Meno stato, più famiglia. Non si trattano i social come maranza

Non ci si può illudere che basti una legge per governare il rapporto dei nostri figli con i media digitali. La voce di due ministre europee. Piattaforme da responsabilizzare, genitori in campo: le regole meglio darle a casa. E forse vale anche per i maranza

3 AGO 26
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Trattare i social come i maranza, sicuri? Karin Prien ha 61 anni, è una politica tedesca della Cdu, è nata ad Amsterdam nel 1965, è avvocata, è ministra federale per l’Istruzione, la Famiglia, gli Anziani, le Donne e la Gioventù nel governo Merz e, a differenza di buona parte dei suoi colleghi in giro per il mondo, ha un’idea politicamente scorretta per governare il rapporto tra i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri ragazzi, le nostre ragazze e i loro social: non illudiamoci che basti un divieto. Karin Prien ovviamente non dice proprio così, non dice di non fare nulla, ma dice di non essere entusiasta di fronte a questa ondata di divieti che si sta impadronendo delle agende pubbliche di mezzo mondo, con cui i governi rischiano di illudersi di poter intervenire su un tema vero: l’esposizione eccessiva e pericolosa dei più giovani agli algoritmi dei social e agli ingranaggi di uno smartphone (la Francia l’altra settimana è stata il primo paese dell’Ue a vietarli, agli under 15, l’Ue ha promesso norme severe dopo l’estate). 
Prien dice di sapere benissimo che il tempo trascorso davanti agli schermi può avere conseguenze drammatiche sulla salute dei bambini sotto i tre anni. E dice di sapere benissimo quali danni un’esposizione prolungata ai social può generare negli adolescenti. Sulla scuola, con buon senso, Prien dice che quello che lo stato ha il dovere di fare è spingere per limitazioni severe all’uso degli smartphone, soprattutto nelle scuole primarie e nei primi anni del percorso scolastico. Sul resto, Prien ha un’idea semplice, che solo in un mondo impazzito può apparire come rivoluzionaria: spostare l’attenzione non solo da ciò che lo stato potrebbe fare, ma anche da ciò che le famiglie dovrebbero fare. “Mi appello ai genitori affinché prendano sul serio il loro ruolo di modello e mostrino semplicemente ai propri figli come non avere costantemente il cellulare in mano”, dice Prien. Per poi aggiungere: “Lo Stato può consigliare e sostenere i genitori, può fornire loro informazioni e indicazioni, ma non può dettare loro come organizzare la vita famigliare. A mio avviso, ogni famiglia dovrebbe stabilire le proprie regole, per i media digitali come per altri ambiti. Il cellulare deve per forza stare sul tavolo durante i pasti? Bisogna rispondere immediatamente a ogni messaggio? Anche solo la regola che gli smartphone non debbano stare nella camera dei bambini di notte può fare un’enorme differenza”. Dall’Australia, lo sapete, mesi fa, è partito una specie di effetto domino. Il governo australiano, a dicembre, è stato il primo paese al mondo ad approvare un divieto di accesso ai social per gli under 16, poi rafforzato con nuovi poteri al regolatore e sanzioni più pesanti per le piattaforme che non rispettano le regole. Attorno a quel modello si stanno muovendo, con formule diverse, altri paesi. In Indonesia sono state imposte rimozioni di account e misure più dure per gli under 16. In Malaysia è stata annunciata una linea simile. Il Regno Unito, con il precedente governo Starmer, aveva annunciato un divieto under 16 da costruire entro il 2027. In Canada è in discussione una proposta per limitare l’accesso degli under 16 alle piattaforme più rischiose. In Spagna, il governo ha annunciato un divieto under 16 con verifica dell’età. Esiste in verità un caso virtuoso, perfetto, in Europa, di paese che ha deciso di muoversi nella direzione opposta, ovvero l’Estonia, lo stato che ha costruito più di ogni altro la propria identità sulla cittadinanza digitale, e che da tempo invita a diffidare delle scorciatoie tecnologiche, rifiutandosi di imporre un’età minima generale per scaricare le applicazioni o accedere ai social. Il ragionamento fatto su questo tema dalla ministra della Giustizia e degli Affari digitali, Liisa Pakosta, è perfetto: gli adolescenti finirebbero per aggirare il divieto e, per bloccarli, lo stato dovrebbe costringere tutti, compresi gli adulti, a dimostrare continuamente la propria età, e per questo bisogna spostare il bersaglio, applicando con rigore le già esistenti norme europee, intervenendo sugli algoritmi e sui prodotti, educando all’uso consapevole e lasciando alle famiglie la possibilità di fissare limiti più severi. Le famiglie, già. La ministra tedesca, dal canto suo, non cita il modello estone, da esportare, dice di voler osservare con attenzione ciò che sta accadendo attualmente in Australia. Ma si chiede anche altro: amici cari, i problemi ci sono, lo sappiamo, ma siamo sicuri che quello sia davvero un modello da emulare? O forse abbiamo bisogno di altre misure per raggiungere il nostro obiettivo?
La convinzione coltivata da Prien, secondo la quale il solo divieto sui social rischia di essere un palliativo, non è astratta ma deriva da uno studio offerto al governo da una commissione di esperti nominata dal ministero, che giorni fa ha presentato le sue raccomandazioni per la tutela dei bambini e dei giovani sui social media. La prima: età minima legale di 13 anni per usare autonomamente social come TikTok, Instagram o Snapchat, con verifica effettiva dell’età e protezioni rafforzate fino ai 18 anni. Sotto i 13 anni sarebbero ammessi solo servizi dimostrabilmente adatti ai bambini e a basso rischio. La seconda strada, più flessibile, non fissa una soglia unica ma limita singole funzioni pericolose: feed algoritmici, contatti aperti, livestream, autoplay, scroll infinito, pubblicità personalizzata. Il cuore del rapporto è il principio “safe by design and by default”: non devono essere i bambini o i genitori a difendersi da soli, devono essere le piattaforme a offrire impostazioni sicure di partenza. Previste anche limitazioni severe agli smartphone privati a scuola: divieto alle elementari e fino alla settima classe, regole condivise dall’ottava in poi. Prien dunque sostiene una soglia legale per l’uso autonomo dei social. Ma dice che serve molto altro. Dice che la Germania ha bisogno di tecnologie di verifica dell’età vincolanti, efficaci e conformi alla normativa sulla protezione dei dati. Dice che la Germania ha bisogno di sanzioni severe per i gestori delle piattaforme e le aziende che eludono la tutela dei minori. Dice che c’è bisogno di forme moderne di alfabetizzazione mediatica, di un insegnamento contemporaneo delle competenze mediatiche e giornalistiche. Lo spunto della ministra tedesca è interessante non tanto per il divieto che pure non esclude, quanto per lo spunto di riflessione. Lo stato può fare qualcosa, in termini di divieti, ma uno stato che ha davvero a cuore il tema deve fare qualcosa per responsabilizzare le piattaforme: sul design dei prodotti, sulla verifica dell’età, sugli algoritmi, sulle impostazioni predefinite, sui meccanismi che trasformano l’attenzione dei minori in dipendenza digitale. Deve far sì che siano le piattaforme a introdurre protezioni efficaci, che siano loro a fare di tutto per rispettarle, e deve soprattutto educare le famiglie a fare quello che non siamo più abituati a chiedere loro: occuparsi dei propri figli, di ciò che fanno con i telefoni, senza creare un’anarchia famigliare su cui nessuno stato potrà avere davvero il potere e i mezzi per intervenire e per sanare.
E’ una storia istruttiva, quella di Prien. E lo è anche per l’Italia. Dove al momento non esiste un bando nazionale ai social per i minori: sotto i 14 anni serve il consenso dei genitori per iscriversi alle piattaforme. Dove al momento il governo e il Parlamento stanno discutendo diversi disegni di legge: le proposte vanno dal divieto sotto i 13 o 14 anni fino al limite dei 15 anni, con verifiche dell’età e profili protetti per gli adolescenti. E dove la prudenza potrebbe essere uno spunto per il governo non per inseguire i divieti nazionali, ma per chiedere all’Europa di occuparsi del tema, responsabilizzando le piattaforme, e per affrontare il problema non solo a colpi di divieti ma anche a colpi di educazione. Non chiedete allo stato di fare quello che non sapete fare voi. Prien ha scelto di affrontare il tema, seppure senza chiudere la porta a un divieto. L’Italia potrebbe avere l’occasione di portare avanti una battaglia diversa: non portare lo stato nelle camerette dei figli, ma responsabilizzare le piattaforme, spostare il dibattito in Europa e ricordare ai genitori, agli zii e ai nonni che le regole più importanti, quando si parla di smartphone e social, non sono solo quelle che arrivano da uno stato. Sono quelle che arrivano a tavola, di fronte a un piatto di pasta, guardando negli occhi i propri figli e dando loro le regole senza aspettare che sia lo stato a metterle al posto nostro. Le regole sono importanti, la responsabilizzazione delle famiglie forse lo è di più. Vale per i social. E forse vale anche per i maranza.