetta indietro, non proprio un’inversione a U: “Woke 1”, ha specificato. Forse per non perdersi i pronominalisti della prima ora, forse per rassicurarli che la sostanza delle purghe butleriane era giusta, ma i modi magari un tantino scomposti. Forse, dicevo. Eppure ho come l’impressione che se Woke 1 was crazy, non ci sarà comunque un Woke 2 the sequel. Proprio come certe serie Netflix, benedette dall’algoritmo, ma lasciate morire dopo la prima stagione. Perché? Perché il mercato cambia, le mode passano. Quel che si vendeva bene ieri, oggi riempie i magazzini di ciarpame retorico. E quindi, come avevo scritto proprio su queste colonne, c’era solo da sedersi sulla riva ad aspettare. Che poi la mia fosse quella modestissima dei Fossi Reali, e non quella imperiale del Potomac, poco importa. Perché intanto è passato per primo l’eroico consigliere comunale di Brooklyn, che nella mia testa di boomer assume le fattezze tragicomiche di Fantozzi, prima schiavo incatenato al cineforum russo del terribile Guidobaldo Maria Ricciardelli, e poi Prometeo aziendale che dona il fuoco della verità ai suoi colleghi di prigionia, offrendo loro la più gioiosa delle liberazioni. E così, dopo il consigliere di Brooklyn, dopo AOC, e considerando il fuso orario della remota provincia dell’impero in cui viviamo, ecco che finalmente sono arrivati anche i nostri.
Primo di una lunghezza Giuseppe Conte, che ha parlato con un suo amico di Boston, il quale gli ha detto di aver visto una statua in stile Botero e di averla trovata offensiva per le donne (ci risiamo, un’altra statua). A quel punto, Conte è trasecolato: qui si esagera! ha pensato. Sentita la dichiarazione di AOC, a tempo di record ha deciso di scrivere a Repubblica. Ora, a parte che sarebbe bastato dotare la statua bostoniana di un bel fallo perché il suo amico la considerasse patrimonio inclusivo dell’umanità, interessante è piuttosto la conclusione che ha tratto Conte dalla vicenda: il woke, dice, è diventato una “religione morale autoreferenziale”. Da vecchio femminista classico non posso non notare come, di tutte le cose che potevano aprirgli gli occhi, Conte abbia scelto proprio un rarissimo esempio di eccessiva difesa delle donne nate tali, ma non sottilizziamo. Apprezzo comunque l’esito del ragionamento, la fatica del concetto. E mi dispiace per lui che adesso gli tocchi spiegarlo a quell* del suo partito. Alla senatrice Maiorino, ad esempio, per la quale la “divisione manichea uomo/donna, maschio/femmina come coppia di opposti predicata dalla destra, non esiste” (a saperlo prima mi risparmiavo duecento euro di specialista: pensavo fosse prostatite e invece era solo un rigurgito fascista). O alla consigliera regionale toscana Irene Galletti a cui non bastarono le mie dimissioni, perché voleva il mio “pentimento” (sto ancora pensando a come avrei potuto dargliene prova). “Una religione morale autoreferenziale”, quasi non credevo ai miei occhi. Perché nel Campo Largo funziona così: prima chiedono le tue dimissioni, ti mettono alla gogna, ti epurano, ti cacciano con infamia. Poi tirano fuori dall’armadio una coscienza nuova di zecca e con una faccia di tolla olimpionica dicono esattamente le stesse cose che dicevi tu, quasi con le stesse identiche parole. Così, con la pochette che non fa un plissé.
Intanto però, in casa Pd, quatto quatto si è mosso anche Gori, con un post su X: “Mi fa piacere che chi ci ha creduto si ricreda. Personalmente, mai stato woke”. Il post su X è, notoriamente, quel piccolo spazio di libertà concesso dalla segreteria del partito alla coscienza inquieta dell’ala riformista in cambio della più generale acquiescenza, secondo uno schema abbastanza consolidato: Putin bombarda un ospedale pediatrico, Conte si schiera contro l’invio di armi all’Ucraina, la Schlein ribadisce la prospettiva unitaria del campo largo, il senatore Sensi posta #slavaukraini su X, e via così. Eppure, in questo caso, sono convinto che altri (e altre, ci mancherebbe), dopo Gori, seguiranno. Mentre prevedo (sono le 11 di sabato mattina mentre scrivo) che persino la Schlein interverrà, prendendo le distanze da alcuni eccessi, dicendo sostanzialmente quello che ha detto AOC (ma con molte parole in più), e attestandosi comunque sulla difesa sostanziale dell’ortodossia butleriana, secondo la pratica consolidata che, in epoche più gloriosamente trucibalde, prese il nome di “destalinizzazione”. Tradotto: abbiamo sempre avuto ragione, ma ci preoccupa un po’ l’overtourism in Siberia.
Più in generale, a cascata, è lecito dunque immaginare un decremento nel numero di inaugurazioni di panchine arcobaleno nei comuni amministrati dal centrosinistra, una più scarsa attenzione verso chi reclama il diritto universale alle mestruazioni, una minore furia perifrastica volta a sostituire le donne con le “persone con utero” (a proposito, mi sono appassionato alla saga degli ovuli congelati di AOC: fingers crossed!) e altre bagatelle del genere.
Dunque, la sbronza è passata, e resta il mal di testa degli interrogativi. Il primo, il più ovvio, riguarda la natura stessa di quell’attitudine che ha preso il nome di “woke”. Perché il woke, da noi, non è stato soltanto la religione del narcisismo etico (come ho scritto prima e meglio di Conte). E’ stato soprattutto un metodo. Un esperimento di engagement fideistico fondato sul meccanismo algoritmico che premia la polarizzazione, il silenziamento del dissenso, l’assenza di dibattito e lo stigma del reprobo. L’individuazione del capro espiatorio e la conseguente lapidazione sui social. In ultima istanza, una strategia estrema di segmentazione del mercato che individua nicchie fidelizzate a cui si può vendere di tutto, purché rimangano chiuse in quella bolla protetta in cui tutti si danno ragione a vicenda. E per un po’ funziona. Funziona finché il Titanic di schwa, asterischi, persone con utero, safe spaces e trigger warnings, microaggressioni e piagnistei non si scontra con l’iceberg della realtà, sotto forma di consigliere comunale di Brooklyn, di assessore livornese o di qualunque Fantozzi costretto a lasciare la sua bella frittata di cipolle davanti alla partita per il cineforum russo.
Resta infine un altro interrogativo, certi come siamo che natura abhorret a vacuo: se il woke è morto qualcos’altro dovrà prendere il suo posto. In Gran Bretagna, Jeremy Corbyn e Zarah Sultana hanno dato una loro risposta nel 2025, fondando Your Party. L’intuizione politica, in netto anticipo su AOC, era proprio che il woke sarebbe stato seppellito sotto le macerie di Gaza, rese disponibili come materiale di riporto per la costruzione di una sinistra di lotta. La France Insoumise di Mélenchon, del resto, aveva già precorso i tempi, lavorando alla saldatura fra sinistra e islamismo da ben più tempo, e potendo contare anche su una buona dose di giustificato complesso di colpa postcoloniale e di cattiva coscienza del ceto medio riflessivo francese.
Del resto, se la forma mentis della sinistra storica si è plasmata nell’idea della lotta di classe, il vuoto creato dal tramonto dell’utopia comunista nell’epoca della liquidità sociale, è facilmente abitabile dal sogno dell’islamismo politico di allargare quanto più possibile dar al-Islam (la casa dell’Islam) all’interno di dar al-harb (la casa della guerra, quella cioè abitata da noi infedeli). “Se contiamo sugli operai bianchi e cattolici per instaurare il socialismo in Francia, non lo vedremo mai”, ha detto Mélenchon. ça va sans dire che portare quante più persone a votare, rappresentare tutti, in una democrazia, è cosa buona e giusta in sé. Resta però il dubbio fortissimo che anche questa aspirazione finisca nell’eccesso dell’ubriacatura (peraltro ben poco Halal).
Tocca dunque restare ancora qui, in partibus infidelium appunto, seduti sulla riva del fiume ad aspettare che fra due anni passi anche questa nuova declinazione intersezionale dello stesso equivoco di fondo. Perché nessuna aspirazione di riscatto, nelle società europee che ci piacciono (perché sono le migliori in assoluto? Non lo so, e chi se ne importa: ci piacciono perché sono le nostre, e tanto basta) può passare per massime che non siano elevabili a principio di legislazione universale. Ma siccome temo che il vuoto del woke sarà riempito da nuove parole d’ordine che ne ricalcheranno il metodo, nel frattempo, chi proverà a sollevare un dubbio, ad avanzare una riflessione dissonante, si troverà a subire lo stesso identico trattamento, perché il lupo perde il pelo colorato di blu ma non il vizio. Verrà esposto alla gogna dei buoni e dei giusti, cancellato dalle rubriche telefoniche, disconosciuto dai parenti del Pd particolarmente engagé, come ad esempio è capitato a me (che ancora ne rido). Tocca dunque restare sulla riva dello stesso fiume sul quale siamo da tutta una vita. Quello che sfocia nel mare dell’utopia più straordinaria: vivere un giorno in un mondo non più diviso fra chi frigna per un pronome sbagliato e chi vorrebbe andare in giro con un Ak-47. Un mondo in cui delle cose se ne parla, anche aspramente, ma a viso aperto, nel rispetto reciproco che ci deriva dalla comune partecipazione alla fragilità umana. Un mondo in cui ti vesti come vuoi, vai a letto con chi ti pare, ti fai chiamare come più ti aggrada, ma dove non puoi impormi per legge il preservativo sulla lingua quando ti parlo, giusto per dirne una. Un mondo nel quale lo Stato si tiene a tre passi dalle mie libertà fondamentali. Un mondo nel quale si accetta infine che l’umanità è un legno storto che non si può raddrizzare. Di più: un mondo in cui la stortura del legno umano sia motivo di stupore e ammirazione. E’ chiedere troppo? Spero di no. Intanto però mi torna in mente quella straordinaria conferenza stampa del Sindaco di Livorno, organizzata in fretta e furia, con tutta la giunta schierata davanti alle telecamere, per eliminare il reprobo alla velocità della luce. Mi ritorna in mente il titolo di un articolo di Repubblica che definiva i miei post “omofobi” (amico mio, lo sai come si dice a Roma, vero? “Quando tu eri ancora sull’albero noi eravamo già froci”). Mi torna in mente tutto. E mi dispiace, molto più per loro che per me. Ma alla fine, davvero: tout est pardonné.