Furti e rapine in calo, percezione e paura in aumento. E la politica va in tilt

Mentre l’Italia discute da anni di rapine in casa e nei negozi, questi reati sono sempre più rari, e in alcuni casi sono letteralmente scomparsi. Cosa dicono le statistiche

20 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 06:39
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Foto Ansa

Ogni volta accade la stessa cosa. Un caso di cronaca riapre il dibattito sulla legittima difesa, la stampa e la politica si dividono tra chi invoca più tutele per chi reagisce e chi ricorda i limiti imposti dal codice penale. E’ successo ancora con la condanna definitiva del gioielliere Mario Roggero, che nel 2021 uccise due rapinatori in fuga dopo una rapina nel suo negozio.
E’ un dibattito legittimo. Ma parte dalla domanda sbagliata: mentre l’Italia discute da anni di rapine in casa e nei negozi, questi reati sono sempre più rari, e in alcuni casi sono letteralmente scomparsi. I furti in abitazione rappresentano il caso più evidente. Dopo avere raggiunto il massimo nel 2014, con circa 256 mila denunce, hanno iniziato una discesa quasi continua. Nel 2024 sono stati circa 156 mila, meno anche rispetto al trend pre Covid. Se si allarga lo sguardo, il calo è ancora più evidente: a fine anni Novanta si denunciavano circa 4 furti in abitazione ogni mille abitanti, oggi sono circa due e mezzo. E l’Istat osserva che la diminuzione potrebbe essere sottostimata, perché negli ultimi trent’anni è aumentata la propensione a denunciare.
La stessa dinamica riguarda le rapine nelle abitazioni. Nel 2013 superarono quota 3.600. Oggi sono poco meno di 1.900. Anche i negozi raccontano una storia simile: i casi erano 8.075 nel 2006, oggi sono circa la metà. Di conseguenza, anche gli episodi in cui si pone il tema della legittima difesa diventano inevitabilmente più rari.
Non è un’eccezione. Le rapine in banca sono quasi sparite: da oltre tremila all’anno nei primi anni Duemila ad appena 63 nel 2024 (grazie alla riduzione del contante e alle filiali più sicure). Sono diminuiti i furti di automobili, motocicli, mezzi pesanti (anche questi quasi scomparsi), gli scippi, i furti con destrezza. In generale, il numero complessivo dei furti denunciati è sceso di circa un terzo rispetto all’inizio del secolo, mentre le rapine si sono dimezzate.
Naturalmente basta una sola rapina per distruggere una vita. Ed è comprensibile che episodi come quello di Roggero suscitino un forte coinvolgimento emotivo. Ma la politica dovrebbe avere il compito di distinguere tra ciò che colpisce l’opinione pubblica e ciò che rappresenta davvero una priorità collettiva. Da questo punto di vista colpisce che una parte consistente del dibattito sulla sicurezza continui a ruotare attorno a un fenomeno che le statistiche descrivono come in costante riduzione. Eppure la percezione va nella direzione opposta. Secondo il Censis, il furto in abitazione è oggi il reato che gli italiani temono più di ogni altro: il 59 per cento lo indica come la propria principale preoccupazione, contro il 48 per cento di appena un anno fa. E’ uno degli esempi più evidenti di quanto cronaca, politica e social network deformino la percezione del rischio.
Nel frattempo, però, nelle grandi città crescono altri reati: le rapine in pubblica via, le lesioni personali, gli episodi di violenza commessi da minori. Sono fenomeni meno adatti agli slogan e più difficili da affrontare con una semplice modifica del codice penale. Ed è forse questo il vero paradosso della politica italiana sulla sicurezza. Si continua a discutere dei reati che gli italiani temono di più, ma non degli unici che sono sempre più frequenti. La paura segue la percezione, la politica segue la paura. I delinquenti, invece, cambiano bersaglio. E forse dovrebbe farlo anche il dibattito pubblico.