Sport
tennis •
Il nostro Mondiale si chiama Sinner
Wimbledon è ancora suo, dopo 3 ore e 46 minuti di partita con Zverev. Archiviata la crisi di Parigi

Foto Ap, via LaPresse
La domanda rimane ancora senza risposta. È più difficile vincere, o vincere di nuovo? Diventare campione o confermarsi campione? Chissà cosa ha pensato Jannik Sinner quando si è sdraiato sull’erba, le mani davanti agli occhi a proteggerne le emozioni. Il numero uno al mondo ha sempre scelto con cura i momenti in cui lasciarsi andare a terra. Era successo in Australia nel 2024, la prima volta in cui è stato campione in un major, a Torino nel 2025, sul finale di una stagione complicata in cui è stato fuori dal circuito per tre mesi. È successo ieri sera a Londra, quando ha vinto il suo quinto titolo Slam, a dodici mesi di stanza dall’ultima volta.
Sono state settimane complicate da Parigi in poi. Cinque Masters 1000 di fila non basta. È sufficiente una sconfitta inaspettata al secondo turno di uno Slam per mettere in discussione il fisico, la testa, la resistenza. Cosa c’è che non va nel corpo di Jannik? È stata la domanda ricorrente per tutto il mese di giugno. L’azzurro è arrivato a Londra dicendo: “Quello che è successo a Parigi può succedere ancora”. Due settimane di montagne russe emotive, Sinner che mostra di avere un nervo scoperto e tutti gli altri che ne approfittano, l’improvvisa paura del tuo avversario ti dà una fiducia che non si può neanche immaginare.
Mentre in conferenza stampa al campione uscente veniva chiesto se giocare a tennis lo divertisse ancora e lui rispondeva che sì, giocare gli piace, è che a volte preferirebbe fare a meno di rispondere a certe domande. Parafrasando al contrario Giuliano da Empoli “Tutto ciò che ti fa sembrare debole aumenta di fatto la tua debolezza”. Chissà con quale fardello è sceso in campo ogni volta, con l’idea che quello che era successo a Parigi potesse succedere ancora, la routine che consola ma non protegge, lui che chiede ai membri del suo team di non indossare cappellini bianchi perché comunque un po’ rimane scaramantico, lui che durante una finale trova il modo di controllare se sua madre è in tribuna oppure si è data alla fuga travolta dall’ansia. Siglinde se n’è andata ed è ritornata per vedere suo figlio vincere la centesima vittoria in uno Slam, diventare uno dei dieci tennisti nella storia capaci di vincere e poi vincere di nuovo, back to back. Questa volta, contro Alexander Zverev in versione numero due del mondo di ranking e di fatto, dopo 3 ore e 46 minuti di partita (purtroppo per 4 minuti non ha messo fine all’altra tiritera: Sinner non vince quando i match superano le 3 ore e 50) valeva proprio la pena sdraiarsi per terra, e magari anche trattenere qualche lacrima. Non era mai stato vulnerabile come a Parigi, sudato, fragile, incredulo, un ragazzo sfinito, ko. Quello di Londra non è un altro Sinner, è sempre lo stesso, un ragazzo che sta per compiere 25 anni ha vinto Wimbledon e poi lo ha vinto ancora. Nel frattempo c’è stata Parigi e la debacle, un piccolo monito per chi al massimo sta seduto a guardare, sono le sconfitte e le cadute a rendere grandiose le vittorie, a farti comprendere quanto è stata dura rialzarsi per poterti poi sdraiare sull’erba. Libero dal male, libero dal peso di dover compiere la storia e compierla lo stesso.