Attenti all’albero. Li invochiamo per salvarci dal caldo, ma non li conosciamo

Li immaginiamo come bravi soldati ai nostri ordini, pronti a risolvere tutti i problemi che abbiamo creato. Ma sono del tutto indifferenti ai destini umani. Numeri, contraddizioni e spunti per piantare meglio (e piantarla con la retorica)
1 AGO 26
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Non c’è sindaco di città, paese e paesino che non invochi “più alberi, più alberi!” (foto Getty)

Da una parte non c’è sindaco di città, paese e paesino che non invochi “più alberi, più alberi!”. Uno che non associ la manifestazione culturale di pregio alla piantumazione arborea. Dall’altra parte, tuttavia, non c’è sindaco di città, paese e paesino che con delibera autunnale o primaverile autorizzi, nei periodi più sbagliati dell’anno, ordina l’arrivo di barbariche bande di tagliatori coatti che segano gli alberi come se dovessero andare per legna, invece che potare razionalmente. Ancora, da una parte c’è sempre un conferenziere che sostiene la necessità di riempire il pianeta, nonché ogni anfratto cittadino, con tutte le specie arboree, così da rifare il giardino dell’Eden e vivere felici al fresco. Dall’altra parte se chiedi un po’ in giro cos’è la fotosintesi e la respirazione assisterai a un balbettio confuso e raccapricciante. Il risultato? Vogliamo gli alberi ma non li conosciamo, li immaginiamo come bravi soldati ai nostri ordini, in trincea, pronti a risolvere tutti i problemi, quelli che – volenti o nolenti – abbiamo creato. Ma gli alberi, come la natura, sono del tutto indifferenti ai destini umani. Ma siccome il riscaldamento antropico esiste, le città sono diventate molto calde, soffriamo, ci lagniamo, spesso in preda all’ansia prospettiamo la fine del mondo e – visto l’andamento della nobile ma lenta battaglia per la transizione – ci chiediamo se gli alberi possano far qualcosa per noi. Possono fare qualcosa? La risposta non è scontata, anzi, di primo acchito sarebbe tranchant: piantare alberi qui e là, tanto per bellezza, non serve veramente a niente, se non a produrre un sovrappiù di dolore da parte di chi, amando gli alberi, li vede combattere per un goccio d’acqua. Come non servono a niente i prati verdi.
Piantare alberi per bellezza non serve a niente, se non a produrre un sovrappiù di dolore da parte di chi li ama e li vede combattere per un goccio d’acqua
Lo so che la nostra generazione si fonda su Heidi e che qualche architetto di grido ci tiene a preparare i rendering con aiuole verdeggianti, ma se poi si va a misurare di quanto si abbassa realmente la temperatura ci si accorge della triste verità. Le tristi verità sono sempre il risultato di misurazioni. I numeri sono tra quegli strumenti per capire la distanza che passa tra i nostri sogni e la realtà, cioè, tra lo slogan elettorale e l’ordinaria amministrazione. Uno studio dell’Università di Manchester, pubblicato su Landscape and Urban Planning ha misurato direttamente le temperature di prato e cemento in ambiente urbano. Ebbene, l’erba verde, ma solo quando è ben irrigata, raggiunge temperature di appena 0,3 gradi più bassa di quella dell’aria. Ma l’effetto si annulla non appena l’erba è secca: cioè, d’estate sempre. Se andate adesso in una villa o in un parco, è più probabile che calpestiate cose secche invece che verdi prati sui quali giocare a calcio o far poesia. Senza umidità da evaporare, il sole scalda l’aria subito subito e crea picchi di calore all’altezza del viso. Se non credete alle misurazioni, perché i numeri sono noiosi, fatevi un giro sulle stoppie, cioè sui residui colturali dei cereali, e poi mi dite se vi infuoca o no il viso. Quando il prato è secco meglio (per la temperatura) l’asfalto. Che perlomeno assorbe lentamente il calore e lo rilascia nel corso delle ore. Per carità, sempre calore è, ma perlomeno è distribuito nel tempo. Oh, tutto questo prologo non è per dire: no agli alberi. Del resto come potrei sostenerlo? Sono tra quei conferenzieri che dicono sempre: più alberi, più alberi. Ma il prologo serve a indicare una questione campale. Ad oggi i non numerosi studi prodotti sui benefici degli alberi in città ci dicono che non basta piantare quei tristi e solitari aceri negundo per abbellire certi landscape periferici. I non numerosi studi ci suggeriscono di misurare bene prima di piantare. E’ giusto e utile conoscere a menadito la fisiologia di un albero. Se e come, in che condizioni può funzionare in città, abbassando la temperatura e svolgendo altre numerose – e necessarie – funzioni. Di contro, se non si affronta la complessità del rapporto alberi/città e non si studiano le interazioni tra le diverse dimensioni, allora è meglio piantarla con la retorica degli alberi. Che tra l’altro nemmeno i vivai forestali ci sono, non sappiamo dove produrli gli alberi, pensate farli crescere e manutenerli e integrarli con la metropoli. O si fa bene o si sprecano soldi, e – cosa non secondaria – si rende difficile la vita a questi straordinari organismi vegetali. Quindi piantiamo bene o piantiamola. Per capire cosa significa piantare bene si può partire da alcuni studi.
Torniamo ai prati. E’ vero che, in alcune condizioni, posizionare gli alberi sopra l’erba si traduce in un discreto raffreddamento (rispetto agli alberi o all’erba da soli), e il connubio, tra l’altro, ha anche una sua bellezza. Ma giusto per evidenziare la complessità, e ribadire che quello che è bello per noi non è bello per la natura, nelle regioni più aride, come ora è anche il Piemonte, i complessi naturali di vegetazione mista – alberi ed erba – non producono chissà quale raffreddamento, che è comunque di molto inferiore rispetto alle aree esclusivamente forestali. Questo accade perché spesso non si riesce a irrigare. Se il complesso alberi-prati presenta difficoltà, concentriamoci sugli alberi. Che fanno gli alberi, tra le altre cose? Abbassano la temperatura, sia grazie all’ombreggiamento, sia grazie all’evapotraspirazione. Vediamo quest’ultima: in condizioni ideali l’acqua fuoriesce dagli stomi e raffredda l’ambiente (gli stomi sono microscopiche finestre presenti sulle foglie, grazie alle quali le piante assorbono e rimettono in circolo gas, nonché controllano il vapore acqueo). Ma non sempre siamo in queste condizioni ideali, in fondo è anche una metafora della vita. Uno studio del 2025, pubblicato su Urban Sustainibility, condotto a Zurigo, ha misurato che quando l’umidità del suolo è insufficiente, quindi non irriga a dovere, gli alberi smettono di rinfrescare l’aria. Perché? Perché le piante riducono l’evapotraspirazione. Gli alberi cercano di risparmiare acqua, chiudendo gli stomi, quindi, dal punto di vista del raffreddamento, le piante funzionano peggio proprio quando abbiamo bisogno di loro. Cioè, peggio per noi, dal loro punto di vista funzionano molto bene – le piante grasse vivono in grazia di Dio chiudendo gli stomi di giorno. Quanto in meno raffreddano? Uno studio del 2024, su Nature, ha analizzato 182 ricerche su diverse città sparse per il mondo e ha misurato che, durante le ondate di calore, gli alberi perdono fino al 30 per cento della loro capacità di rinfrescare. Poi c’è la questione della temperatura. In molti casi le temperature si rilevano col satellite, che in genere ha un orario di passaggio fisso a metà/fine mattinata. Questo dato non rispecchia al meglio le variazioni di temperatura in città che, come sappiamo anche per esperienza empirica, cambiano da quartiere a quartiere. Però si stanno diffondendo e sono più efficaci rilevazioni fatte grazie a sensori posizionati su biciclette, moto e auto. In questo modo, la temperatura dell’aria può essere raccolta in qualsiasi momento della giornata o più volte in un singolo giorno, e misurata ogni 5 metri per 7 km.
Quando l’umidità del suolo è insufficiente gli alberi non rinfrescano più. Con le ondate di calore perdono fino al 30 per cento della loro capacità
Con questa metodologia si è appurato (lo studio è su Pnas) che il raffreddamento di un quartiere è significativo solo quando la copertura arborea supera il 40 per cento – altri studi condotti dal nostro Cnr portano la copertura arborea minima al 30 per cento. Che sia il 30 per cento o il 40 per cento, capite bene che sotto quella soglia piantare un gruppo di alberi isolati non serve a niente. Che uno può dire: meglio di niente, meglio un albero che un palo di cemento. Ma per risolvere un grosso problema come quello delle isole di calore in città – e considerato che fra poco abiteremo tutti in città, a meno che una parte di noi, più anziana, non si ritiri nei famosi “borghi ora” disabitati, ripopolandoli, facendo nascere una serie di problemi legati alla coabitazione – è obbligatorio misurare e pensare in grande. Sempre a proposito di misure, le foglie degli alberi quanto devono essere grandi? Meglio un pino o un gelso? Le misure delle foglie portano a un paradosso. Le specie arboree con un indice fogliare elevato, quindi le foglie grandi, offrono una maggiore capacità di raffreddamento, sia attraverso l’ombreggiamento sia con l’evapotraspirazione. Stai sotto un gelso durante il giorno e stai più fresco. Non è un’impressione variabile. A parte il gelso, le misurazioni ci dicono che la temperatura scende, sia quella superficiale del suolo sia quella dell’aria. Tuttavia, in uno studio globale (su 596 città), si è visto che gli alberi alti, con chiome dense, offrono sì un buon raffreddamento diurno, ma possono riscaldare di notte. Quelle stesse foglie che ombreggiano durante il giorno, diventano una barriera per il calore rilasciato dal suolo. Se avete le tende sul balcone, del resto, avete notato che conviene alzarle di notte, proprio per far andare via la classica cappa di umidità che si è formata. Solo che le tende le potete alzare, gli alberi no. Il paradosso è stato analizzato anche nei laboratori ETH di Zurigo, dove, utilizzando la galleria del vento hanno cercato di capire cosa succede in quelle strade strette e alberate, con palazzi alti, in gergo canyon urbani. Si è visto che alberi di medie e grandi dimensioni e con foglie grandi (che occupano almeno metà delle strade), all’imbrunire bloccano il flusso d’aria e ne ostruiscono il moto ascendente. Quindi, il calore accumulato nel suolo fa fatica ad ascendere: la temperatura di questa tipologia di strade è di più 1,5 gradi rispetto a una strada senza alberi.
Allora meglio alberi con foglie più piccole e sottili (che tra l’altro hanno meno esigenze di acqua e quindi possono essere efficienti del raffreddamento a medio termine)? Sì, perché limitano l’effetto coperta termica. Ma durante il giorno ombreggiano di meno, quindi il suolo assorbe più calore. Rimaniamo in tema ombreggiamento: ombreggiare con alberi le superfici impermeabili come asfalto o cemento può abbattere la quantità di calore che verrebbe assorbita. In un studio del 2019 si è arrivati a misurare una riduzione di temperatura di 6 gradi, ma dall’altra parte il calore estremo proveniente dalle superfici impermeabili può anche innescare la chiusura degli stomi, riducendo l’evapotraspirazione e limitandone la funzione di raffreddamento. C’è di più: gli alberi piantati in zone pavimentate, cemento, asfalto, crescono poco, quindi con le dimensioni ridotte,cala l’ombreggiamento, si abbassa la capacità di evapotraspirazione. Mi rendo conto che sono studi contraddittori, ma non per malagrazia, anzi. Sono contraddittori perché gli alberi non sono neutri, e nemmeno soldati in trincea al nostro servizio. Hanno bisogno di terra, acqua, cure. Se in teoria gli alberi sono fondamentali per raffreddare, praticamente bisogna metterli in condizione di lavorare per rinfrescare l’aria. Torniamo per un attimo al cemento. La superficie cementata, oltre ad assorbire calore, è anche un tappo idraulico. Un acer negundo, un prunus, un lugustro, insomma, un albero piantato nel buco del marciapiede, circondato dal cemento, quell’albero rischia di non usufruire dell’acqua piovana che finisce direttamente in fogna. Così quell’albero alla ricerca di acqua muove le radici alla ricerca di acqua, spaccando cemento, asfalto, marciapiedi. Quindi, nella sostanza, anche se il bilancio arboreo (la differenza tra alberi piantati e abbattuti) è obbligatorio per legge e i sindaci ci tengono tanto a dire quanti alberi hanno piantato – anche se non spiegano perché hanno abbattuto o potato male – piantare alberi senza una scienza integrata serve a poco.
Gli studi sono spesso contraddittori perché gli alberi non sono neutri, e nemmeno soldati in trincea al nostro servizio
Oltre alle contraddizioni suindicate si rischia di piantare migliaia di alberi sui marciapiedi senza un sistema di drenaggio urbano sostenibile, senza un piccolo bacino composto da un piano stratificato di ghiaia, sabbia e compost, un sistema che filtra l’acqua inquinata da oli, microplastiche leggermente ribassato capace, quando arriva un temporale di far confluire e rallentare l’onda di piena. Ci vuole una scienza integrata, una cultura agronomica, forestale, ingegneristica, architettonica, urbanistica. Poi, certo, ci vogliono soprattutto i soldi. Quelli magari si trovano, perché parliamo di modifiche urbane necessarie e piacevoli, ma bisogna spenderli bene. Una città che ha speso bene i suoi soldi, sembra difficile da credere, visto l’immaginario, è Medellin, con i suoi Corredores Verdes. Dal 2016 hanno sostituito chilometri di asfalto con vegetazione su tre livelli: erba, arbusti e alberi ad alto fusto. In tutto sono 2,5 milioni di piante e 880.000 alberi, molto al di sopra della soglia del 40 per cento.
Una città che ha speso bene i suoi soldi è Medellin, con i suoi Corredores Verdes. In tutto ci sono 2,5 milioni di piante e 880 mila alberi
Ovviamente non si sono limitati a mettere l’alberello in vaso come è successo a Bologna, e tempo fa a Milano, ma hanno abbinato la vegetazione a materiali stradali ad alto albedo, capaci di riflettere il sole invece di assorbirlo. Il World Economic Forum ha documentato i risultati: in tre anni la temperatura media nelle aree dei corridoi è scesa da 31,6 gradi a 27,1. Le temperature superficiali da 40,5 a 30,2. Soldi? 16,3 milioni di dollari, fatti i conti 6.50 dollari per abitante. Non sono niente, un seme per capire come piantare alberi nelle città prossime venture. Che dovranno essere piantati ma non usati come decorazioni, gli alberi sono infrastrutture che vivono meglio e fanno vivere meglio se si capisce come funzionano. Piantiamola con la retorica e piantiamo una nuova cultura integrata.