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notti magiche •
Frittata di cipolle, addio. Adesso andiamo a champagne
Niente Mondiali, con Sinner e il tennis è tutta un’altra cosa. Più elegante e meno disfattista
14 LUG 26

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Che liberazione. Finalmente siamo uno stato tra i più perbene, col deficit in millimetrico miglioramento (conta l’intenzione), un pil flebilissimo ma che lotta. Ci siamo appena staccati con sdegno da Trump, non giochiamo ai Mondiali americani in segno di superiorità morale e prendiamo Wimbledon. Ci vadano gli inglesi, i francesi e gli spagnoli a sorbirsi le partite di pallone e a festeggiare con le birre e gli Oasis. Noi andiamo a champagne, ci siamo fatti aristocratici. Il malato del continente non è più l’unico malato, anzi sta un pochino meglio. Con le economie che rallentano e i governi che si scassano si fa un po’ per uno, cari compagni d’Europa e altrove. E’ piacevole essere primi in una competizione dove non ci credevamo destinati, devo ammettere, questo in generale nella vita. Ti guardano con riverenza doppia. Si è vinta Wimbledon! Due volte. Era l’ora di essere un po’ premiati dalla storia con questi servizi, questi rovesci lungolinea. Il discorso dell’arte geometrica mi fa compiacere molto, siamo tornati al nostro posto, i figli di Leonardo Da Vinci.
E’ tutta un’altra cosa, con Sinner e il tennis. A Londra si va vestiti di bianco con un bicchiere di acqua tonica. Ci si trova congratulati dai principi Windsor e gli attori in doppiopetto sugli spalti guardano in silenzio il ragazzo magico che non ci meritiamo: Jannik, alto e gentile, posato, intelligente, serio, grande faticatore, nessun cenno di sbruffonaggine, modesto e rispettoso, anche moderatamente antipatico perché troppo coerente (che sentimento bellissimo, è il sentimento più invidiato del mondo, godiamocelo). Un atleta che lo sognano dappertutto e però ce lo abbiamo noi come nuovo simbolo di un’Italia che più o meno va. Non siamo mai stati sportivamente meglio, va detto. Era proprio quello che mancava al paese. Questo grande provincione cafonissimo che eravamo. Finalmente uno sport che usa le mani e non i piedi, già questa sarebbe una metafora sufficiente.
Sinceramente non mi mancano i Mondiali, delle notti magiche mi son persa la memoria – Fantozzi con la radiolina è mai esistito? Non mi manca nemmeno mio nonno che procedeva per meriti: se l’Italia avanzava dopo gli ottavi, comprava per la serata della partita dal Mellonàro (il piccolo camion che girava per i paesi e trasportava, prima della partita, il carico dei frutti) un’anguria grossa per metterla in fresco. Il frutto veniva bussato: si saggiava l’interno dall’esterno. Spiego la tradizione estiva meridionale per eccellenza, ormai perduta insieme alle qualificazioni: un certo rumore delle nocche sulla buccia diceva “è rossa e saporita”. Altrimenti – se la bussata sull’anguria suonava sorda – sicuramente stavi per comprare un melone gusto cetriolo. Davvero non mi manca la città svuotata con le finestre aperte, non mi manca la voce di Pizzul in filodiffusione urbi et orbi – se uscivi sentivi Pizzul anche dai tombini. Non mi manca quando si stava sotto di un gol o due, mancava poco alla fine e Bruno diceva “eh, si soffre”. Non mi mancano i gol di rimonta nell’ultimo quarto d’ora. Non mi mancano gli amici che quando si calciano i rigori vanno nell’altra stanza e il finale di partita lo indovinano dalle urla o dai silenzi nelle case degli altri (sono una di loro). Figurati se mi mancano i clacson, i manifesti di lutto che facevano a Forcella, le bandiere sulle bancarelle di magliette contraffatte azzurrissime. Non mi manca la faccenda dei novanta minuti: hai quelli e qualcosa ti devi inventare, in un’ora e mezza. Alla fine erano undici persone a cui attribuire una colpa collettiva, più l’allenatore. Il calcio in Italia consolidava legittimandolo il malcostume di non essere mai unici responsabili di niente. Sono le cose che come vanno, vanno: le partite le decide anche la fortuna.
Col tennis è finita la pacchia etica: ce ne sono solo due e nessuna fortuna in mezzo, decidono i nervi. Uno vince e uno perde. Non ci sono le amministrazioni precedenti, non si può dire che è mancata la coesione. La squadra sei tu, e un italiano non la regge questa forma di estremismo deterministico. La frittata di cipolle, Roberto Baggio, tutte cose superate che ci dobbiamo dimenticare, siamo un’altra nazione in un’altra era. Adesso c’è il tennis. Agli stranieri invidiosi che stanno per riempirci le spiagge, ad agosto, e ci chiederanno sfottenti da quant’è che non giochiamo i Mondiali, risponderemo blasé: “Noi abbiamo vinto Wimbledon”. Forza, si può fare, proviamo. Che significa “Non mi viene?”.