La commedia alle vongole di Ranucci e Lavitola è la nostra industria

Dal giorno in cui il nome del faccendiere è entrato nell’inchiesta sull'attentato al conduttore di Report sono stati scritti qualcosa come millecinquecento pezzi giornalistici (compreso questo) e appena una breve sul diesel che sta per toccare quota 3 euro al litro. Un popolo sceglie sempre la notizia che gli somiglia
21 AGO 26
Immagine di La commedia alle vongole di Ranucci e Lavitola è la nostra industria

Foto Ansa

Con questi ingredienti – un piatto di spaghetti alle vongole, un sondaggio e un giornalista d’inchiesta – bisognerebbe rivolgere un pensiero di comprensione per il corrispondente straniero malcapitato nel Bel Paese, il nostro. Ebbene sì, proprio quell’uomo paziente e ormai fatalista che ha consumato gli anni migliori sui nostri congiuntivi, sulle nostre correnti, sui nostri codicilli, e che adesso – ad Amburgo, a Boston o a Osaka – deve raccontare una faccenda in cui, nell’ordine, si discute (a) di vongole sgusciate, (b) del sondaggio elettorale pagato a rate, quindi di (c) un faccendiere di Monteverde già introdotto nelle stanze di Berlusconi, di (d) un famoso giornalista destinato a Palazzo Chigi che pensa di essere Napoleone o, nei momenti di rara sincerità, Renato Rascel nell’imitazione di Bonaparte e, infine, di (e) una bomba fatta esplodere davanti casa sua per proteggerlo. Ad Amburgo, a Boston o a Osaka penseranno a un guasto della linea. E’ invece il Bel Paese che funziona così, per fortuna. Si dovrebbe riconoscere, prima o poi, che il pittoresco non è una debolezza nazionale ma una specializzazione produttiva, l’unica nella quale conserviamo un vantaggio competitivo incolmabile. Dal giorno in cui il nome di Valter Lavitola è entrato nell’inchiesta, cioè in quarantacinque giorni, sono stati scritti qualcosa come millecinquecento pezzi giornalistici, con punte di cento articoli al giorno – anzi, millecinquecentouno, contando questo – con appena una breve sul Diesel che sta per toccare quota 3 euro al litro. La televisione se l’è cavata con cinquanta o sessanta ore, contando i telegiornali che aprono con la notizia e le all news che la rimacinano dall’alba a notte. Per avere un’idea, l’intero Anello del Nibelungo dura quindici ore e pretende un teatro, un’orchestra, quattro serate consecutive e una discreta resistenza fisica del pubblico. Noi, per una bomba d’amore fatta esplodere davanti a un cancello di Pomezia, ne abbiamo prodotte cinque volte tanto, con due opinionisti e un collegamento da un marciapiede. Nello stesso periodo la guerra in Ucraina ha occupato all’incirca trenta ore di televisione che è press’a poco quanto abbiamo dedicato al solo interrogatorio di Lavitola. Del resto è ovvio perché sia andata così. Trump che minaccia e disdice ogni settimana il bombardamento decisivo sull’Iran non fa ridere. L’Ucraina che si dissangua contro la Russia non fa ridere per niente. L’automobile cinese che sorpassa quella europea è un’umiliazione senza battuta, roba da batterie allo stato solido.
La vicenda di Ranucci e Lavitola, Totò e Peppino, invece ha tutto quello che serve, l’amico fraterno, il ristorante di pesce, il servizio segreto israeliano evocato come si evoca il malocchio, e soprattutto un movente che nessuno sceneggiatore avrebbe osato, cioè l’affetto. Un popolo sceglie sempre la notizia che gli somiglia, e noi ci siamo riconosciuti immediatamente. I nostri più grandi attori sono stati tutti dei comici, Totò, De Sica, Sordi, Tognazzi, Manfredi, Troisi, e anche i pochi che avevano vocazione tragica hanno dovuto passare per la commedia per essere davvero amati. La forma più alta del nostro genio nazionale non è la tragedia, è la commedia. Lo diceva già Petronio Arbitro, nostro illustre antenato. Deve essere un difetto di famiglia.
La commedia è il nostro sistema immunitario. Ha respinto invasori, ideologie, riforme costituzionali e piani quinquennali con la stessa indolente efficacia con cui il corpo respinge un trapianto. Il sistema immunitario che ti salva dal totalitarismo ti salva anche dalla manutenzione delle strade e da qualunque pensiero che duri più di una stagione televisiva. E’ il prezzo, ed è un prezzo che paghiamo volentieri, in comode rate. Non abbiamo una politica industriale, ma abbiamo un’opinione sull’aglio. Non sappiamo dove prenderemo il gas fra due inverni, ma sappiamo con esattezza notarile chi ha parlato con chi al ristorante Cefalù. E’ così che sopravviveremo a tutto, anche alla deindustrializzazione e all’invasione dell’automobile elettrica cinese, che tra poco percorrerà in regime di monopolio le nostre strade dissestate producendo, invece del borbottio della Fiat 500, quel silenzio omologato nel quale si sentirà finalmente distinto, nitido, imperituro, il rumore di due italiani che litigano sulle vongole. Per ritrovarsi a pagare – zitti, zitti – il Diesel a 3 euro al litro.