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Da giovane promessa a villain: la parabola di Mark Zuckerberg
A ottobre il fondatore di Meta tornerà protagonista di una pellicola, sedici anni dopo The Social Network. Dalla brillante promessa fino alla sentenza-mostro
8 AGO 26

Foto ANSA
A ottobre Aaron Sorkin torna a prendere a sberle Mark Zuckerberg. Nel Social Network del 2010, diretto da Fincher, Zuckerberg era Jesse Eisenberg, mi piaceva l’attore perché Mark era proprio così, un pallido strano e sottilmente mostruoso. Con quella benzina inarrivabile del rancore sociale. Nel nuovo The Social Reckoning Zuckerberg è Jeremy Strong, l’uomo dalla faccia triste, il super-loser di Succession, e Mark adesso è il padrone del mondo. Il film sarà sui Facebook Files, l’inchiesta del Wall Street Journal. Quindi il primo film era la genesi della leggenda, nell’ultimo film la leggenda è avariata e c’è il conto che Facebook presenta vent’anni dopo, e mi pare una scansione troppo perfetta – anzi è proprio Nemesi in persona – perché giusto giovedì è arrivata una scoppola clamorosa sulla testa di Mark: una sentenza-mostro, coi tentacoli, e se guardi in faccia al risarcimento c’è da diventare di pietra, più di mezzo billion. Cominciano per Zuckerberg gli anni in cui non si dorme di notte (dormiva?).
Brillante Promessa. Nel 2004 Zuckerberg era proprio l’americano dei film con Tom Cruise. Vent’anni, lascia Harvard a metà epperò signori che talento eccezionale, che istinto per il nuovo. Andava in giro in ciabatte e aveva idee incredibili. In tre anni aveva fatto eleggere indirettamente un presidente (Obama) che aveva usato il suo giocattolo magico, Facebook. Ed era un giocattolo che tutti invidiavano, aveva tirato su un altro mondo, e il pianeta alternativo se l’era inventato lui. Più o meno: Mark aveva migliorato ogni modello precedente di associazione online – scopiazzare e fare meglio, faccenda che purtroppo non è etica ma da sempre è una formula potente. Lavorava, lavorava sempre e portava la felpa, poi rifiutò di vendere Facebook e perfino Steve Jobs fece un piccolo applauso. E’ andato storto questo: che Mark è arrivato prima alla soglia del venerato maestro che a solito stronzo.
Venerato Maestro. Facebook diventò un continente. Nei primi anni propagava amicizie e carriere alla velocità della luce. Ci divertivamo troppo, che ricordi. Poi venne l’acquisto di Instagram, altra banca mondiale piena di lingotti, WhatsApp, miliardi di utenti. Chissà come si sente Zuckerberg quando riflette sul fatto che “connettere il mondo” l’ha fatto sul serio e non è più la fascetta della pubblicità ma una descrizione non mitomane, ma letterale del potere nuovo che ha inventato e che ora è suo.
Più o meno dieci anni fa poi perse la testa. Aveva tutto quindi gli restava solo da modificare le condizioni di status: chi mi può cercare, e per darmi cosa. E’ il momento di massima fascinazione della Silicon Valley, lui si sente più filosofo che miliardario e comincia con le idee strane, futurismo spinto. La mission, come dicono quelli che parlano in inglese in ufficio, è un poco sbinariata. Mark comincia ogni anno a capirci un chilometro di meno, e nel 2021, mentre Facebook affrontava una nuova massa di accuse e i documenti mostravano quali effetti avevano i suoi diabolici aggeggi, Zuckerberg dice che è pronto ad annunciare il futuro. Facebook diventa Meta e si convincono, in California, che possono farci diventare cartoni animati: mandiamo il pupazzetto in ufficio e noi collegati a casa col casco lisergico. Metaverso! Risposta degli interessati (noi): Per piacere.
Solito Stronzo. Poi arriva la politica, e si capisce che l’idealista in ciabatte gli affarucci suoi se li era guardati. Cambridge Analytica rese visibile a tutti un re che girava nudo da un pezzo: Facebook non era soltanto il contenitore dove si postavano foto in costume per fidanzarsi, era una macchina costruita per trasformare la nostra scemità in dati e pubblicità. Il Congresso bussa al citofono. Persi altri miliardi, ma la megalomania di Mark non accenna a guarire. Nel 2022 Meta passa per una delle crisi più serie e l’anno dopo diventa l’year “of Efficiency”. Via grandi dirigenti e piccoli, via quasi tutti. Tradotto: una strage. Lui intanto comincia l’aggiustata di personaggio, fa i tornei di jiu jitsu e si fa fotografare in pose fighette. Sfilate di Prada e taglio di capelli decente. Nel gennaio 2025 in un podcast spiega che il mondo aziendale è diventato troppo moscio e che un po’ più di “masculine energy” può avere aspetti positivi. Mah, proviamo. Intanto cominciano a farsi nerissime le nuvole, piovono sentenze. Il 6 agosto un giudice del New Mexico ha ordinato a Meta di versare altri 567 milioni di dollari (per un fondo di sostegno ai ragazzi). Il giudice ha inoltre chiesto una serie di modifiche alle piattaforme. Meta contesta la decisione e Mark, ora solido solito stronzo, dice che i social sono sempre bellissimi e annuncia appello.