Calciatori, ricina, preferenze. Un paese inchiodato al suo folle principio di precauzione

L’Italia è passata dall’ossequio manzoniano alla Provvidenza come definitiva misura delle faccende umane alla piena sottomissione al Principio di Precauzione, trasformatosi però da valido strumento predittivo scientifico in supremo Ente Regolatore, cui nulla e nessuno può sfuggire
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Foto Ansa

Ha scritto su Instagram Anan Khalaili, mancato giocatore dell’Inter per scovata cardiopatia: “Può darsi che detestiate qualcosa mentre invece è un bene per voi, e può darsi che amiate qualcosa mentre invece è un male per voi. Allah sa ciò che voi non sapete”. E’ un versetto del Corano, Khalaili è arabo israeliano, ma Corano a parte ha dimostrato di aver capito alla perfezione l’Italia in sole 36 ore: del futuro non sapete un tubo, però voi state buoni e sottomessi. E’ il principio di precauzione cosmica su cui si regge il nostro stravagante paese: dalle cardiopatie calcistiche agli avvelenamenti da ricina non identificati (chissà mai) alla legge elettorale: ci sono dei luminari che vogliono denunciarla a Strasburgo, casomai in futuro… 
L’Italia, Inshallah, è il paese che è passato dall’ossequio manzoniano alla Provvidenza come definitiva misura delle faccende umane alla piena e incontrovertibile sottomissione al Principio di Precauzione, trasformatosi però da valido strumento predittivo scientifico, e persino da bugiardino delle medicine, in supremo Ente Regolatore, cui nulla e nessuno può sfuggire. Anan Khalaili, che l’Inter era intenzionato ad acquistare, non ha passato le visite mediche del Coni, più restrittive e precauzionali che altrove. Ciò significa che il talentuoso ventunenne potrà tornare a giocare al Royale Union Saint-Gilloise in Belgio, o in futuro nel campionato inglese o in altri paesi in cui le norme sono diverse. Come ha spiegato il professor Paolo Zeppilli, specialista in Cardiologia e Medicina dello Sport alla Gazzetta: “Da noi decide la legge, negli altri paesi il giocatore. Si può discutere sulla severità del protocollo, ma la nostra è una scelta etica: se ho un atleta che rischia la morte sul campo lo fermo”. Del resto era già capitato ad altri calciatori, il più celebre il caso di Christian Eriksen, vittima di un grave problema cardiaco durante una partita della Nazionale danese che non poté più giocare in Italia, anche dopo essersi fatto istallare un defibrillatore sottocutaneo: ha giocato di nuovo in Inghilterra, in Germania e con la Nazionale. Il mese scorso è stato vittima di un altro scompenso in campo, ma il defibrillatore con cui gioca da anni ha funzionato e lo ha salvato. Invece in Italia l’oltranzismo della precauzione impedisce per legge a un atleta professionista di amministrare come liberamente crede il rapporto con il proprio corpo e con la propria salute. Nel paese in cui la libertà di cura è scritta nella Costituzione più bella del mondo.
Fosse solo una filosofia cautelare legata alla salute, se ne possono ovviamente rilevare gli aspetti positivi: ad esempio il monitoraggio rigoroso sui dilettanti e i giovani che iniziano attività agonistiche. Ma la mentalità della precauzione è progredita al punto da aver invaso ogni dettaglio della vita. Mandarono a processo la Commissione Grandi Rischi per non aver previsto il terremoto dell’Aquila – non ce l’avevano detto! – ma i casi sono in ogni ambito. Ad esempio nel noto caso delle due donne avvelenate con la ricina a Pietracatella, dalle 800 pagine di relazione dei medici che hanno eseguito le autopsie si apprende che “sono ravvisabili profili di responsabilità sanitaria a carico” dei medici indagati per omicidio colposo, anche se “non è possibile affermare che una diversa condotta sanitaria avrebbe impedito il decesso”. Tradotto: i medici difficilmente avrebbero potuto salvare le due donne, ma per precauzione meglio tenerli indagati ancora un po’: non si sa mai.
Ancor più serio dovrebbe essere, ma forse invece non lo è, un caso di precauzionismo politico costituzionale, un tantino cavilloso, sollevato dal docente di Diritto internazionale Pasquale De Sena – prontamente rilanciato da Repubblica – con altri costituzionalisti come Gaetano Azzariti. Vogliono fare un ricorso (preventivo, ovvio) contro la futura legge elettorale, se mai arriverà, alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché i cittadini italiani potrebbero sentirsi “vittime” di norme che “ledono il principio di proporzionalità e comprimono il voto del singolo elettore”. Detto al futuro, per precauzione. Chiede infatti timidamente Repubblica: “Ma quand’è che, in concreto, gli individui potrebbero dirsi ‘vittime’ del Melonellum? Non si dovrebbe attendere lo svolgimento di una tornata con la nuova legge?”. Risposta oracolare di De Sena: “In linea di principio, sì. Ma la Corte, in più occasioni, ha stabilito che è ammissibile il ricorso da parte di vittime ‘potenziali’ future, purché certe, di normative nazionali”. Il professore è però costretto a specificare che “in tema di sistemi elettorali la Cedu lascia ampio spazio agli indirizzi dei singoli stati… e in estrema sintesi, nella Cedu non è fissato un principio che stabilisca un peso uguale dei voti espressi”. Insomma non è assolutamente detto che la Cedu possa, in futuro, esprimere critiche sulla legge elettorale italiana, che al momento non c’è e non ha avuto modo di sfregiare il diritto di nessuno. Ma, nella limpida logica che va dal divieto di giocare a calcio alla difesa al futuro della Costituzione: non si sa mai.